Il vecchio che sognava i leoni

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«L’uomo non è fatto per la sconfitta… Un uomo può essere distrutto, ma non sconfitto». Questo celebre passaggio di Ernest Hemingway introduce efficacemente la lettura scenica de “Il vecchio e il mare”, recentemente approdata sul palco del Teatro Arcobaleno di Roma, Centro Stabile del Classico. Lo spettacolo vede Sebastiano Somma impegnato nel doppio ruolo di protagonista e regista, in un’operazione che cerca di restituire la densità del romanzo attraverso un impianto scenico sobrio ed evocativo.
Il perno su cui ruota l’intero allestimento è senza dubbio lo splendido adattamento curato da Lucilio Santoni. Santoni è poeta, scrittore, traduttore e operatore culturale. Ma anche un vero e proprio “creatore di sinfonie per l’ anima”.
Legato a Somma da un lungo sodalizio artistico e d’amicizia, ha operato una rielaborazione semplice e profonda del testo originale. Il suo lavoro di riduzione non si limita a sintetizzare la trama, ma mira a preservare quella “grande forza della parola” tipica della scrittura hemingwayana, rendendola funzionale ai ritmi e alle pause del palcoscenico. L’intelligenza di questo adattamento risiede nella capacità di far scivolare la narrazione tra i dettagli realistici della pesca e i momenti di pura riflessione esistenziale, senza mai appesantire la struttura drammaturgica.
In scena, Sebastiano Somma — forte di una carriera quarantennale tra cinema, teatro e televisione — sceglie un registro interpretativo asciutto e misurato. La sua regia punta su un gioco di “suggestioni, luci e ombre”, dove la voce dell’attore diventa lo strumento principale per evocare la vastità dell’oceano e la solitudine del pescatore Santiago. Somma cerca costantemente parallelismi tra le prove di resistenza del vecchio cubano e le sfide quotidiane dell’uomo moderno, trasformando la lotta contro il grande pesce in una metafora della dignità umana. Accanto a lui, la presenza di Cartisia J. Somma nel ruolo del giovane Manolin aggiunge una nota di delicata vicinanza affettiva; il rapporto tra i due personaggi incarna il calore umano inteso come unico vero medicamento contro il “male profondo” che può risiedere nell’animo umano.
L’atmosfera dello spettacolo è completata da un tappeto musicale eseguito dal vivo, frutto della collaborazione tra il violino di Riccardo Bonaccini e il violoncello di Liberato Santarpino. Le note accompagnano la lettura sottolineando i passaggi di maggiore tensione emotiva, come il corpo a corpo con gli squali, senza tuttavia sovrastare la parola recitata. Un elemento visivo di forte impatto simbolico è l’installazione scultorea del maestro Angelo Accardi: il pesce dilaniato che appare in scena funge da richiamo tangibile al tema della “vittoria sofferta che nasconde sempre una sconfitta”, concetto centrale nella poetica di Hemingway.
In conclusione, lo spettacolo al Teatro Arcobaleno si distingue come una proposta teatrale equilibrata. Grazie soprattutto alla pulizia dell’adattamento di Santoni e alla maturità interpretativa di Somma, la rappresentazione riesce a evitare facili sentimentalismi, concentrandosi invece sulla resilienza e sull’orgoglio di un personaggio che, pur distrutto dagli eventi, rimane moralmente invitto. Per continuare “a sognare i leoni”.

Melania Fiore

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