di Tommaso Chimenti
NAPOLI – Ha “rischiato” di vincere un Premio Ubu Speciale, che sarebbe stato meritatissimo, per il suo progetto fotografico sul “Pinocchio” di Davide Iodice ma per un cavillo burocratico (avrebbe avuto i numeri da parte dei critici teatrali giurati del premio ideato da Franco Quadri per arrivare tra i cinque lavori selezionati) non gli è stata data la possibilità di concorrere. Questo perché la proposta del bravissimo (non siamo noi a dirlo o almeno non soltanto noi, e da parecchio tempo) Renato Esposito non era stata pubblicata né editata ma gli addetti ai lavori avevano avuto la possibilità di visionare il materiale per scegliere gli scatti migliori da allegare ai loro articoli. Con il Premio Speciale sicuramente, di questo ne siamo certi, Esposito avrebbe trovato un editore con la forza economica per produrre e dare alla luce le stampe dei suoi scatti. Un cane che si morde la coda: se non è pubblicato non può essere premiato, se non è premiato nessuno se ne assume la responsabilità di pubblicarlo. Ma questo non è avvenuto; speriamo che nel futuro prossimo ci sia la possibilità di vedere in cartaceo questo catalogo di fotografie di scena e allora l’Ubu sarà un passo consequenziale. Numerosissime riviste hanno pubblicato i suoi lavori come molteplici sono le collaborazioni artistiche, ricordiamo “La cupa” di Mimmo Borrelli, abbiamo già parlato del “Pinocchio” di Iodice o ancora il Workcenter Grotowski e poi i fiorentini (perché Esposito ha abitato a Firenze per diversi anni) Virgilio Sieni e la Lombardi-Tiezzi, e ancora Mario Gelardi e Roberto Saviano, ma ancora si parla di sottobosco, di gavetta infinita, di dover ancora dimostrare (non si sa cosa e non si sa a chi) il proprio valore, le proprie competenze in un sistema asfittico che premia solo pochi adepti e lascia tutti gli altri, la maggioranza, nel limbo fangoso del “vedremo” dell’“eventualmente”, di un futuro che non accadrà.
Da quando hai deciso che il fotografo sarebbe stato il tuo mestiere, la tua vocazione, il tuo demone?
“Ci sono state alcune tappe fondamentali nella mia vita – segnali, li chiamo così – che mi hanno fatto capire che quella era la strada che dovevo provare a percorrere. La prima tappa fondamentale, che in qualche modo ha messo le radici dentro di me e nel mio modo di guardare quello che mi circonda, è stato l’incontro con il cinema di Federico Fellini. Per me ha significato comprendere l’importanza di avere una visione che vada oltre il “vedere” e diventi “guardare per metafora”, una visione legata al sogno. Ero un ragazzino, avevo da poco cominciato le scuole superiori quando ho conosciuto, in un cineclub nel napoletano, Padre Angelo Arpa, gesuita e amico di Fellini che lo difese dalla censura nel periodo dei film “Le notti di Cabiria” e “La dolce vita”. Durante quella conferenza dedicata proprio a Fellini e al suo cinema, Arpa, oltre ai tanti aneddoti e ai ricordi di vita legati al maestro, si soffermò su alcune foto provenienti da alcuni set di film come “8 e ½”. Quelle foto che scorrevano alle spalle di Padre Angelo erano di Tazio Secchiaroli, che per alcuni intensissimi giorni seguì la lavorazione del film. Il modo di raccontare di Arpa, la sua passione nel ricordare il regista e nel rievocare la magia del set attraverso le varie foto che si susseguivano come una telecronaca, mi aprirono delle “finestre” su un altro “film” straordinario che erano state le prove di “8 e ½”. Per me fu una vera e propria folgorazione, perché sentii di aver percepito che questo strumento bizzarro che è la macchina fotografica, questa scatola magica, se utilizzata come strumento d’indagine per raccontare un evento (uno spettacolo teatrale, una manifestazione pubblica), poteva riuscire a rivelare un “mondo dietro al mondo”, così come era riuscito a fare Secchiaroli sui set di Fellini”.
La tua formazione?
“Prima l’Istituto d’Arte poi l’Accademia di Belle Arti di Napoli dove mi sono diplomato in Scenografia. Il periodo dell’Accademia, terminato nel 2011, lo ricordo con affetto perché è stata una vera è propria palestra dove il rapporto docente-allievo era un continuo confronto di crescita soprattutto umana. Il corso quadriennale di Scenografia comprendeva un solo esame di Fotografia che prevedeva poche ore di corso settimanali per il mio indirizzo di studi e ricordo che facevo di tutto per seguire anche le lezioni previste per gli altri indirizzi. Il corso era affidato a Fabio Donato, fotografo che possiede un archivio meraviglioso soprattutto sul teatro napoletano degli anni ’70/’80. Gli sono molto riconoscente, perché guardando le sue foto ho avuto il primo approccio visivo alla fotografia di scena e ho capito che fare il fotografo significa prima conoscere bene il lavoro di chi ti ha preceduto”.
Cos’è per te Napoli.
“Questa è una domanda difficile a cui rispondere perché la sento molto personale, intima per certi versi. Sono nato a Bra in provincia di Cuneo nel Piemonte da genitori napoletani di San Giorgio a Cremano. Avevo quattro anni quando mio padre Tommaso, dipendente Fiat dello stabilimento Mirafiori di Torino, ora in pensione, ebbe il trasferimento all’Alfa Sud di Pomigliano D’Arco in provincia di Napoli. Ecco, penso, con il passare degli anni, che quella è stata un’altra tappa fondamentale e decisiva per la mia vita e la mia professione: quella di vivere al Sud e a Napoli. Perché gli incontri che ho fatto in città, quello che ho guardato e assorbito soprattutto nelle lunghe passeggiate sopra ai quartieri, hanno segnato il mio percorso nel raccontare con la fotografia. Napoli è una città molto fotogenica per certi aspetti in tutti i suoi ambiti, si lascia fotografare, le persone che la vivono, le loro “storie” hanno un qualcosa di fotogenico (non troverò mai le parole giuste per descrivere questa sensazione) più di qualsiasi altra città al mondo. Gli infiniti “Sud” che si trovano in giro forse portano con sé una sorta di fotogenia che, per umanità e vitalità, non incontri nelle persone provenienti da altre parti del mondo. Forse, chi lo sa, se fossi rimasto in Piemonte non sarei diventato fotografo ma qualcos’altro. Sarei rimasto nello studio delle arti figurative? Non so. Crescere a Napoli mi ha fatto trovare, come una epifania inaspettata, il “dentro” del Teatro che si mescola con la vitalità del di “fuori” della vita di tutti giorni che si respira nelle strade della città. È un qualcosa che provo a studiare da tempo”.
In quale altra città ti vedresti?
“Non voglio dire le solite frasi di circostanza, “solo a Napoli”, “non andrei mai a vivere in un’altra città che non sia Napoli”, perché le trovo scontate e banali, ma ti dico che mi vedrei anche in un qualsiasi posto sperduto nel mondo. Magari anche lì c’è una storia da raccontare, magari un teatrino che mette in scena un bellissimo Amleto che nessuno mai “guarderà” ma che vale la pena “guardare” attraverso la fotografia.
Cosa cerchi di cogliere in una pièce? Su che cosa si concentra il tuo sguardo?
“Mi concentro molto sul copione e sul messaggio che quel determinato autore o regista vuole far arrivare al pubblico. Provo a dirigere il mio sguardo su una scena come se fossero gli occhi di uno spettatore allenato e attento alla storia, ossia uno spettatore che si presta a guardarla non per la prima volta e, allo stesso tempo, cercando di non tradire mai quelli che sono gli “occhi” del regista, la sua visione. È una sorta di allineamento non decifrabile, mai preciso, che cambia naturalmente di spettacolo in spettacolo, difficile da codificare, di sguardi collegati alle emozioni che provano, nello stesso istante, più persone in un determinato punto dello spettacolo. Faccio un esempio: ipotizziamo che due spettatori di nazionalità diversa, per motivi a noi sconosciuti e misteriosi, si ritrovano una sera seduti vicino a teatro a guardare una pièce interamente realizzata in una terza lingua. Per tutta la durata dello spettacolo magari al primo arrivano delle emozioni diverse rispetto a quelle provate dal secondo ma, come per magia, arriva un punto dello spettacolo in cui entrambi si emozionano, pur senza comprendere una parola di quello che gli attori sul palco recitano. Ecco, provare a racchiudere in una foto “quella” emozione, è questo il senso del mestiere del fotografo di scena credo. Non riportare passivamente degli attori in battuta per immagini, ma provare a trascrivere attraverso il mezzo fotografico un’emozione che si è vissuta. È riuscire a cogliere il “punctum”, per citare Roland Barthes, l’acme della messa in scena”.
Quali sono i tuoi lavori dei quali vai più fiero?
“Porterò sempre nel cuore la prima foto pubblicata per una rivista come “L’Espresso” nel 2014, in quel periodo collaboravo nello staff fotografi dell’agenzia fotogiornalistica Controluce che aveva sede a Napoli ed ero fotografo-stringer per la France Presse per il Sud Italia. Una bella soddisfazione è stata anche quella di stare “insieme”, sulla stessa copertina del libro “La cantata dei pastori. Cinquant’anni di Peppe Barra e Razzullo” pubblicato da Martin Eden nel 2024, a Tommaso Le Pera, un qualcosa di straordinario pensando a quando ero un ragazzino e sfogliavo cataloghi e libri con le sue foto per capire il linguaggio della fotografia teatrale”.
Definiscimi la parola “Luce”.
“E’ una domanda, intima, come quella su Napoli, difficile. In realtà non ti posso rispondere, per il semplice fatto che sono ancora uno “studente” della materia, molto delicata per chi si appresta ad avvicinarsi alla fotografia. Non voglio entrare in discorsi scientifici. Mi piace citare, però, una celebre espressione che viene attribuita ad Albert Einstein: “La luce è l’ombra di Dio”. Ecco, questa definizione ci suggerisce che la realtà che noi percepiamo è solo un’espansione di qualcosa di spirituale o intellettuale più profondo, impossibile da decifrare. Se parliamo di luce dobbiamo naturalmente parlare di pittura e di arte in generale, per provare a capirci qualcosa su questa materia, dobbiamo andare a rivedere e studiare il significato che gli è stato attribuito nel tempo nelle tappe fondamentali della storia dell’arte. E mi viene in mente l’esempio dell’interno del Pantheon a Roma: la potente suggestione del fascio luminoso che irrompe dall’occhio centrale della cupola, una sorta di primordiale sagomatore teatrale, crea una simbolica presenza divina nell’ambiente che si staglia come un enorme corpo luminoso. Oppure, facendo un salto temporale che arriva fino al ‘600, si può passare a quella che viene definita una vera e propria “drammaturgia della luce”. È la luce utilizzata da Caravaggio nelle sue opere come quelle del ciclo pittorico su San Matteo che possiamo ammirare nella Cappella Contarelli della Chiesa di San Luigi dei Francesi, sempre per restare a Roma. E qui mi piace citare la bellissima tela sul lato sinistro della cappella che contiene la “Vocazione di San Matteo”. È la luce che fa da “guida” rivelatrice agli occhi dell’osservatore per raccontare l’immagine che si mostra al nostro sguardo. Gli Impressionisti, invece, sul finire del 1800, utilizzano la luce per “fermare” un’impressione fugace di ciò che guardano, che muta dinanzi ai loro occhi col trascorrere dei minuti. E qui potrei citare tantissimi quadri ma ne cito uno su tutti: “Impression, soleil levant” (Impressione, sole nascente) di Claude Monet del 1872 per me il quadro impressionista per eccellenza. In questo momento storico cambiano le sorti dell’arte per sempre grazie all’avvento della fotografia nata già da qualche decennio: tra il 1826 e il 1827, infatti, Joseph Nicéphore Niépce realizza quella che viene riconosciuta, a detta di tutti gli esperti, come la prima fotografia della storia, “Vista dalla finestra a Le Gras”. Si tratta di un’innovazione dirompente perché rappresenta la chiave di volta di un intero sistema artistico che, da ora in poi, è spinto a confrontarsi e scontrarsi con questo mezzo in grado di catturare la realtà “attraverso” la luce. Ho fatto questi esempi per potermi, in qualche modo, avvicinare a quella che può sembrare una definizione più esaustiva, per me, sulla parola “luce” ma questo straordinario “strumento” che è la luce è e sarà sempre in continua evoluzione. È per questo che continuo a studiare e ad aggiornarmi, non posso improvvisarmi nel mio mestiere. La fotografia, com’è noto dalla sua etimologia (dal greco “phōs” luce e “graphē” scrittura), è “scrittura con la luce” e per me significa una continua ricerca/studio per arrivare alla sua massima espressione. Realizzare una “buona foto” significa combinare due elementi fondamentali, imprescindibili: la chiara informazione che si vuole inserire nell’immagine e come questa informazione acquisisce un’anima attraverso l’utilizzo che si fa della luce.
Oltre alla fotografia da che cosa è attratto l’animo di Renato Esposito?
“Sicuramente la pittura. Ultimamente studio l’approccio figurativo e come ha trattato la luce, nei suoi quadri, il pittore spagnolo Joaquín Sorolla, fra i rinnovatori della pittura spagnola in chiave impressionista. Mi appassiona tanto il cinema, sono legato ad autori come Fellini, Kurosawa e Bergman. Ho come la sensazione che si sia già affrontato tutto nell’ambito della tecnica di regia, sul piano della visionarietà. Ma poi al cinema ci ritorno sempre, forse perché spero sempre di guardare un’inquadratura mai girata e meravigliarmi”.
Quali sono le istanze del contemporaneo che meritano di essere fotografate oggi?
“La fotografia contemporanea si sta incanalando su due binari molto particolari. Il primo è questo rimescolare continuo tra fotografia e arte: il superamento della bidimensionalità, con l’uso della fotografia in scultura, installazioni e progetti multidisciplinari. E il secondo binario, che mi affascina e mi spaventa allo stesso tempo, è questo ritorno dell’estetica del nostalgico in fotografia con la rinascita della pellicola e delle fotocamere compatte (l’effetto social è stato qui determinate), dove si mescola un’estetica spontanea, imperfetta, che porta con se questo “alone” di nostalgia, di un’epoca mai vissuta tra i giovani contrapposta alla perfezione digitale. Questo ritorno alla pellicola è semplicemente una moda momentanea o potrà diventare, col tempo, qualcos’altro? Perché nel 2026 dovrei ritornare a scattare in analogico e cambiare supporto rispetto all’immediatezza e ai minori costi del digitale? Forse perché inconsciamente siamo attratti da questo “alone” di spensieratezza di un tempo lontano e irraggiungibile, un tempo “vergine”, per certi aspetti, e proiettiamo le nostre sensazioni di una vita meno frenetica e più genuina rispetto alla nostra? Questa estetica del nostalgico patinata dove ci porterà?”.
In questo mondo di social, di reel, di video, di tik tok, che senso ha ancora la fotografia?
“Credo che i social siano uno strumento straordinario e una “vetrina” se utilizzati nella giusta maniera ma noto purtroppo sempre più che questo continuo postare contenuti, in questo caso foto, ci sta facendo, in qualche modo, “sparire” dagli occhi e dal cuore della gente in un “buio” spaventoso. Provo a spiegarmi meglio: i social sono una fantastica vetrina ma la fotografia vive una fragilità enorme dal momento che questo continuo traffico di migliaia d’immagini postato al secondo non fa altro che portare l’osservatore fuori strada se dall’altra parte non c’è un occhio allenato a leggere quella determinata immagine che viene proposta per la prima volta, come in una slot machine, Instagram fa questo ad esempio. Ora immaginiamo per un momento che un fotografo straordinario come Robert Frank postasse per la prima volta alcune immagini provenienti da un suo lavoro come “The Americans”, un progetto che è durato due anni tra il ’55 e il ’56 dove il fotografo americano ha percorso tutto il paese in ben 48 Stati diversi. Un lavoro ragionato, pensato. Ecco, quelle immagini sono sicuro che correrebbero il rischio di passare inosservate e si andrebbero a perdere nel traffico dei continui contenuti che i vari social ci propongono al secondo. La fotografia, a parte i grandi nomi storicizzati e provenienti dall’analogico, vive un momento di fragilità unica e di un mercato pari o vicino allo zero per colpa di questo continuo essere presente (presente a chi?) a tutti i costi ma che non ci permette di pensare, stare su un soggetto, uno spettacolo, una storia, un argomento per più tempo e provare a creare delle immagini che restino negli occhi delle persone. Ecco un mio “demone” che mi porto dentro da quando ho preso per la prima volta una macchina fotografica tra le mani: riuscire a rimanere negli occhi delle persone. E’ questo il senso, secondo me, che ha ancora oggi la fotografia”.
I tuoi punti di riferimento tra i fotografi, di scena e non.
“Robert Frank e William Klein su tutti. I loro lavori e il loro approccio visivo sul mondo hanno influenzato, nel tempo, diverse generazioni di fotografi. Lo stile unico che hanno utilizzato nel raccontare storie è fonte d’ispirazione continua. Per tornare al teatro, sicuramente miei maestri, a loro insaputa, sono Maurizio Buscarino, Marcello Norberth e Tommaso Le Pera”.
Con chi vorresti collaborare, quale spettacolo di quale artista vorresti fotografare.
“Fin da bambino sono sempre stato affascinato e attratto dal circo e dalle persone che abitano quel posto magico. Non so spiegarti il motivo preciso. Mi piacerebbe tanto, un giorno, provare a raccontare la vita intorno ad un circo perché penso che sia una bella metafora condensata della vita di ogni uno di noi.
Raccontaci il “viaggio” all’interno del progetto “Pinocchio” di Davide Iodice.
“È un progetto fotografico a cui tengo molto. Un lavoro visivo che parte dalle prime prove al Ridotto del Mercadante nel ’22 e termina con lo spettacolo andato in scena al Teatro delle Tese di Venezia per la Biennale Teatro ’25. La fotografia documentaria, nel teatro ad esempio, è un qualcosa che prova a catturare la memoria di un passaggio. Lo ha sempre fatto, per carità, non invento nulla, ma in questi ultimi decenni, con l’avvento del digitale e dei social, soprattutto, noto che ci si limita a rimanere all’esterno delle storie senza raccontarle del tutto. Provo a far parte anch’io di una “costruzione”, non voglio tradire la visione del regista con foto che non hanno senso. Leggo il copione, mi informo, sono a contatto con gli attori per alcuni giorni. Mi è capitato, più di una volta, addirittura di non scattare per una settimana. Assisto alle prove, cerco di scovare una poetica che c’è dietro ad un autore. Mi sono sempre domandato una cosa: come posso pretendere di raccontare uno spettacolo come ad esempio il “Pinocchio” che Davide Iodice ha realizzato con la Scuola Elementare del Teatro e con i suoi straordinari allievi, che ha avuto una “gestazione” che è durata dieci anni, se arrivi a teatro giusto dieci minuti prima di una generale? Non ha senso. Il mio è un continuo tentativo di far sparire la macchina fotografica davanti ad un soggetto, e tutto questo riesci a farlo solo se rimani più tempo su una storia che provi a raccontare. Mi domando spesso, prima di cominciare un nuovo lavoro: sarò in grado di riuscire a realizzare una foto che racchiuda o almeno si avvicini all’essenza di quello che ho guardato? Sono in continua lotta perché questo tempo del “pensiero” è in guerra con “l’immediatezza” e la velocità della nostra epoca, dove ormai sembra che non ci sia più spazio per riflettere sulle cose, sul mondo che ci circonda e su quello che è giusto o sbagliato tenere in un frame. Sono consapevole e riconoscente di essere una persona fortunata ad aver incontrato Davide Iodice e Hilenia De Falco di Interno5 che mi hanno dato questa opportunità di seguire, per diversi anni, questo spettacolo”.
C’è ancora spazio per i fotografi di scena dopo il digitale e l’Intelligenza Artificiale?
“Sicuramente. Ne sono certo. Perché in qualche modo l’evento che viene visto da più occhi, intendo uno spettacolo o qualsiasi evento live visto da tanti spettatori nello stesso momento, non lo puoi andare a “modificare” con l’immagine alterando una scena che non si è vista. Il problema nasce quando addetti alla comunicazione, come ad esempio quelli di vari teatri, iniziano a fare promozione con immagini che non esistono nella realtà. Liberi di farlo ma bisogna riflettere sui possibili danni che può portare un’operazione del genere: sempre meno persone, creativi e artigiani dell’immagine, lavoreranno in futuro. Questa cosa mi preme molto evidenziarla, inizio a vedere in giro sui vari canali di comunicazione sempre più immagini con persone o scenari che non esistono nella realtà. Tutto questo è una catastrofe perché di questo passo, in un giorno non molto lontano, per realizzare un film basterà “scansionare” un attore e, con un chroma key, si potrà generare un intero film grazie all’utilizzo di un computer. Viviamo in una società capitalistica che ci sta svuotando piano piano dell’anima e del pensiero, sostituendo il nostro sentire e la nostra creatività con delle macchine che assolvono al compito al posto nostro. È spaventoso tutto questo”.
Perché, secondo te, i teatri, gli Stabili, i Nazionali, non investono in chi produce scatti di qualità?
“Ti rigiro la domanda: perché uno Stabile, che riceve sempre meno finanziamenti dal Ministero, dovrebbe puntare sull’immagine? Perché dovrebbe rischiare soldi se poi il materiale che produce va a finire nel dimenticatoio caotico di migliaia e migliaia d’immagini che si susseguono ogni secondo ormai sui vari social? La gente non si ferma più a “guardare” ma solamente a “vedere” distrattamente quello che gli capita scrollando con il dito i vari contenuti. Ai teatri, così come ai musei, alle gallerie d’arte e via dicendo, conviene pubblicare scatti “immediati” che possano promuovere l’evento, magari realizzati con un cellulare, anche se questo significa andare a discapito della qualità dell’immagine. Conta “comunicare” subito, con rapidità, a tutti. Siamo assuefatti dalle immagini, bombardati, con violenza entrano nelle nostre vite. Prima era la Tv a farlo, ora sono i cellulari che sono diventati uno strumento di omologazione di massa. In fin dei conti, perché bisognerebbe finanziare un’operazione su un’immagine di qualità se il pubblico, sempre più vasto ed eterogeneo, non è educato a comprenderla? Per chi come me lavora con l’immagine si tratta di un interrogativo che mi tormenta ma che, allo stesso tempo, mi sprona a perseverare in quello che sento essere il mio linguaggio e il mio unico modo di stare al mondo”.




