Stefano Randisi e Enzo Vetrano, coppia inossidabile del nostro teatro

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di Tommaso Chimenti

IMOLA – Sono la coppia inossidabile del nostro teatro. Tutti gli riconoscono grazia, eleganza, raffinatezza, delicatezza dello stare in scena. Stefano Randisi e Enzo Vetrano sono i Signori del Teatro Italiano: da cinquant’anni in Emilia Romagna ma ancora fieramente con lo sgargiante accento palermitano. In tanti si ricordano ancora del loro leggendario Ubu in ginocchio e ogni tanto se ne parla ancora nei foyer. In questi ultimi vent’anni abbiamo avuto la fortuna di vederli spesso in scena e anche di averli ascoltati dopo lo spettacolo quando il teatro non finisce ma si amplifica di aneddoti, di dolcezza, di quella sana voglia di raccontarsi senza presunzione, con grandissima umiltà. Cominciammo con uno dei loro cavalli di battaglia, “Totò e Vicè” visto davanti al cancello arrugginito di un cimitero a Radicondoli per poi proseguire con “Riccardo 3” di Francesco Niccolini ma anche “Grazie per la squisita prova” di Nicola Borghesi, “Ombre folli”, “Ognissanti” dove uscivano dai quadri o “A’ Cirimonia” o ancora “Due stupidi sublimi”. Ed infine come dimenticare quell’“Aspettando Godot” diretto dal Maestro greco Theodoros Terzopoulos, dove alcuni estratti beckettiani sembrano scritti proprio per la loro storia, tagliati sulle loro vicende personali. Gioia per le nostre orecchie, vita per le nostre pupille. Tematiche carnali, lessico viscerale ma grande garbo e sensibilità nell’affrontare argomenti spinosi. Il loro è un teatro classico ma si sono saputi rinnovare, e mantenere giovani, nel contemporaneo sempre con attenzione, con ascolto, con apertura sui linguaggi, senza chiusure né preconcetti stilistici o drammaturgici. Ne abbiamo parlato giocando al loro calciobalilla sotto la pergola della loro villa dopo una lasagna cucinata da Stefano. Nelle risposte E sta per Enzo Vetrano, S per Stefano Randisi.

Come è cominciato il vostro viaggio nel mondo del teatro?

E: “È stato un incontro quasi casuale con un grande regista palermitano: Michele Perriera. Lui stava mettendo in scena lo spettacolo “Morte per vanto” dal Faust di Marlowe, e cercava delle persone per formare un coro. Mi ha attratto il lavoro che faceva sul corpo degli attori, e mi sono ritrovato a poter tirare fuori tutte le mie emozioni, anche quelle più nascoste. E così è nato il mio primo rapporto teatrale con il sogno”.

S: “Eravamo negli anni ’70 e in classe, al liceo che frequentavo, passò un giorno una ragazza che informava che stava iniziando un laboratorio teatrale al ridotto del Teatro Biondo, diretto da un certo Beppe Randazzo. Senza pensarci due volte alzai la mano e mi iscrissi. Il pomeriggio stesso, dopo il primo incontro di laboratorio, ero felicemente sconvolto da quello che avevo vissuto, e quando Beppe disse che stavano preparando uno spettacolo e che si provava ogni sera rimasi lì per quelle prove, e da allora non ho più smesso. In quello spettacolo Enzo era re Ubu”.

Fin da ragazzi questo è quello che vi sareste immaginati per il vostro futuro?

E: “Io non avevo nessuna intenzione di fare l’attore, anche perché ero un ragazzo molto timido, e pensavo che avrei fatto il magistrato. L’incontro con Michele mi ha cambiato la vita”.

S: “Io invece avevo deciso che avrei fatto teatro fin da piccolo, anche se non lo sapevo. In effetti mio padre amava molto il teatro e ci portava spesso a vedere commedie e operette. E a casa aveva formato con me e le mie sorelle una piccola Compagnia, in cui lui scriveva delle scene, ce le faceva imparare, faceva la regia, e quando venivano a casa nostra zii, amici e parenti noi le recitavamo davanti a loro”.

Se vi dico Sicilia, se vi dico Palermo che suggestioni vi toccano?

E: “La mia infanzia. Il caldo. Il mare. I volti dei miei. La casa dove sono nato. La partenza, la fuga da un mondo che sentivo chiuso, per poi tornarci trasformato attraverso il mio rapporto col teatro. L’incontro con Pirandello, con Scaldati, con Sciascia, avvenuto e scoperto quando non ero più là.

S: “A me ricorda una parte fondamentale del lavoro con Enzo, che prosegue anche ora. Siamo sempre rimasti molto vicini alle nostre origini. Quando siamo entrati a far parte della cooperativa Nuova Scena di Bologna abbiamo scritto, diretto e interpretato una trilogia di spettacoli comico-grotteschi e profondamente poetici su personaggi, periodi e miti siciliani, che ci hanno dato un’identità e una consapevolezza del nostro modo di essere in scena. Dopo ci sono stati gli spettacoli di Pirandello, Sciascia, quelli su Franco Scaldati, che ancora continuano, e poi la ricerca di nuovi autori siciliani. Abbiamo messo in scena “‘A Cirimonia”, di Rosario Palazzolo, e l’ultimo “Ognissanti”, scritto per noi da Sabrina Petyx”.

Come definireste l’altro?

E: “Ho coniato per lui un nome che ne definisce il carattere e il modo di fare. Giocando su un ormai celebre scandalo americano lo chiamo impicc/man, cioè persona che si impiccia di tutto! Cosa che io non faccio mai e che fortunatamente fa lui”.

S: “Un attore. Ma proprio attore-attore, senza mezzi termini. Con tutto il talento che si può immaginare ma anche con un istintivo, immenso narcisismo che quando ci riesco tengo a bada, per non esserne soffocato!”

Cosa ancora vi piace dell’altro e che cosa non sopportate proprio?

E: “La sua capacità di mettere in ordine le idee e i pensieri che io esprimo in modo forse confuso, forse incomprensibile agli altri, ma che lui capisce e rende intellegibili. Ripeto sempre che se facessi una regia mia da solo non si capirebbe niente, e se la facesse solo lui si capirebbe troppo. A volte non sopporto la sua eccessiva razionalità”.

S: “E quindi io non sopporto la sua approssimazione in certe situazioni. Il fatto che ragiona sempre mettendosi al centro del mondo. Ma apprezzo molto la sua genialità e la fantasia sfrenata che mi dà modo di svolgere il mio ruolo di organizzazione delle idee e dei fatti”.

Siete sempre in viaggio, in tournée da decenni; che cos’è per voi “casa”?

E: “Il luogo dove posso ricaricarmi, dove il tempo è più lento e meno frenetico. E dove, vivendo fortunatamente in collina, la mia visione si fa più poetica, la stessa che spesso guida i nostri lavori. Sarò forse un po’ leopardiano ma è così”.

S: “Per me è il luogo dove posso riposarmi, pensare e lavorare con la serenità necessaria. Oltre alla bellissima casa che ho con Enzo, tra i vigneti delle colline imolesi, nella quale ospitiamo spesso amici e compagni di lavoro, ho anche la fortuna di avere un rifugio in una collina sopra Monreale, vicino Palermo, la casa di villeggiatura dei miei dove oltre alla mia ritrovo l’identità della mia famiglia d’origine e finalmente non ho Enzo sempre tra i piedi!”.

Qual è, tra i vostri spettacoli, quello che ancora si rinnova ad ogni replica e quello nel quale vi siete annoiati perché risente del peso del tempo?

E + S: “Totò e Vicé, che ormai sono un alter ego (o alter nos) che cambia con noi col cambiare della nostra vita. Nessuno degli spettacoli che abbiamo fatto ci ha mai annoiato mentre lo facevamo, altrimenti non l’avremmo fatto!”.

Vi sentite soddisfatti, realizzati, felici personalmente e professionalmente o c’è qualcosa di amaro?

E: “Realizzati sicuramente, felici personalmente e professionalmente anche. Poi è chiaro che tutti abbiamo rimpianti, per le cose che si sarebbero potute fare e non si sono fatte, per quei desideri che non si sono realizzati, ma fortunatamente nel nostro mestiere, dove niente è prevedibile, le nuove scoperte, i nuovi incontri hanno la capacità di stupirti ancora”.

S: “Sono d’accordo con Enzo: non possiamo lamentarci di nulla, della vita professionale e personale. Ognuno ha i suoi spazi privati e ognuno lavora con l’altro tra sintonie e litigi sapendo che alla fine ci troveremo d’accordo. Certo viviamo e lavoriamo con amici e colleghi giovani e anziani, nomi affermati ed emergenti e tutti hanno vinto almeno un Premio Ubu…”.

Un sogno da far diventare realtà: con chi vorreste recitare, accanto a chi o per quale regista?

E: “Mi attrae molto il lavoro di artisti stranieri come Kornél Mandruczó, Jan Fabre e in Italia quello di Emma Dante”.

S: “Dopo che il sogno di lavorare con Theodoros Terzopoulos è diventato realtà, e mi ha dato la prova tangibile, sul mio corpo, di quanto ancora possiamo stupirci e imparare di noi stessi, piacerebbe anche a me, come Enzo, sperimentare in questa terza età teatrale il lavoro di grandi artisti internazionali e italiani, ma mi piacerebbe solo se piacesse anche a loro”.

Avete dei rimpianti (non necessariamente teatrali)?

E: “Tantissimi, ma non saprei elencarli”.

S: “No. Sono convinto che anche ciò che ci è sfuggito, quelle che sembrano occasioni perdute, possano ancora arrivare, o tornare”.

Quali sono le cose più belle e che vi sono rimaste impresse da parte del pubblico e da parte della critica?

E: “Gli abbracci e la commozione, in Italia e all’estero, alla fine delle rappresentazioni di “Totò e Vicé”, e tutti i Premi che ci sono stati dati dalla Critica Nazionale.

S: “Non mi vengono in mente episodi particolari, che pure ci sono stati. Di certo gli applausi, l’entusiasmo, gli sguardi felici e riconoscenti alla conclusione degli spettacoli, ma anche quando un critico teatrale riesce a trasmettere le sensazioni ricevute da uno spettacolo con un linguaggio e uno sguardo alti, in modo da emozionare i lettori e fornire strumenti di riflessione agli artisti di cui parla. E non è avvenuto solo con “Totò e Vicé”.

Oggi, quali sono i temi sociali verso i quali siete più sensibili ed empatici? Cosa vi sta a cuore?

E: “In un corso che terrò alla scuola di Alta Formazione Jolanda Gazzerro metterò a confronto testi teatrali classici con problematiche di oggi, a partire da quelle tragiche di guerre e genocidi a situazioni grottesche e inverosimili che vediamo giorno per giorno”.

S: “La giustizia sociale, la solidarietà, il rispetto per la vita sono i temi che ultimamente sento come i più urgenti. Ho, abbiamo tutti noi che facciamo teatro, la responsabilità di entrare nei fatti attraverso la nostra interpretazione di un testo, di rivelare e denunciare l’occulto, di raccontare la verità per far riflettere la gente su ciò che realmente avviene. Ma a differenza degli altri canali comunicativi, ciò avviene attraverso la nostra carne, la nostra voce, il nostro gesto. In presenza. Paradossalmente la nostra finzione parla della verità molto più della verità stessa”.

Cosa significa per voi la parola “famiglia”?

E: “Gli affetti a cui sono più legato, gli attori con cui lavoro, le relazioni che si creano nel nostro ambiente. È una famiglia che si sceglie, anche se non ci sono legami di sangue”.

S: “Per me ci sono tante famiglie: quella da cui proveniamo, che il più delle volte genera incomprensioni e contrasti, ma che ogni tanto continua ad essere un rifugio, la famiglia che creiamo noi stessi con i nostri partner e i figli che eventualmente nascono da questa relazione, ma la famiglia a cui sento di appartenere di più è quella che ho scelto. È il primo gruppo teatrale con cui ho cominciato a lavorare a diciannove anni. I compagni di avventura del Teatro Daggide con cui sono venuto da Palermo e con cui ci siamo stabiliti qui, a Imola, lavorando e vivendo insieme giorno e notte per tre anni. Ci siamo ritrovati poco tempo fa, a casa nostra ed è stato come ritrovarsi il giorno dopo, anche se sono passati cinquant’anni”.

Come sarebbe stata, come ve la immaginate, la vostra vita se non aveste incontrato il teatro, se non aveste lasciato la Sicilia?

E: “Adesso non potrei immaginare una vita diversa da quella che ho fatto. Forse avrei dato le ultime tre materie per laurearmi in giurisprudenza e avrei intrapreso la carriera di Magistrato, e sicuramente sarei stato un infelice”.

S: “Mi ero iscritto alla Facoltà di Fisica all’Università di Palermo, ma non ho avuto il tempo di seguire nemmeno una lezione. Forse avrei continuato quella strada, per dedicarmi alla ricerca. Così avrei utilizzato, ma solo in parte, quella razionalità di cui parlava Enzo”.

A che cosa e su quale testo state lavorando?

E + S: “Il primo impegno che ci aspetta è nuovamente con Terzopoulos: sarà ne “Le Baccanti” da lui riscritto e diretto. Poi abbiamo in cantiere due spettacoli, uno è la conclusione del progetto su Shakespeare con la riscrittura di Francesco Niccolini. Sarà un “Re Lear” che vedrà impegnato Enzo sul palco accanto a Tindaro Granata, mentre Stefano farà la regia. E poi un “Woyzeck” immaginato da Giulio Germano Cervi che ci ha coinvolti e convinti. Saremo sul palco in cinque, noi tre con Rocco Ancarola e Brigida Cesareo. Si delinea un bell’incontro fra generazioni, e la regia sarà collettiva”.

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