Marlon Brando, “Un uomo chiamato desiderio”

Data:

Donatella Baglivo: Marlon Brando Jr. nacque a Omaha, in Nebraska il 3 aprile 1924 , terzo figlio di Marlon Brando Sr., produttore di sostanze chimiche, e di Dorothy Julia Pennebaker.  La sua famiglia aveva origini quasi in tutta Europa. Aveva due sorelle, Jocelyn e Frances Brando. Ebbe un rapporto conflittuale con il padre, che rimaneva lontano dalla famiglia per lunghi periodi, mentre era molto vicino a sua madre, con la quale andò a vivere dopo il divorzio dei genitori, all’età di undici anni, insieme alle sorelle, nella città di Santa Ana in California.

Jocelyn Brando: Vivemmo a Omaha nel Nebraska fino al 1929,  Marlon e mia sorella erano quasi coetanei, stavano sempre insieme, ogni domenica immancabilmente sparivano con qualche pretesto, si toglievano le scarpe, le lasciavano ai bordi della strada e fuggivano, poi noi trovavamo le loro scarpe abbandonate e ci toccava andare in giro per tutta Omaha a rintracciarli. Li scoprivamo in genere in qualche parco oppure in città dentro qualche negozio. Mia madre e mio padre erano genitori accomodanti, mio padre un po’ più severo. La nostra casa era piena di libri, di musica e mamma era un ottima cuoca, mio padre viaggiava per lavoro e mamma era anche lei un po’ ragazzina, ed insieme facevamo una vita abbastanza pazza e divertente. Marlon era spiritoso e pure era un tipo solitario, gli piaceva appartarsi per conto suo e tuffarsi nei suoi sogni giovanili. Ha fatto l’attore perché questa era la sola cosa che potesse fare, partecipava da ragazzo alle recite scolastiche e gli piaceva molto. A 18 anni, volle andarsene da casa e decise di andare a New York a studiare recitazione.I genitori si, risposarono nel 1937. Marlon frequentò il liceo nell’Illinois, e poi un’accademia militare nel Minnesota, da cui fu espulso. Nel 1943 raggiunse le sorelle a New York dove frequentò la scuola d’arte drammatica “The Dramatic Workshop”, di Erwin Piscator, e fu allievo di Stella Adler, definita da Brando “l’anima della scuola”,  Harry Belafonte, Shelley Winters e Rod Steiger erano suoi compagni di studi.

Maureen Stapleton, attrice: Frequentava i corsi della New School di giorno, io ci andavo la sera, non lo conoscevo ancora mi era solo capitato di incontrarlo. Si provava una scossa fisica, perché lui era cosi bello e si avvertiva una forza animale nella stanza quando entrava. Quando partecipò alle prime audizioni per “I remember mama”, Marlon era molto teso, nervoso, lesse la sua parte e gli dissero: “bene sei scritturato” e lui “grazie, grazie tanto” e si infilò in un ripostiglio, come è capitato spesso a molti attori che prendono la porta sbagliata perché sono felici che il provino sia andato bene e hanno ottenuto la parte. Si capisce che sono tesi e vogliono andarsene via il più presto possibile, insomma lui finì nello sgabuzzino e non sapeva come venirne fuori, era imbarazzato di essere finito lì dentro, alla fine venne fuori e disse “ce l’ho ancora quella parte?” Sam Shaw, Amico:  Non ci teneva minimamente al proprio aspetto, la sua bellezza gli dava fastidio, la rifiutava, aveva un naso molto regolare. Ma durante le repliche di “un Tram che si chiama desiderio”, tra uno spettacolo e l’altro, scendeva nello scantinato a tirare di boxe con Mik Dennis che recitava con lui nella commedia, Mik era stato pugile professionista e un bel giorno tirò un pugno che Marlon non riuscì a scansare, lo colpì proprio al setto nasale, per Marlon fu la cosa più bella che gli fosse mai capitata, non se lo fece rimettere neanche a posto,   D.B.:  Il mio corpo ti appartiene, di Fred Zinnemann. (1950)  Film d’esordio di Marlon Brando, già  protagonista alla sua prima interpretazione, nella parte di un reduce della II guerra mondiale, tornato disabile a casa, nell’ospedale cerca con tutte le sue forze di riprendersi insieme alla fidanzata.   Pauline Kael, Critico cinematografico : Lo hanno spesso preso in giro perché recitando  bofonchiava le battute ma è cosi che parlano gli Americani, Marlon non ha fatto altro che liberarci dalla nostra pretesa di sembrare inglesi, per generazioni gli attori americani non hanno fatto che parlare come inglesi da palcoscenico, di colpo Brando convinse gli americani a parlare come americani: una rivoluzione per gli attori. Jocelyn Brando:  Quando recitò nel film “Un Tram che si chiama desiderio” (1951), di Elia Kazan, la sua interpretazione fece tanto scalpore che tutti volevano avvicinarlo, tutti cercavano di scoprire che tipo di uomo fosse e cosi acquistò un immensa notorietà, fu una pubblicità buona e cattiva insieme, tutti volevano raccontare la sua storia, scrivere articoli, stava su tutte le riviste, su tutti i giornali. Nel 1998 l’American Film Institute l’ha inserito al quarantacinquesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi  Robert Lewis, regista: Fu negli anni 40 che conobbi Charlie Chaplin a Hollywood, vedemmo insieme il film “Un Tram che si chiama desiderio”, era la prima volta che Chaplin vedeva Brando. Alle prime inquadrature di Brando si voltò verso di me e disse  “è pericoloso”. Sul momento non capii che volesse dire, ma alla fine ho capito,  con lui non si riusciva mai a capire quale sarebbe stata la sua prossima mossa  ed è questo che gli dava quella imprevedibilità pericolosa e meravigliosa per cui non sapevi mai quello che avrebbe fatto un attimo dopo e lui stesso pareva ignorarlo  e ti costringeva a star teso in avanti invece che disteso sulla poltrona.  Sam Shaw, fotografo: Aveva un appartamento sulla 57esima, di fronte al Carnegie, assolutamente vuoto di 7 stanze, nessun mobile, soltanto un letto e Aveva un piccole procione, si chiamava Russel, lui tentava di addomesticarlo ma il cucciolo era uno spirito libero come lui e parecchie volte se ne scappava fuori dalla finestra passeggiando a 7 piani di altezza. Per i pompieri ormai era una cosa abituale, arrivavano con una lunga scala, si arrampicavano fin lassù prendevano il cucciolo poi bussavano alla finestra e lo  restituivano a Marlon. Ad un certo punto fu scritturato per fare Viva Zapata, cosi portammo la bestiola nel Texas e lì divenne l’amicone di tutti, finito il lavoro Marlon se ne tornava a casa da solo e il cucciolotto lo seguiva come nel finale di un film Charlie Chaplin. D.B.:“Viva Zapata” di Elia Kazan del 1952, è ispirato alla biografia scritta da John Steinbeck sul capo rivoluzionario messicano Emiliano Zapata che durante la Rivoluzione messicana si batté contro il dittatore Porfirio Díaz per i diritti dei peones oppressi dai grandi proprietari terrieri. Sam Shaw, fotografo e amico:   Ha un forte senso dell’humor, più di chiunque altro, lui sfotte gli attori, non ha una gran stima di questo mestiere, pensa che sia una forma d’arte bastarda e la usa solamente per guadagnare e per condurre la vita che gli piace. Comunque la sua professione, la prende molto sul serio, prima dell’inizio del film se ne andò di nascosto nel Messico esattamente nella città dove Zapata era nato e vissuto e fu lì che imparò la maniera di parlare della gente, ne studiò i comportamenti e i gesti.  Anthony Quinn, attore:  Mi ricordo che Marlon Brando doveva portare delle lenti a contatto, ad un certo punto prese queste lenti a contatto e le calpestò per non essere costretto a portarle perché gli facevano male. Zapata aveva gli occhi azzurri e Marlon invece castani, ma di portare le lenti a contatto non voleva saperne, lui era uno spirito libero autonomo, io a quell’epoca ammiravo il suo coraggio, se ne fregava di tutti, faceva di testa sua, faceva quel che voleva lui. In quei giorni quando il film veniva realizzato regimentato e con un grosso senso di disciplina  eravamo tutti terrorizzati, schiacciati da questa figura paterna del regista, Marlon no, non aveva paura del regista,  si sentiva sicuro di se, sapeva di essere indispensabile. D.B.: “Giulio Cesare”, regia di Joseph L. Mankiewicz (1953) adattamento cinematografico dell’omonima tragedia di William Shakespeare. ottenne nel 1954 l’Oscar per la migliore scenografia, Brando vi recita nel ruolo di Marco Antonio.  Teresa Wright, attrice: La gente mi chiede sempre “cosa si prova a lavorare con Marlon”? E’ un’esperienza unica, lui era diverso da qualunque altro attore con cui avessi lavorato, c’erano dei momenti quando non lavorava che sembrava un ragazzino di 12 anni, mentre si mangiava infilava cose strane nel piatto di qualcuno  o indossava il costume di scena di un altro. Lui è davvero unico,  D.B.: “Il  Selvaggio”  (1953) diretto da Lazlo Benedek, tratto dal racconto scritto dall’autore, Frank Rooney, prendendo spunto da un fatto di cronaca avvenuto durante una festa in strada, che era degenerata in rissa a causa del comportamento di un gruppo di motociclisti, il 4 luglio del 1947, nella cittadina di Hollister, in California.  Lazlo Benedek, regista: Certamente Brando nel film espresse tutto un modo di vivere, un rapporto inconsueto con le donne che ebbero una presa enorme sull’immaginazione della gente. Quando Marlon appariva su uno schermo o in una stanza in mezzo agli altri aveva sempre quello che in gergo chiamiamo “presenza”, nel senso che devi guardare lui, devi rivolgergli la tua attenzione, anche se non fa nulla, Marlon ha questa meravigliosa capacità di fare cose importanti senza alcuno sforzo apparente, come diciamo noi lui non si siede sulle battute. La sceneggiatura de “Il Selvaggio” fu censurata nella sua totalità, di conseguenza Stanley Kramer ed io dovemmo cambiarla,  cosi mentre si girava, Brando  osservò: “ma questa non è la scena che io ho letto”, disse: “non posso girarla cosi, non è quello su cui eravamo d’accordo e per me questo è un punto molto importante”, Benedek:  “Giriamo la scena, dillo con le tue stesse parole quello che mi hai appena detto, esponi le tue ragioni che spiegano tante cose su questa banda e su questi ragazzi”, mi disse “bene”, cosi presi Mary Murphy in disparte e le dissi: “stai attenta ora la scena la improvvisiamo, nè tu nè io sappiamo quello che Marlon dirà”, la giriamo subito senza prove; e Marlon fu cosi autentico che quella stupenda forza che ha, venne fuori sullo schermo e tutti in platea capirono assai meglio che se avesse usato le battute del copione. D.B.: L’idea de “Il fronte del porto” nasce con una serie di articoli giornalistici, l’autore Budd Schulberg vede in questa storia la possibilità di realizzare un film. Nel 1951 il regista Elia Kazan, dopo aver suggerito a Schulberg di lavorare assieme, decide di girare un film sulla mafia del porto affiancandola ad una storia di redenzione. Nel 1998 l’American Film Institute l’ha inserito all’ottavo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi.  Rod Steiger, attore: Per vari aspetti “Fronte del porto”(1954) diretto da Elia Kazan rappresenta secondo me proprio quello che manca ai film d’oggi e cioè l’esplorazione, l’analisi, l’interiorità degli esseri umani, il loro reagire l’uno all’altro, la progressione e il cambiamento di un protagonista. La vita del personaggio interpretato da Brando è esaminata più su una gamma umana che su una gamma limitata di emozioni violente, come in certi film di oggi girati con tanti mezzi. C’è una scena che ha una storia curiosa, c’era solo una metà del taxi e la proiezione sullo sfondo che dava l’impressione che il taxi stesse camminando, ma non so perchè quella mattina il filmato non era pronto, il regista Elia Kazan si infuriò, ci fu un inizio di lite, Kazan disse: “mettiamoci una veneziana” e così fecero, piazzarono la tendina sul retro, ma questo costringeva la macchina da presa a stringere sui primi piani, altrimenti si sarebbe visto che giravamo in interni in un mezzo taxi. Proprio questi limiti di dover stare stretti sulle teste in primo piano aiutò a fare la scena.  D.B.: Désirée, regia di Henry Koster (1954) basato sul best-seller Désirée scritto da Annemarie Selinko. Racconta la storia d’amore, ambientata tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, tra Napoleone Bonaparte e Desirèe Clary. Con Brando nel ruolo di Napoleone Bonaparte e Jean Simmons nel ruolo di Désirée Clary. Vinse un Oscar per il colore e due Candidature nel 1955. Jean Smmons, attrice: La prima volta lo incontrai al trucco, lo avevo visto a teatro anni prima in Un Tram che si chiama desiderio e ne ero rimasta colpita, lo eravamo tutti del resto. Io ero cosi soggiogata da lui che a stento riuscivo a parlare, io rimasi in quello stato perché invece di recitare con lui, stavo lì tutto il tempo a fissarlo, aveva un fascino incredibile. E non escludo di provare ancora oggi la stessa emozione qualunque cosa egli faccia. D.B.: “Bulli e pupe” (1955) di Joseph L. Mankiewicz è tratto dal musical “Guys and Dolls”, storia di un giocatore d’azzardo incallito e una giovane e bella sergente dell’Esercito della Salvezza, ispirato alla storia e ai personaggi dello scrittore Damon Runyon.  Jean Smmons:  La cosa incredibile in “Bulli e pupe”  fu che Marlon trovò il coraggio di fare una cosa  completamente diversa da quello che il pubblico si aspettava da lui, ormai era famoso nelle sue interpretazioni drammatiche nel Tram che si chiama desiderio e in Zapata, ma lui ebbe il coraggio di misurarsi in un ruolo differente e penso che la cosa lo divertisse, è questa l’impressione che dava, lui non ha nessuna paura di sbagliare magari fossero cosi tutti gli attori, capaci di osare senza curarsi che poi la cosa riesca o no, . Era curioso vederlo lavorare insieme a Frank Sinatra, perché Frank era sempre pronto. Marlon invece se la prendeva comoda e cresceva con il personaggio, lui era meraviglioso da seguire, perché ogni volta voleva provare e ogni volta era un pò diverso, riusciva a trasformarsi e a cambiare, non credo che ce ne sia un altro come lui.  Maureen Stapleton, attrice: Marlon è l’amico dei momenti brutti, non capita di vederlo molto, finché non stai  poco bene e allora arriva, se hai bisogno di lui  Una quindicina di anni fa mi ammalai di una cosa seria, io non lo vedevo da un paio di anni, ci sentivamo raramente e lui è venuto all’ospedale ed è rimasto lì tutto il giorno Anna Kashfi: Ero all’ospedale, avevo la tubercolosi e Marlon continuava a fare confronti tra me e sua madre che era una persona del tutto diversa, lei era una signora biondissima, un tipo robusto, una donna piacente almeno per quel che ne sapevo, ma lui non so perché, continuava a paragonarmi a lei, mi portava i suoi anelli, i suoi orecchini tante cose che appartenevano alla madre e la cosa mi faceva una curiosa impressione, ma di lì a poco mi propose di sposarci.  Bob Thomas, biografo:  Nei rapporti con le donne Marlon non se la è cavata mai troppo bene, almeno a giudicare dall’esterno, ma certo sua madre ha avuto su lui una grande influenza; lavorava nell’ambiente teatrale di Omaha, era una persona piuttosto frustrata e purtroppo negli ultimi anni si dette all’alcool, per Marlon fu un trauma; aveva la sensazione che lei lo avesse tradito, al padre non era mai stato molto legato.D.B.: “La casa da tè alla luna d’agosto” regia di Daniel Mann (1956). Alla fine della seconda guerra mondiale, il capitano Fisby viene inviato nel villaggio di Tobiki sull’isola di Okinawa. Il suo comandante, il colonnello Purdy Wainwright III, gli assegna come interprete un astuto personaggio del luogo, Sakini, interpretato da Brando. Glenn Ford, attore: Mi piaceva lavorare con lui, l’unico problema che avemmo mentre si girava  “La casa da tè alla luna d’agosto” fu che lavoravamo in Giappone nella stagione dei Monsoni e ogni giorno davamo un occhiata fuori dall’albergo sperando ci fosse il sole. Lavorare con Marlon è stato facile perché è un gigante ed è probabilmente uno dei migliori attori, con cui ho recitato.  D.B.: Sayonara, regia di Joshua Logan (1957), è la storia di un ufficiale dell’aviazione  statunitense, interpretato da Brando, che ha combattuto nella guerra di Corea. Il soggetto affronta temi come razzismo e xenofobia, è un dramma romantico diverso da altri del periodo. Vinse 4 Premi Oscar nel 1958. L’attrice nippo-americana Miyoshi Umeki vinse l’Oscar come miglior attrice non protagonista, fu la prima orientale ad ottenerlo.  D.B.: I giovani leoni, regia di Edward Dmytryk (1958), film drammatico ambientato durante la Seconda guerra mondiale e interpretato da Marlon Brando, Montgomery Clift e Dean Martin.  L’istruttore di sci tedesco Christian Diestl spera che Adolf Hitler porti nuova prosperità e mobilità sociale in Germania, così si arruola nell’esercito. Michael Whiteacre e Noah Ackerman si conoscono durante la leva nell’esercito americano. Christian scopre la realtà del Terzo Reich quando si imbatte in un campo di concentramento e sente il comandante parlare degli stermini di massa. Poco dopo, il campo viene liberato dalle forze americane, tra cui Michael e Noah. Bob  Thomas, biografo:  Parecchi attori hanno avuto rapporti non buoni con Marlon durante le riprese dei film, il peggio in assoluto capitò quando si trovò a lavorare con Anna Magnani in “Pelle di Serpente”,regia di Sidney Lumet (1960) Ambientato in una contea del sud degli USA, negli anni ’50, si trovarono uno contro l’altra, con personalità estremamente forti, con tecniche di recitazione del tutto diverse. Anna Magnani era viscerale ed emotiva e non  amava provare, Marlon al contrario era un pignolo, gli piaceva provare e controllare tutto, si scontrarono fin dal principio e alla fine diventarono proprio due nemici. D.B.: “I due volti della vendetta”, (1961), Si tratta dell’unico film diretto da Marlon Brando, un western, che ne è anche l’interprete principale.

Marlon Brando: “Sono un attore americano e non appartengo a nessuna organizzazione, sono un privato cittadino che sta dicendo quello che pensa”Judy Balaban, Amica:  Lui ha un interesse profondo, sincero per tutti quelli che in qualche modo vivono fuori dal sistema e non riescono ad ottenere dalla società, la giustizia che meritano.

Marlon Brando ha dichiarato: “Noi americani abbiamo l’obbligo solenne di rispettare il trattato con gli indiani”  Marlon si batte sempre a favore dei piccoli gruppi, per risolvere quei problemi che ritiene non  importanti per la gente, problemi di cui la società nemmeno si rende conto e verso cui neanche pensa di avere un debito, una responsabilità. Sono queste le cause che egli sente molto e per cui spende il suo tempo, le sue energie e i suoi soldi. D.B.: “Gli ammutinati del Bounty” , regia di Lewis Milestone (1962)  Nel 1787 l’HMS Bounty salpa dall’Inghilterra alla volta di Tahiti sotto il comando del capitano William Bligh. Deve trasportare piante dell’albero del pane in Giamaica, Quando il Bounty arriva finalmente a destinazione, il provato equipaggio è affascinato ed inebriato dalla vita accomodante nel paradiso tropicale, a seguito del comportamento disumano di Blight,  Fletcher prende il comando della nave e abbandona Bligh ed alcuni membri dell’equipaggio leali al comandante in una scialuppa alla deriva. Vinse un Oscar, un Golden Globe ed ottenne molte candidature. D.B.: “La caccia”, regia di Arthur Penn (1966), interpretato da Marlon Brando, Jane Fonda, Robert Redford e Robert Duvall. Calder, felicemente sposato con Ruby, è divenuto sceriffo di Tarl, piccola cittadina del Texas. Un giovane del paese, Bubber Reeves, fugge dal penitenziario. Inizia una caccia all’uomo, con tutto il paese che, avendo saputo casualmente dal miliardario Rogers che il fuggiasco è nascosto nello sfasciacarrozze, si reca sul luogo in massa cercando di stanare il ricercato con il fuoco. L’incendio si propaga all’intero sfascio e nel caos che ne segue Jake Rogers muore. Calder, riesce a impedire il linciaggio dell’evaso ma, sulla soglia del suo ufficio di sceriffo, uno degli esaltati ubriachi spara e uccide Bubber,. Jane Fonda, attrice:  Marlon, Monty Clift e James Dean hanno avuto un ruolo nel rinnovamento del cinema americano, è vero che fino a quando essi non s’imposero sulla scena, non esisteva uno stile americano ben definito. Contemporaneamente J.D. Salinger scriveva il giovane Holden e Gioventù Bruciata veniva scritto e trasposto in film. Si manifestavano i segni premonitori degli anni 60, Lee Strasberg all’Actors Studios aveva preso il metodo Stanislasky e lo aveva adeguato alla cultura americana. È molto duro lavorare con Marlon perché lui possiede un ritmo suo, che è cosi forte, da essere quasi un infrasuono che può soffocarti, perché naturalmente ogni persona, ogni personaggio ha il suo ritmo.   D.B.: “La contessa di Hong Kong” regia di Charlie Chaplin commedia romantica britannica del 1967  , è l’ultimo film diretto, scritto, prodotto e musicato da lui. Il film, interpretato da Marlon Brando e Sophia Loren , racconta di un diplomatico americano che durante una crociera. si innamora di una clandestina, un’ex aristocratica russa, una cantante e ballerina che “era una profuga in Francia senza passaporto”. Vi recitò Sydney Chaplin (figlio di Charlie),  Chaplin fece anche un cameo , che segnò la sua ultima apparizione sullo schermo.  D.B.: “Queimada”, regia di Gillo Pontecorvo (1969). Film drammatico in chiave politica, vuole essere una critica di ogni forma di colonialismo, con un cast di quasi tutti attori non professionisti, su cui si distingue la recitazione di  Brando. Queimada è un’isola immaginaria nell’arcipelago delle Antille, da diversi secoli sotto dominazione politica ed economica del Portogallo. Ann Kashfi, Ex moglie di Marlon:  Marlon è un bravissimo attore, ha i suoi alti e i suoi bassi certo come li ha nella vita,  quello che voglio dire è che lui è assolutamente irragionevole, è fantastico e dolce  nello stesso tempo. Può essere irruento oppure può essere molto, molto attraente. D.B.: Il padrino, regia di Francis Ford Coppola (1972). Brando aveva ancora quarantasette anni e un aspetto  giovanile, al provino decise di voler dare al suo personaggio un aspetto da bulldog. Per appesantire le guance e apparire più anziano recitò con del cotone in bocca . Questo trucco convinse regista e produttori. Poi durante le riprese Brando indossò delle protesi dentarie speciali.  Pauline Kael, Critico cinematografico: Brando ha avuto la fortuna di recitare in due dei più grandi film degli ultimi anni, Il Padrino e L’ultimo tango a Parigi ed è stato straordinario, ha fatto in queste due opere cose che probabilmente nessun attore ha mai fatto. In Ultimo tango a Parigi non ha solo interpretato il suo ruolo in modo superbo, ma ha contribuito a creare quel ruolo attingendo alla sua vita, improvvisando e mettendoci delle caratteristiche proprio sue.  Julie Harris, attrice:  Marlon era capace di fare il matto in giro per il set e poi al momento in cui dicevano “si prova” o quando la macchina era pronta per girare, lui diventava completamente diverso, all’improvviso pareva un fatto magico, diventava un altro essere umano, era eccitante. A Marlon piace scomparire nei suoi ruoli, è felicissimo quando può adottare qualche trucco insolito che ne trasformi l’aspetto come per nascondersi, l’unico vero ritratto di se,  l’ha dato in “Ultimo tango” , è stata la sola volta in cui ha offerto qualcosa di se.  D.B.: “Ultimo tango a Parigi”, regia di Bernardo Bertolucci (1972), interpretato da Marlon Brando, Maria Schneider, Jean-Pierre Léaud, Maria Michi e Massimo Girotti. La sceneggiatura è stata scritta da Bernardo Bertolucci, Franco Arcalli e Agnès Varda. La fotografia è di Vittorio Storaro. La colonna sonora del film è opera di Gato Barbieri. E’ la pellicola che ha dato notorietà a Bertolucci e Maria Schneider, oltre a essere un’opera molto discussa: oggi è considerato un classico del cinema erotico, ma il film suscitò un tale scandalo alla sua uscita, che la censura italiana avviò un processo contro Bertolucci e la pellicola che fu condannata al rogo, riabilitata nel 1987. Bernardo Bertolucci, regista:  Ci siamo incontrati, Brando ed io, a Parigi all’hotel de Raphael, comunque il primo incontro è stato subito colpo di fulmine, nel senso che Marlon ha accettato quasi subito di fare Ultimo tango, il primo giorno di lavorazione del film, l’operatore di macchina dopo due o tre ciak viene da me e mi dice: “sai che ho dei problemi, perché quando lo guardo mentre sta recitando, dimentico che sto girando e che devo seguirlo, invece sto a guardare dentro la macchina da presa come se fossi al cinema, guardando un film di Marlon Brando”, voglio dire che il mito di Marlon era diffuso in tutta la troupe, Eravamo tutti affascinati e credo che Marlon fosse molto eccitato dall’idea di fare un film diverso da tutti quelli che aveva fatto nel senso che non doveva cercare di costruire un personaggio alla maniera di Stanivslasky o  dell’Actors Studios, dove tutti i grandi attori americani hanno studiato, ma era di guardare cosa c’è aldilà dell’Actors Studios. Ricordo che all’inizio era sospettoso, aveva capito che il mio sistema di lavoro era quello di scavare nella sua vita, Marlon è molto geloso della sua privacy. Poi si è lasciato andare, si è abbandonato e credo che alla fine, rivedendosi abbia avuto piacere di avere partecipato al film, si è dato con grande generosità, era stato meraviglioso, non solo con me ma con tutti. So che questo succede sempre quando c’è la macchina da presa e una faccia come la sua, davanti.  D.B.: “Apocalypse Now”, diretto e prodotto da Francis Ford Coppola (1979)  è un film di guerra epico psicologico americano, liberamente ispirato al racconto del 1899 “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, con Brando nel ruolo del colonnello Kurtz, Durante le riprese, Dennis Hopper e Brando, non andarono d’accordo, tanto che Marlon si rifiutò di essere sul set insieme a lui. Dopo che le riprese furono terminate nel maggio 1977, l’uscita fu posticipata più volte per permettere e Coppola di montare oltre un milione di metri di pellicola 70 m/m. Ricevette la Palma d’Oro al Festival di Cannes, fu anche candidato a otto premi Oscar , tra cui Miglior Film , Miglior Regista (Coppola) e Miglior Attore Non Protagonista (Robert Duvall); vinse poi i premi per Miglior Fotografia (Vittorio Storaro) e Miglior Sonoro (Carmine Coppola e Francis Ford Coppola) .Anthony Quinn, attore e amico: Povero Marlon mi dispiace per lui che sia diventato un mito, Marlon è stato senza dubbio uno degli attori più bravi del nostro tempo e mi dispiace perché aveva ancora tanto da dare, ma qualcosa deve averlo deluso strada facendo, qualcosa deve essere accaduto perché lui era un generoso..  M.B.: “Penso che la televisione debba svolgere un ruolo chiave e che voi della stampa abbiate un ruolo molto importante e dipende veramente da voi e da me e non certo da chi ci ascolta o chi ora regge il microfono. Questa è la nostra società e la vostra società, e se non ci diamo da fare noi, la cosa finirà male.

La nostra piccola storia finisce qui, ma la grande storia del mondo continua, graziose signore, gentili signori, andate a casa a meditare, ciò che era vero all’inizio rimane vero, il dolore costringe l’uomo a pensare, pensare rende l’uomo saggio, e la saggezza rende la vita sopportabile, allora possa la luna d’agosto portarvi il sonno più dolce.” D.B.: Durante i suoi ultimi anni di vita l’attore si è ritirato in una villa sulle colline di Hollywood accanto alla residenza del suo amico Jack Nicholson. Marlon ci ha lasciati  il 1º luglio 2004, nel Centro Medico dell’Università della California – Los Angeles a Westwood;. Al suo funerale parteciparono molte personalità del mondo dello spettacolo e amici come Jack Nicholson, Sean Penn, Warren Beatty e Michael Jackson. Come desiderava venne cremato…  le ceneri furono disperse a Tahiti e nella Valle della Morte.

Donatella Baglivo 

Seguici

11,409FansMi Piace

Condividi post:

spot_imgspot_img

I più letti

Potrebbero piacerti
Correlati