Edoardo Oliva: Fare teatro in Abruzzo

Data:

di Tommaso Chimenti

PESCARA – Siamo spesso stati invitati a vedere le produzioni di questa ben radicata compagnia pescarese, il Teatro Immediato, che fa un grande lavoro di ricerca, di scrittura, di drammaturgia, di recitazione, e profonde da decenni un enorme impegno sul territorio, soprattutto adesso che da qualche anno hanno trasferito la loro sede in una periferia calda. La legalità, la cultura si tiene viva e sveglia anche e soprattutto con le luci accese, con gli applausi, con la fila per entrare, con le persone che dopo lo spettacolo rimangono fuori a parlare delle sensazioni provate di fronte all’arte. Edoardo Oliva è il frontman dell’Immediato: la sua corporatura e impostazione, la sua voce sono tratti inconfondibili del suo modo di fare teatro. Ne apprezziamo, oltre all’attorialità e alla serietà, una sensibilità rara, un puntiglio, un rigore, una dedizione fuori scala. Il teatro vero, quello pulsante, quello dove si sentono i respiri, quello di pancia e occhi negli occhi, si fa in provincia, sta lì il fuoco, la voglia, la verve, l’adrenalina. Abbiamo assistito a vari loro spettacoli, da “Caprò” a “Sutor”, da “Aspettando Godot” in abruzzese a “L’amore è un castigo”, da “Il mio nome è Gordon Pym” fino a al nuovo “Il generale”, e in ognuno di questi titoli ci siamo portati a casa un qualcosa da indagare, da scavare, una domanda. Qui non si fa teatro per i bandi ministeriali ma perché ci sono delle storie che bussano e che vogliono essere raccontate. Qui c’è la carne, il sangue, la fatica. Gli abbiamo posto alcuni quesiti.

Come hai cominciato a fare teatro?

“Direi per caso. Capitò per curiosità: un mio amico aveva cominciato a frequentare un laboratorio teatrale e m’invitò a partecipare. Quando sono salito sul palcoscenico ho capito che quel luogo antico in cui s’indagava l’uomo mi affascinava e appassionava”.

149955203384806

Quali sono stati i tuoi punti di riferimento?

“Non so se ho avuto dei veri punti di riferimento. Nel mio percorso ho avuto la fortuna di incontrare bravi maestri. Tutti hanno concorso in qualche modo alla mia formazione. Ho imparato ad amare il teatro facendolo, respirandolo, calpestandolo più che pensandolo o vedendolo. Come diceva Peter Brook, nessun metodo possiede la chiave definitiva della verità teatrale. Se si rimane imprigionati in uno schema, in un metodo si rischia di portare in sé un dogma. Io amo essere abitato da voci che si contraddicono, metodi che si escludono, visioni che si negano reciprocamente e di realizzare, quindi, il processo creativo nella libertà del teatro vivo del Teatro Immediato”.

Quando hai sentito la “vocazione”?

“Fare teatro non era esattamente nei miei pensieri, dunque nessuna “vocazione”. La mia è stata innanzitutto una formazione da “spettatore” e “ascoltatore” attraverso il cinema, la musica e la letteratura: queste mie tre passioni erano, evidentemente, già teatro senza saperlo. Probabilmente il teatro era l’elemento di congiunzione, l’anello mancante, l’elemento di coesione e fusione, anche se lo ritenevo un luogo distante, museale e polveroso. Nella costruzione dei miei spettacoli la musica, i suoni e le immagini mi invadono in una sintesi che mi ispira ancor prima del testo”.

Raccontaci il tuo rapporto con i drammaturghi Vincenzo Mambella e Roberto Melchiorre con i quali collabori da molti anni.

“Con Vincenzo Mambella ci conosciamo da ragazzini e abbiamo cominciato a fare teatro più o meno nello stesso periodo; ho condiviso con lui importanti segmenti di vita non solo teatrale. L’amico precede il partner artistico. Pur avendo caratteri e temperamenti opposti, ci si comprende e completa grazie alla complicità dell’amicizia. Io e Vincenzo abbiamo fondato vent’anni fa il Teatro Immediato, insieme ad altri con cui continua la collaborazione: l’attore Ezio Budini, Francesco Vitelli, nostro storico e prezioso scenografo. Il Teatro Immediato ha avuto per più di un decennio la sua impronta drammaturgica e i suoi testi, pensò a “Caprò” recentemente rappresentato anche a Barcellona, un pezzo significativo della storia di Teatro Immediato. Con Roberto Melchiorre abbiamo iniziato la collaborazione in seguito, intensificatasi negli ultimi anni, con il nuovo progetto che ha ritrovato finalmente una nuova sede. Anche con lui il rapporto personale e amicale è inscindibile da quello artistico e oggi posso affermare che non potrebbe essere altrimenti. Con entrambi la nascita dello spettacolo è un percorso a due fasi. Inizialmente l’idea viene condivisa, masticata, palleggiata e poi fatta respirare e decantare. Successivamente le strade si dividono: il testo viene partorito in solitudine, per poi passare nelle mie mani per l’adattamento e la trasposizione scenica”.

Quali attori ammiri, o hai ammirato? A chi vorresti o cerchi di somigliare in scena?

“Anche in questo caso mi vengono in mente innanzitutto attori che, in quanto a formazione teatrale, ho conosciuto attraverso il cinema. Resto dentro l’Italia e penso a Volonté, a Mastroianni. Recentemente rivedevo “Todo Modo” di Elio Petri, le scene con questi due giganti, pur nella diversità della loro cifra recitativa e dell’approccio all’interpretazione, andrebbero studiate nelle scuole per attori. Carlo Cecchi, recentemente scomparso, è stato un grande Maestro del teatro. Mi piace Antonio Rezza, la sua iconoclastia e la sua imprevedibile coerenza. E aggiungerei Fabrizio Gifuni, Lino Musella e Arturo Cirillo di cui mi piace il suo essere un artigiano del palco che rivisita e reinventa mirabilmente i classici. No, credo che sia un errore cercare di somigliare a qualcuno in scena. Si può ammirare o trovare ispirazione in un artista senza diventare un epigono”.

Portaci dentro il vostro nuovo spazio pescarese. Raccontacelo.

“Abbiamo avuto uno spazio teatrale nel cuore di Pescara per dieci anni, poi abbiamo dovuto lasciarlo (i nuovi proprietari non ci hanno rinnovato la locazione ed ora è un deposito di videopoker…). Abbiamo proseguito il nostro progetto di produzione, organizzazione, distribuzione e formazione in altre sedi che ci hanno ospitato, anche fuori Pescara. Quattro anni fa, dopo il blackout dovuto al Covid, abbiamo sentito la necessità di ritrovare una nuova casa ripartendo questa volta da un quartiere periferico e storicamente difficile della nostra città. Il progetto da me ideato undici anni fa, “La cultura dei legami”, ha trovato nel nuovo spazio il suo compimento naturale: tentare di comporre, suturare, attraverso lo strumento teatrale, le varie frammentazioni, le fratture del vivere comune a cominciare da quella tra centro e periferia. E’ un non-spazio, collocato in uno stabile destinato solo a famiglie di disabili, concepito come una “casa”, intimo e accogliente costruito per incontrare il nostro pubblico con le nostre proposte che da sempre prediligono la contaminazione tra teatro, musica, cinema e letteratura nel solco del dialogo tra tradizione e innovazione”.

E’ difficile fare e produrre teatro in Abruzzo?

“Credo che sia difficile in Abruzzo come nel resto d’Italia. Ormai le risorse sono sempre più esigue e, a voler essere ancora più precisi, la poca acqua va sempre più in direzione del mare. Noi siamo una compagnia indipendente e cerchiamo da sempre di combinare risorse pubbliche e private. Abbiamo la fortuna di avere da sempre importanti partner privati. E poi il teatro si fa per e con il pubblico che è composto da persone e il lavoro sulle persone è faccenda seria, complessa, stimolante e affascinante e sono da sempre convinto che, se vuoi che le persone ti seguano, non devi rincorrerle o blandirle, altrimenti dopo un po’, al posto delle persone, ti ritroverai dei fossili.

L’Abruzzo, a mio parere, tranne qualche rara eccezione, paga il grande limite di una certa chiusura, diffidenza, rigidità che è probabilmente un limite della provincia e di questa regione in particolare, caratteristiche direi ontologiche che impediscono la concertazione, il lavoro di squadra, l’apertura e la crescita. Quando undici anni fa ideai il progetto “La cultura del legami” provai a tessere innanzitutto “il legame” tra alcune realtà teatrali regionali ma mi scontrai con steccati, recinti, muri pur sviluppando un progetto con un’idea comune e reperendo e destinando risorse a tutti i soggetti coinvolti”.

Sono le storie che vengono a cercarti o sei tu che cerchi le storie da portare sul palco?

“Vengono a cercarmi le storie che cerco. A volte mi sembra di scegliere cosa raccontare ma in realtà è semplicemente la mia ombra che scelgo di illuminare”.

Un ricordo di tua sorella Giulia che lavorava insieme a voi e che ha dato il nome al premio di critica teatrale che le avete giustamente intitolato.

“Giulia era appassionata, avvolgente, infaticabile, incoraggiante, inflessibile, accudente, efficiente, insostituibile. E, soprattutto, era mia sorella”.

Se ti dico Pescara tu che sensazioni hai?

“Pescara è la mia città e qui, dopo l’ultima parentesi palermitana con Claudio Collovà ai Cantieri culturali alla Zisa e al Teatro Garibaldi alla Kalsa, ho deciso di dare vita al progetto del Teatro Immediato di cui curo la direzione artistica dalla sua nascita e ormai siamo al ventunesimo anno. Pescara ha sicuramente i limiti della provincia ma a volte in provincia ci sono condizioni migliori per sviluppare progetti: i tempi, le relazioni, la sedimentazione, i costi, la creazione artistica trovano un terreno più fertile e accogliente. Ed è partendo dalla provincia che abbiamo realizzato le nostre collaborazioni sia a livello nazionale sia, di recente, internazionale. La provincia consente di alzare lo sguardo verso l’orizzonte”.

L’abruzzese può essere considerato una lingua al pari del napoletano di Eduardo, del palermitano di Emma Dante, del calabrese di Saverio La Ruina?

“Il linguista Max Weinreich diceva che “Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”. Traslando questo principio di ordine politico e sociale nel teatro si può ritenere pacificamente l’abruzzese una “lingua” al pari del napoletano, del palermitano, del calabrese o del veneziano o del sardo. “L’esercito e la marina” di una lingua d’arte è la letteratura. L’Abruzzo è la terra di Silone, di D’Annunzio, di Flaiano. Non solo, più recentemente abbiamo avuto i premi Campiello e Strega Donatella Di Pietrantonio e Remo Rapino che hanno definitivamente nobilitato il nostro dialetto dimostrandone l’espressività artistica. In alcune nostre rappresentazioni, soprattutto negli ultimi tempi, abbiamo studiato e sperimentato il dialetto abruzzese sia su nostri testi sia su opere teatrali di autori immortali, penso a Beckett. Peraltro, dal punto di vista strettamente della phonè, il dialetto abruzzese arcaico possiede una forza icastica e una musicalità ancestrale che conferiscono ai testi teatrali un’immediata verità antropologica e una visceralità espressiva. La sua struttura linguistica ricca di termini onomatopeici permette di trasmettere sfumature emotive profonde sia nel registro comico che in quello drammatico. Quando abbiamo portato in giro i nostri spettacoli, il dialetto abruzzese è stato compreso ed apprezzato ovunque, tanto dai veneti, quanto dai catalani”.

Portaci nelle pieghe del vostro ultimo spettacolo, “Il generale”, che è un ulteriore scarto in avanti della vostra compagnia.

“Il Generale” di Roberto Melchiorre e da me diretto e interpretato restituisce una delle pagine della nostra storia più cupe e uno dei personaggi più oscuri, controversi e meno noti dell’epoca fascista, Mario Roatta, capo del Servizio Informazioni Militari. Dall’impiego dei gas in Africa alla Circolare 3C da lui sottoscritta per indicare il protocollo da usare nell’occupazione della Slovenia, Dalmazia e Croazia sintetizzata nella formula “testa per dente”, alla sostituzione etnica nella città di Lubiana e alla sua fuga in Spagna nel dopoguerra da dove continuò a tenere le fila dell’eversione nera. Lo spettacolo non è solo il racconto di una pagina storica ma un viaggio di andata e ritorno dentro l’abisso e l’orrore dell’uomo, dentro la normale e ordinaria pratica del lavoro all’inferno. Un personaggio ingoiato dal buio che l’aveva generato. Non so se è un ulteriore scarto in avanti della nostra compagnia, sicuramente un’altra occasione per indagare l’uomo”.

Cosa ti interessa indagare del contemporaneo attraverso la parola, attraverso il teatro?

“M’interessa da sempre indagare l’uomo e i temi della vita nelle sue varie declinazioni. Cerco di estrapolare dalla contemporaneità un frammento di DNA da moltiplicare in un senso universale. Credo che nel teatro come nella vita l’unico modo per vivere profondamente il presente sia rivolgere lo sguardo indietro prima di procedere in avanti. Anche in questo caso faccio fatica ad affezionarmi a un tema, magari di tendenza. Ecco, nel teatro, negli ultimi anni pare sia indispensabile per un artista identificarsi con un tema, o un genere e cercare di replicarlo per non perdere il contatto con la propria identificazione. Come diceva Dino Risi: “Non baratterò mai l’ingegno per l’impegno”.

Che cosa ti colpisce, ti affascina, ti fa arrabbiare del mondo che viviamo?

“Viviamo tempi in cui la radicalizzazione di opinioni, di posizioni, di idee è sempre più invasiva. Il fenomeno della polarizzazione sociale mi irrita profondamente. Al buonismo si contrappone il cattivismo, al veganesimo il carnismo e così via. E’ difficile esprimere un’opinione senza correre il rischio di offendere una moltitudine di persone. Complici i social, ormai mi sembra non sia più possibile dialogare. Sono affascinato dalle infinite frontiere e sfide che l’uomo si pone nel suo progredire, persino negando e attentando alla sua umanità e coltivando la sua atavica vocazione al suicidio”.

Che cosa non sopporti dell’attuale Sistema Teatrale Italiano?

“Innanzitutto, a causa della nuova normativa, si è instaurata una sorta di “dittatura degli algoritmi”, per cui l’assegnazione di fondi pubblici risponde soprattutto a parametri quantitativi, a scapito della qualità artistica. Questo genera una sorta di bulimia produttiva, una iper-produzione di spettacoli che nascono e muoiono in pochi giorni per soddisfare le tabelle. La distribuzione degli spettacoli è sempre più faticosa, anche perché i Teatri Nazionali e i TRIC tendono a privilegiare le proprie produzioni o scambi interni, lasciando pochissimo spazio alle compagnie indipendenti. Arrivare ad una decina di date è già traguardo ambizioso. E poi c’è la piaga che tocca soprattutto le nuove generazioni di artisti che per accedere ai famosi bandi under-35 devono appoggiarsi a strutture già consolidate, non hanno le prove pagate, hanno un lavoro che, per quanto sia per natura precario, è sempre più incerto, non tutelato e intermittente, e tutto il pacchetto del welfare non regge il paragone con gli standard europei”.

Seguici

11,409FansMi Piace

Condividi post:

spot_imgspot_img

I più letti

Potrebbero piacerti
Correlati

Amori impossibili: Lettera del Soldato e Lettera di Bambola

In scena il 1° marzo 2026 all’ “Auditorium Vincenzo...

Una chiave Michelin all’Hotel Mediterraneo Sorrento icona di stile

  L'ospitalità e la professionalità sono le basi dell'hotellerie di...

Rayka Savciuc, dal Chiambretti Night a…

Con le gambe che ha – lunghe, lunghissime, praticamente...