E se fossimo tutti ombre?

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Recensione dello spettacolo “L’ombra di Aldo Moro – La storia vista dagli occhi della scorta”
«Quanto si parlò degli uomini della scorta? Delle cosiddette vittime collaterali, che nel caso di via Fani erano e sono ancora rimasti soltanto dei nomi su una lapide?» Questa domanda rappresenta il fulcro narrativo di “L’Ombra di Aldo Moro”, lo spettacolo di teatro civile scritto da Patrizio J. Macci e interpretato da Pino Calabrese visto lo scorso 21 febbraio nel suggestivo Spazio45 a Testaccio. Sono arrivata a teatro guidata già da un interesse specifico sull’argomento, che è stato per me oggetto di studio all’università, e sono rimasta piacevolmente colpita dal modo agile e immediato di raccontare una storia ormai diventata universale, e oserei dire, alla Balzac, “materia da romanzo”.
Già il titolo promette bene: l’ombra, terminologia di junghiana memoria, non allude a mio avviso solo al cosiddetto uomo-ombra di Aldo Moro, Oreste Leonardi, ma proprio a mio avviso ad Aldo Moro stesso, che diventa non più uomo, ma concetto, idea, valore. L’opera si configura dunque come un lavoro di scavo nella memoria storica italiana, scegliendo un punto di vista volutamente decentrato rispetto alla figura dello statista: quello appunto di Oreste Leonardi, il caposcorta del presidente della Democrazia Cristiana. Leonardi diventa il simbolo di tutti gli agenti che hanno sacrificato la propria vita nell’adempimento del dovere, figure spesso relegate al ruolo di comparse nel “caso Moro”.
E sempre restando sul concetto di “ombre”, che vivono e si animano di luce propria, ho trovato qui azzeccatissime e molto significative le video-proiezioni, cosa rara negli spettacoli odierni che ne fanno uso e abuso: le immagini proiettate non sono un orpello, un “vezzo registico”, ma sono proprio le sembianze dei personaggi raccontati della storia, della nostra storia, che si stagliano come giganti mentre un’invisibile telecamera riprende il percorso di un’auto che va verso di loro. Tra queste figure troneggia naturalmente quella di Leonardi, che acquisisce forza e dignità, non solo grazie a tale impostazione registica, ma anche e soprattutto all’emozionante performance di Pino Calabrese.
Pino, classe 1955, inizia la sua carriera artistica nel 1972, lavorando in teatro con attori e registi del calibro di Massimo Troisi, Lello Arena, Enzo De Caro, Franca Valeri, Gigi Proietti e molti altri, passando dal cabaret al teatro drammatico, dai musical alle commedie comiche, dal teatro cantato ai monologhi a sfondo sociale e politico. Nel cinema debutta nel 1983, con Valerio Zecca, lavorando successivamente con registi, come Pappi Corsicato, Giuseppe Tornatore, Pupi Avati, Mario Martone, Marco Simon Puccioni e Paolo Sorrentino. In televisione ha preso parte a produzioni, come R.I.S. – Delitti imperfetti, Incantesimo, Gente di mare, Distretto di polizia e I bastardi di Pizzofalcone. Per la sua interpretazione nel film Respiri del 2018, è stato premiato al Sorrento Film Festival 2019. Ha ricevuto nel 2022 il premio “Lifetime Achievement Award” alla carriera. E’ attore versatile, dunque, capace di passare con destrezza dal registro comico al drammatico, di mantenere il sorriso sornione di uomo e la leggerezza vivace dello scugnizzo che anima i suoi occhi sempre attenti, sempre luminosi. E qui lo mette a servizio dello spettacolo, che si muove in un equilibrio ricercato tra il reading e il monologo affabulatorio: alcuni pezzi sono letti al leggio, ma non c’è un minuto di noia, e va detto e sottolineato. Anzi, proprio al leggio, ad un certo punto c’è il momento più esilarante: Pino fa cadere un foglio, e sembra davvero lo abbia fatto cadere per sbaglio. Si china, fingendo con maestria anche una lieve sciatica. Si scusa col pubblico, sorride con imbarazzo e scambia due parole con il tecnico delle luci, scusandosi anche con lui…
Continua, insomma, questo siparietto per qualche minuto, improvvisando come solo gli attori della sua generazione sanno fare, e noi ci caschiamo tutti, pensando sia tutto vero. E invece, alla fine, quel momento di verità, di scherzo, di “jeu théâtral », diventa un pretesto per raccontare una verità ben più scioccante, e cioè l’occultamento delle prove da parte dello Stato.
Le musiche originali di Roberto Formentini, per concludere, non fungono da semplice accompagnamento, ma sono parte integrante della struttura drammaturgica, contribuendo a mantenere alta la tensione emotiva del racconto. In conclusione, l’allestimento si presenta come un’operazione di recupero della memoria civile condotta con sensibilità e competenza tecnica, confermando la validità della scelta di dare voce a chi, per troppo tempo, è rimasto confinato nell’ombra della Storia.

Melania Fiore

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