L’anima del mondo racchiusa in un universo fatto di musica vera, musica pura, musica del cuore: Francesca Del Duca

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Una giornata di Febbraio non piovosissima… di più! Recupero Francesca Del Duca vicino al suo alloggio e, con una pioggia battente e incessante, raggiungiamo il vicino, per fortuna, Caffè Sacher, in un salottino privato. Un the, una fetta di Torta Sacher originale di Vienna, un divanetto in velluto, un tavolino rotondo. Siamo circondate da gentilezza ed eleganza…Non vedo l’ora di approfondire la conoscenza di questa straordinaria artista.

Rosa Z.: Ciao Francesca. Benvenuta o ben ritornata a Trieste. Sono molto curiosa in merito alla tua storia di eccellente musicista. Leggendo un po’ la tua biografia, risalta la figura di tuo padre: ha fatto parte anche della prima “Gatta Cenerentola” di Roberto de Simone…

Francesca D.: È iniziato tutto così. Mio padre studiava al Conservatorio e contemporaneamente alla facoltà di Medicina. De Simone lo volle con sé in tour, per la prima “Gatta Cenerentola”. Insomma, ha imparato a fare il suo lavoro sul campo. Entrambi abbiamo la musica nel sangue ma la viviamo in maniera diversa. Mio padre è un compositore, uno che la musica la pensa e la scrive. Io invece sono istintiva, preferisco suonare e ascoltare il momento, anche quando compongo.

Rosa Z.: E poi Eugenio Bennato…

Francesca D.: Mio padre ha lavorato principalmente in teatro fino a 15 anni fa, soprattutto come compositore, con registi come Lucia Ragni, Lucio Allocca, Renato Carpentieri. Ha scritto anche delle opere e le ha portate in scena. Una volta ha scritto anche la colonna sonora per un film, il regista era Salvatore Piscicelli.

Rosa Z.: Grandi attori napoletani dopo Edoardo, quindi. Ecco, la nuova generazione successiva a De Filippo.

Francesca D.: Mio padre mi ha sempre sostenuta, sia professionalmente sia personalmente, con i suoi consigli e le sue indicazioni. Ad esempio, quando dopo il liceo classico decisi di studiare musica lui mi incoraggiò, nonostante mi fossi iscritta all’università, alla facoltà di Lingue che ho poi abbandonato proprio per dedicarmi alla preparazione dell’esame di ammissione al Conservatorio.

C’è una storia a cui tengo moltissimo e riguarda il mio rapporto con il mio professore di Italiano alle Superiori, Vincenzo Gaudiello, un uomo di una cultura incredibile. Io non ho mai brillato negli studi, eppure lo ammiravo tantissimo. Un anno partecipammo a un concorso in cui bisognava creare un’opera d’arte ispirata a Giacomo Leopardi. Decisi di partecipare musicando “L’Infinito”. Avevo diciassette anni. Mandai una cassetta in cui suonavo la chitarra (la strimpello, così come il pianoforte, giusto per accompagnarmi).

Rosa Z.: Ma i tuoi strumenti sono percussione e canto?

Francesca D.: Sì, esatto. L’ultimo giorno di scuola organizzammo una festa e decisi di suonare questa canzone davanti a tutti. Alla fine Gaudiello mi prese la faccia tra le mani e mi disse: “La mia laurea per il tuo talento!”. Credo che sia stato questo episodio a piantare il primo seme di ciò che sarei diventata. Tanti anni dopo ho registrato quel brano e ne ho fatto un video. Nei titoli di coda ringrazio il professore Gaudiello, che oramai non c’è più. Non l’ho più rivisto, ma penso che sarebbe stato contento di vedermi in questo spettacolo.

https://youtu.be/oqbBqxKzfPw?si=a2sRkXT4YU8imukG

Rosa Z.: Posso dirti una cosa? Questo è successo perché eri a Napoli!

Francesca D.: Napoli è sicuramente una grande fonte di ispirazione. E poi io credo nel destino. Sono fatalista, credo che se qualcosa deve accadere prima o poi accade. A me sta succedendo ed è bellissimo. La cosa incredibile è che non sono stata io a cercare tutta questa visibilità. Io penso che, a prescindere dalle qualità vocali, oggi sia raro che emerga chi ha qualcosa da dire. Chissà se oggi Lucio Battisti avrebbe lo stesso successo.

Rosa Z.: Infatti però lui ha rivoluzionato la musica: aveva tanto da dire lui.

Francesca D.: Parlo anche di vibrazione. Basta una sola nota per dire tutto. Certo, ognuno è diverso. Alcuni si emozionano per le cose più complesse, altri preferiscono la semplicità. Ieri durante l’incontro col pubblico mi hanno chiesto se avrei aspettato un uomo per vent’anni. Io ho detto di no senza pensarci troppo su. Credo che oggi una possibilità del genere non sia concepibile. Le persone non riescono a seguire un video per più di 30 secondi. Nessuno riesce più a vivere il momento. Proprio per questo ho trovato questa esperienza in teatro formidabile. Un film lo puoi mettere in pausa, in teatro sei lì, presente, per quell’intervallo di tempo, che tu sia uno spettatore o un attore. Si crea una magia che ogni sera è diversa. Per me è qualcosa di incredibile, un’esperienza nell’esperienza.

Rosa Z.: la magia del teatro è quella del” qui e ora”, cioè della serie: “io c’ero!”.

Francesca D.:  Sì. Io ci sono con la mia voce, con il mio corpo e con le percussioni, gli strumenti che ho studiato in Conservatorio e quelli che ho scoperto dopo. Anche in questo caso per me è stata fondamentale la guida di mio padre. E diversi incontri che mi hanno ispirato, come quello con Agostino, il mio primo insegnante di mridang, lo strumento indiano che suono, e un suo amico, Paolo Cimmino, che aveva appena vinto la cattedra di Strumenti a Percussione al Conservatorio di Salerno. Mio padre, che mi conosceva meglio di chiunque altro, mi suggerì di studiare le percussioni invece del pianoforte. La cosa mi piacque. Contattammo il Maestro Cimmino e lui mi fece una breve audizione. Mi diede lezioni private per un anno, poi feci l’esame di ammissione al Conservatorio di Salerno e andò bene, arrivai prima. E da lì, con il vecchio ordinamento in cui erano otto anni, feci due anni in uno e mi diplomai in sette anni. Poi mi trasferii negli Stati Uniti, dove rimasi per tre anni e mezzo. Per un anno ho vissuto anche in Australia. Nel 2015 tornai a Napoli e grazie a un ex compagno di Conservatorio feci la conoscenza di Elio Manzo, detto “100 grammi”, fondatore e chitarrista di uno storico gruppo rock napoletano, i “Bisca”. A Elio feci ascoltare alcune canzoni che avevo scritto in inglese e da lì iniziai il lavoro che avrebbe poi portato alla nascita del mio primo album ‘It is Love’. Ho sempre trovato più difficile scrivere testi in italiano.

Rosa Z.: Infatti è più facile scrivere in napoletano, secondo me.

Francesca D.: Sì, il napoletano è molto musicale. Anche una cosa apparentemente banale suona comunque bene perché c’è qualcosa di speciale in questa lingua. Ma c’è anche un altro aspetto che credo abbia influito sul fatto che preferisco scrivere in inglese. Durante l’adolescenza ero una ragazza molto introversa. Non frequentavo molte persone, ero riservata e timida. Non uscivo quasi mai con i compagni di classe, andavo a qualche festa ma raramente uscivo il sabato sera. Non vivevo bene questo stato di cose e questa ferita me la sono sempre portata un po’ dentro. Viaggiando le cose sono cambiate, ho scoperto il piacere della convivialità e negli Stati Uniti ho cominciato anche a scrivere canzoni, utilizzando la lingua con cui stavo imparando ad esprimere le mie emozioni.

Rosa Z.: Quindi tu sei andata negli Stati Uniti e lo scopo del tuo andare negli Stati Uniti era semplicemente conoscere gli Stati Uniti? Volevi andare a Berkeley?

Francesca D.: Ci sono andata per seguire un percorso spirituale legato al mondo della meditazione. Lì ho frequentato un luogo di ritiro spirituale e in quella comunità facevo tanta musica, utilizzando tra i vari strumenti anche il mridang.

Rosa Z.: stavo per chiederti ma questo mix di culture, di vocalità eccetera. Pensavo che tu fossi stata in India.

Francesca D.: Sono stata in India da piccola con i miei genitori. L’ho vissuta più vivendo in Nord America, anche nella musica, nel luogo del ritiro.

Rosa Z.: E dove si trova?

Francesca D.: Si trova a un paio d’ore da New York.

Rosa Z.: ah quindi insomma non nell’America diciamo del Montana ad esempio, dico per dire, cioè dei posti sperduti con le Rocky Mountains…

Francesca D.: È un paesino con paesaggi bellissimi, pieno di alberi, in mezzo alla natura. Ci sono persone da tutto il mondo, e all’epoca ragazzi che sono diventati amici veri. Lì ho cominciato a comunicare, a esprimermi, a entrare in contatto con la mia forza interiore.

Rosa Z.:… come l’incredibile Hulk: si è rotta la camicia e… sei esplosa.

Francesca D.: È così che ho cominciato a scrivere in inglese. Per me è più facile, riesco ad esprimere meglio le mie emozioni.

Rosa Z.: E sei stata in questa comunità tutto questo tempo? 5 anni mi pare che tu abbia detto?

Francesca D.: Prima, dai 18 anni in poi, sono stata lì qualche mese d’estate. Ho imparato a parlare molto bene in inglese. Poi, finito il Conservatorio, mi ci sono proprio trasferita e ci sono rimasta 3 anni e mezzo.

Rosa Z.: Ah, ecco, comunque sempre in questo ambiente, quindi non una cosa itinerante.

Francesca D.: No. Sono rimasta quasi sempre lì. Forse avrei potuto girare di più, ma io sono fatta così. Per me è sempre stato più importante cercare di capire che cosa c’è dentro di me. Anche nel canto è così per me, attraverso il training cercavo ho scoperto cose che facevo già naturalmente e anche modi per rafforzare e prendersi cura della voce.

Rosa Z.: Ti riferisci a questo vocalizzare così?

Francesca D.: Sì, sì, mi veniva naturale già allora.

Rosa Z.: una delle domande che volevo farti era proprio questa: quanto è presente questo canovaccio, diciamo così, perché è troppo liberatorio è troppo espressivo il tuo cantare per me.

Francesca D.: La musica in generale, il suono delle percussioni, la melodia, il canto in particolare, è la mia vibrazione personale.

Rosa Z.: Lo senti, dentro di te. Cioè, non hai bisogno di orpelli, sei tu lo strumento. E questo è la cosa che solo il canto ti può dare.

Francesca D.: Sì, esatto. Ognuno di noi è unico nel canto e la vibrazione che ognuno può produrre può diventare vibrazione comune. Il mio canto è sempre comunque rivolto a Dio o comunque a qualcosa di superiore, qualcosa di più grande che contiene tutto e che è uguale per tutti e che è dentro ognuno di noi. Quando ci si connette a quell’entità, la vibrazione arriva a tutti perché è un linguaggio universale. Magari prendiamo forme diverse, ma siamo fatti tutti dalla stessa materia.

Rosa Z.: “Quella dei sogni” come dice Shakespeare. Esatto. Per questo mi dispiace che anche la voce sia stata, diciamo così, sdoganata attraverso questi orpelli elettronici che sviliscono molto la potenza della voce, l’incisività della voce. Comunque, è così: il canto, in effetti, è preghiera  per qualsivoglia Entità Suprema.

Francesca D.: Sì, ma bisogna anche tenere conto del fatto che i tempi stanno cambiando, anche per quanto riguarda le sonorità. L’autotune, ad esempio, all’inizio non è che mi piacesse tanto ma lo sto rivalutando, dipende sempre come si utilizza e per dire cosa. In ogni caso mi piace quando succede qualcosa che mi porta a mettere in discussione le mie convinzioni. In questo senso per me è stato molto interessante conoscere Daniele Finzi Pasca che è stato in grado di farmi recitare per la prima volta in scena. Ci siamo riconosciuti subito. Abbiamo incrociato lo sguardo e ci siamo visti fin dentro l’anima. E poi c’è un musicista bravissimo con cui mi piace molto lavorare. Si chiama Alessandro Butera, un chitarrista, compositore e produttore procidano che tra le altre cose organizza un raduno di musica manouche a Procida (Il manouche è una branca del jazz come la musica di Django Reinhardt – n.d.r.). Mi ha coinvolto in un progetto che si chiama Samadhi, una parola sanscrita che vuol dire “unire, mettere insieme”. Abbiamo collaborato per “Elementi”, un’opera di sua creazione in cui lui suona la chitarra elettrica e uno strumento a corde indiano, la mohan veena e in cui io faccio vocalizzi e suono varie percussioni, tra cui proprio il mridang. Ne abbiamo fatto uno spettacolo a Procida, di cui c’è anche un video. Eravamo un ensemble di sette musicisti incredibili. Che esperienza meravigliosa! All’evento ha partecipato, alle proiezioni video, anche Michele Lubrano Lavadera che conosceva Luigi Ferrigno, uno scenografo che ha lavorato con mio padre in passato ed è  lo scenografo di questo spettacolo. È stato Ferrigno a indicare me per lo spettacolo con Stefano Accorsi e lo scorso dicembre sono stata convocata per una audizione a Roma. Gliene sarò per sempre grata.

Rosa Z.: e La Niña?

Francesca D.: Sì. Il tour con La Niña era appena finito quando sono andata a Roma per incontrare Daniele. Carola e Alfredo (La Niña n.d.r.) invece mi hanno dato luce in un ambiente che non conoscevo. Il jet-set della musica italiana, quella fatta di arte e contenuti veri. Il mio debutto con la Niña è arrivato dopo sette anni con Eugenio Bennato. Anni bellissimi, a Eugenio devo tantissimo. L’ho conosciuto grazie a Elio Manzo. Mi ha portato in tour con lui, sostituivo la percussionista precedente. A Eugenio devo la gavetta e il fatto di essere diventata una musicista professionista. Eugenio è un maestro, una persona particolare di immensa cultura. Quando parla c’è da rimanerne affascinati. È un grande comunicatore. Senza dimenticarci che e ha scritto dei pezzi meravigliosi che non mi stancherò mai di suonare e che fanno parte della storia della musica.

Rosa Z.: A vederlo così non sembra, sarà che forse è venuto alla luce assieme al fratello che invece era totalmente antipodico nel suo modo di proporsi, nel suo modo di fare musica, nel cosa dire, lui con l’antico, l’altro con l’evoluzione. Non per niente anche Edoardo cantava “Eugenio dice che io sono un disperato”…

Francesca D.: Eh sì, ma tanti dei successi di Edoardo sono stati composti insieme a Eugenio, che è un vero “lyricist”, come si dice in italiano?

Rosa Z.: Un paroliere. Una parola che non si usa proprio più.

Francesca D.: Credo che lui sia uno degli ultimi. Mentre suonavo, durante i suoi concerti di tanto in tanto mi perdevo nei suoi testi, pur conoscendoli bene. Mi emozionano, sono parole piene di poesia, di bellezza. Poi ovviamente c’è il tour. C’è la fatica, perché a ogni tappa il pubblico si aspetta qualcosa di speciale e tu non puoi deluderlo. Ma c’è anche il piacere di conoscere persone nuove, quelle con cui lavori e quelle che vengono a sentirti.

Rosa Z.: Comunque Eugenio è una persona speciale, come si può immaginare.

Francesca D.: Lo è, davvero. E lavorare con una persona come lui ti dà tantissimo. Ma la vita in tour era comunque molto faticosa. In estate c’erano tantissime date. Il 2024 è stato per me un anno davvero molto impegnativo e ho sentito per la prima volta il bisogno di rallentare. Ho chiesto io di fermarmi. Poi sono stata contattata da La Niña. Era già famosa, anche se non aveva ancora raggiunto lo straordinario successo che ha ottenuto con l’ultimo album. Non avevo un’idea chiara del suo progetto per il nuovo disco. Un progetto decisamente diverso da quelli ai quali avevo partecipato in precedenza. Lei e Alfredo Maddaluno, suo co-produttore e co-autore, usano persino l’autotune in alcuni brani. Ma lo fanno con molto gusto, come strumento per disumanizzare la sua narrazione. Sono molto creativi e hanno un intuito straordinario, anche nell’uso delle nuove forme di espressione artistica. La loro musica mi piace tantissimo. Il loro ultimo disco, “Furesta”, è davvero un’opera incredibile.

Rosa Z.: Io ho sentito qualcosa in qualche trasmissione ma sapere chi è non significa conoscere.

Francesca D.: Abbiamo fatto tante prove prima di iniziare il tour. Una ventina di date che poi sono diventate sessanta, per cui lo abbiamo riproposto anche l’anno successivo. Poi sono stata convocata da Daniele Finzi Pasca per “Nessuno – Le avventure di Ulisse”. Mi si è aperto un altro mondo, tutto nuovo.

Rosa Z.: Certo. Ma alla fine cosa ti piace di più? Adesso hai provato: Eugenio Bennato, cantante, agè, musica di un certo tipo, che continua a proporre le sue cose perché c’è tutto uno zoccolo di ascoltatori, di pubblico che lo conosce e a cui fa piacere incontrarlo; La Niña che è una cosa più nuova; il teatro fatto in questa maniera così incisiva, così particolare.

Francesca D.: È un po’ come le percussioni: mi piacciono perché sono tante, diverse l’una dall’altra e mi piace provarne sempre di nuove.

Rosa Z.: Non c’è la possibilità di annoiarti con le percussioni.

Francesca D.: Sono contenta del fatto che il mio lavoro mi dia la possibilità di fare cose diverse, per me è un continuo arricchimento.

Rosa Z.: No, io non ti dico di scegliere, ti dico cosa e dove ti senti più a tuo agio

Francesca D.: In realtà cerco di non smettere mai di imparare. Ricordo gli inizi della mia carriera con Eugenio. Il palco è l’unico luogo in cui mi sono sempre sentita a mio agio, sia che si tratti di concerti sia in teatro. Non so da cosa dipenda, perché credo di essere una persona molto riservata, timida. Quando però mi esibisco in pubblico mi sembra che le persone lo apprezzino. Mi fanno sempre molti complimenti e io non so mai cosa dire. A volte non riesco a dire nulla, è una cosa che non smette di stupirmi. Magari qualcuno avrà persino scambiato il mio atteggiamento per superbia. Spero di no.

Rosa Z.: No, no, io dico di no. Dai forse la sensazione a qualcuno, che …è solo una sensazione.

Francesca D.: Diciamo che forse devo ancora imparare ad accettare i complimenti senza provare imbarazzo, però ovviamente mi fanno piacere. Anzi, stimo le persone che riescono a esprimere il proprio apprezzamento perché io non sempre riesco a farlo con gli altri, proprio per questa mia timidezza. Quando provo a farli a qualche collega mi sento sempre impacciata. Proprio per questo motivo quando qualcuno viene con il cuore in mano a farmi i complimenti dopo un concerto lo apprezzo davvero tanto.

Rosa Z.: invece, sai, io faccio parte di questa categoria, a prescindere dal fatto di scrivere articoli. Il fatto è, che tante volte ti sembra di essere banale, di dire le cose banali. Però è talmente tanta la voglia e l’emozione di incontrare queste persone che vorrei tanto si rendessero conto che sono come i nostri cugini che stanno in America. Noi li vediamo, ci entrano in casa, no? O andiamo al cinema e ti viene da pensare: “vediamo, vediamo cosa sta facendo Johnny a New Orleans”!

Francesca D.: Stefano (Accorsi, n.d.r.) è davvero molto gentile con il pubblico. Non lo conoscevo e non mi aspettavo che fosse così disponibile con tutti.

Rosa Z.: Non si sdoppia, secondo me. Sembra che rimanga lui, senza differenza. Quando sei così famoso e vedi stuoli di signore e signorine che ti vorrebbero abbracciare sia perché gli piaci, poi perché sei anche (e non solo) un’icona di un certo tipo di cinema da 25-30 anni.

Francesca D.: Non credo che sia facile vivere così. Un attore come lui esercita un certo fascino su molte persone, anche senza volerlo. Dietro il personaggio pubblico, però, c’è una persona, con i suoi sentimenti, la sua umanità.

Rosa Z.: Io penso sia una persona adorabile e super professionale.

Francesca D.: È davvero molto professionale, lui come Daniele. Ma io ho percepito subito anche il loro calore, la loro accoglienza. Mi hanno messa subito a mio agio. Per me era la prima volta in un contesto del genere, non sapevo nemmeno come avrei reagito. Poi, quando ho iniziato a lavorare insieme a loro, è avvenuto tutto in maniera fluida, naturale. Daniele è un regista fantastico. L’ho visto lavorare al testo insieme a Stefano. Daniele riusciva a tirare fuori dal cuore e dalla mente di Stefano spunti straordinari. Tutto ciò che Stefano dice durante lo spettacolo per tratteggiare i personaggi dell’Odissea è frutto di quel lavoro, è anche opera sua.

Rosa Z.: ha totalmente introiettato proprio tutto.

Francesca D.: Ha studiato a fondo quei personaggi, sa benissimo cosa rappresentano e conosce il contesto in cui si muovono. Quando recita non utilizza sempre le stesse espressioni. Certo, ci sono passaggi che restano invariati di sera in sera, anche nel dialogo con me. Però lui può concedersi un buon margine di improvvisazione, proprio perché la conoscenza del personaggio gli permette di interpretarlo con una certa disinvoltura.

Rosa Z.: Fa un po’ di jazz.

Francesca D.: Sì, proprio così. Il personaggio è lo stesso, anche se le battute cambiano un po’ tra una rappresentazione e quella successiva. È come se lui si calasse nella mente del personaggio, immergendosi in quel preciso momento della storia: è incredibile.

Rosa Z.: ho visto molti del pubblico ti hanno vista come Penelope. Io non ti ho vista solo come Penelope, tu eri “anche” Penelope.

Francesca D.: Come Stefano non è solo Ulisse.

Rosa Z.: Infatti. Ma lui, con la potenzialità della voce, del dialetto, dell’impersonare il più tragico, del fare Priamo che parla in bolognese, eccetera, per lui, come attore, forse è più facile, diciamo così. Tu no, perché i tuoi personaggi sono i tuoi strumenti. I tuoi strumenti sono le situazioni. (Quando ti sei arrampicata sopra, la struttura, mi fai fatto tremare). La performance con il cajón oppure con il tamburo è così liberatoria alla fine: ma tu lì non sei Penelope. Lo sei anche perché in certi momenti devi esserlo, gli devi dare il destro perché lui ha bisogno di te per la sua confessione… però sei tutto. In quella scena col telo termico che cade e si trasforma in vento e si trasforma in onde e si trasforma in arcobaleno e si trasforma in sangue… ti lascia senza fiato. Poi quando fate lo scambio di “Penelope, Ulisse, Penelope”, sembra che voi vi divertiate in quel momento là. È vero sì o no? Me lo confermi oppure è solo una pantomima?

Francesca D.: Te lo confermo. Mi diverto molto in quello scambio. Ovviamente posso parlare per me, ma credo che sia così anche per lui.

Rosa Z.: Ecco, anche per me è sincero.

Francesca D.: Credo davvero che Stefano sia un grande attore. Talmente bravo che recitare insieme a lui sembra facile persino a me, che non lo avevo mai fatto prima.

Rosa Z.: Fa certe facce, assume certe espressioni… In questo spettacolo è stratosferico. Io l’ho visto crescere perché l’ho visto a teatro nel 2008 che aveva fatto “Il Dubbio”, dove lui è un sacerdote accusato da una suora di pedofilia, affianco ad una grande Lucilla Morlacchi, attrice. Lo avevano fatto per primi Meryl Streep e Phillip Seymour Hoffman in un film (“Il dubbio” (Doubt), film del 2008 scritto e diretto da John Patrick Shanley, adattamento cinematografico del suo omonimo dramma teatrale, vincitore del Premio Pulitzer nel 2005. cinque candidature agli Oscar 2009: per l’intero cast -Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams e Viola Davise per la miglior sceneggiatura non originale – n.d.r.)). E dopo, poco dopo, fecero la versione teatrale con l’adattamento di Margaret Mazzantini. E lì era Stefano Accorsi, che aveva recitato con Muccino, eccetera, ed era un po’ più acerbo. Poi l’ho rivisto con “Azul”, due o tre anni fa, e ieri sera, secondo me, ha fatto un’impennata e della recitazione, della potenza che ha sul palco mi è parso notevole, proprio notevole. L’ho trovato molto molto bravo. Te l’ho detto, per me era l’equilibrio perfetto, lo spettacolo perfetto, perché aveva musica divina, ottima recitazione, un testo di tutto rispetto, splendida messa in scena, accessibile da tutte le angolazioni. Era teatro, vero teatro. Le scene con quella struttura che si trasforma in tutto. Veramente notevole. E poi la scelta della percussionista multitasking è stata secondo me veramente miracolosa. Sono veramente molto molto felice perché questo sarà proprio una pietra miliare della tua carriera questo ti darà la possibilità di poterti indirizzare dove vuoi perché il ventaglio può essere ampio.

Senti, dei famosi percussionisti che ci sono nello spettro musicale, tipo Tony Esposito, Tullio De Piscopo e poi anche magari anche gli stranieri, non so, mi viene in mente Phil Collins, qualcuno ti è servito per ispirarti oppure no?

Francesca D.: Mi viene in mente il mitico Alfio Antico, più unico che raro nel suo genere. Poi come non nominare Michele Maione, mio compagno al conservatorio e grandissimo percussionista; lui mi ha dato le prime dritte sugli strumenti a cornice. Gli devo tantissimo. Tra l’altro è stato lui ad introdurmi a Elio 100gr. Penso anche a Carmine Bruno, il percussionista della Nuova Compagnia Canto Popolare che ha lavorato anche con mio padre. In realtà ho scoperto la NCCP solo dopo aver intrapreso la carriera di musicista. È una cosa che mi succede spesso, magari faccio una cosa e mi dicono che assomiglia a qualcosa che è già stato fatto da qualcun altro. Quando cantavo in adolescenza qualcuno mi ha detto che la mia voce assomigliava a quella di Tracy Chapman. La iniziai ad ascoltare e rimasi colpita. Ora la adoro, anche se non credo la mia voce assomigli alla sua.

Rosa Z.: Guarda, tu hai un’idea di che cosa fu Tullio De Piscopo quando venne fuori?

Francesca D.: Pensa che ho avuto la fortuna di incontrarlo, ci ho fatto anche un concerto grazie al mio maestro.

Rosa Z.: Adorabile. Io lo amo particolarmente.

Francesca D.: Una persona eccezionale.

Rosa Z.: anche Tony Esposito.

Francesca D.: È un musicista pazzesco. Ho conosciuto anche lui e sono orgogliosa di aver ricevuto i suoi complimenti.

Rosa Z.: Pensa che con “Kalimba del Luna”, il suo momento extra pop, 7 milioni di dischi ha venduto in tutto il mondo.

Francesca D.: Io ho sempre vissuto un po’ fuori dal mondo. Da qualche anno però sto cercando di recuperare. Ascolto molta musica. Mi piacciono i musicisti che hanno groove.  Il virtuosismo non mi attira particolarmente. Non è nelle mie corde e tutto sommato non mi è mai venuta la voglia di studiare 10 ore al giorno per stupire il pubblico con uno sfoggio di tecnica. Anche nell’ascolto apprezzo il virtuosismo solo se ha un senso rispetto al contesto musicale, e comunque deve essere racchiuso in uno spazio contenuto. Deve essere uno strumento tecnico che consenta di esprimere qualcosa in un particolare momento, per trasmettere un’idea o un’emozione. Se è fine a sé stesso lo trovo privo di senso.

Rosa Z.: io sono perfettamente d’accordo. Il virtuosismo lo puoi fare ma breve e alternato; poi secondo me, i silenzi anche sono molto importanti.

Francesca D.: Il silenzio è fondamentale, è una componente essenziale del groove. Uno dei miei batteristi preferiti è Benny Greb. Non so se lo conosci. Un batterista tedesco fortissimo, un esempio di groove, fraseggio, musicalità e tecnica stratosferica usata con parsimonia e nei momenti giusti. La sua musica ha una forza che arriva al cuore.

Rosa Z.:  Comunque tu sei una parte integrante dello spettacolo. Cioè, senza te lo spettacolo non avrebbe la stessa potenza e sia Daniele che Stefano ne saranno ben consapevoli forse.

Francesca D.: Daniele è stato il sarto perfetto. Mi ha cucito Penelope addosso mettendo in luce tutte le mie qualità e a mio parere, tirando fuori il meglio anche da Stefano. Il tutto in un’atmosfera di assoluta sintonia creativa ed emotiva. È la mia prima esperienza in questo ambito, ma a quanto ho capito non credo che sia una cosa che succede sempre. Mi sento come un uccellino nel nido su un albero altro alto, con la mamma che gli dà un calcio e dice “VOLA”!

Rosa Z.: Senti, mamma e papà sono venuti a Salerno, alla prima assoluta?

Francesca D.: Mamma e papà sono venuti alle prime di Verbania e Salerno. Mia madre ha detto alle sue amiche che vuole vedere questo spettacolo quattro volte. Lei è così. Si preoccupa per il mio futuro. Poi però mi sostiene sempre. Lo ha fatto quando ero nel gruppo di Eugenio Bennato, lo ha fatto con La Niña e lo fa oggi. Sa che ogni esperienza mi dà qualcosa di prezioso. Eugenio mi ha portato nelle piazze di mezza Italia e su palchi prestigiosi in Italia e all’estero con la sua musica popolare. Con la Niña ho conosciuto il mondo del pop e della musica indie, l’emozione dei grandi concerti. Un mondo totalmente diverso, in cui i fan pagano il biglietto per vedere lo spettacolo.

Rosa Z.: E il pop, c’è poco da dire. si chiama pop come popolare, per cui vuol dire che la gente ti conosce.

Francesca D.: Poi è arrivato anche il teatro, chissà cos’altro succederà.

Rosa Z.: La tournée sarà lunga, avete molte date?

Francesca D.: Si termina il 2 aprile, sono 45 date in tutto.

Rosa Z.: Eh, però non è un spettacolo certo che rimane là, lettera morta, immagino.

Francesca D.: Non credo proprio, anche perché ci sono tante altre città importanti nelle quali non è ancora andato in scena. Credo che verrà riproposto l’anno prossimo. Speriamo.

Rosa Z.: Quindi ormai sei nell’organico de La Niña.

Francesca D.: Mi è piaciuto tantissimo lavorare con lei e spero tanto di continuare. Ho anche altri progetti. Uno che per me è molto importante si chiama “Curanime”. Eseguiamo brani della tradizione popolare e li riarrangiamo in chiave elettronica.

Rosa Z.: Tu suoni o canti?

Francesca D.: Entrambe le cose. Sono soprattutto brani tradizionali pugliesi, lucani e calabresi, ma vogliamo inserirne anche qualcuno campano. Il primo disco uscirà quest’anno credo e lo trovo davvero bello. È molto atmosferico, particolare. Con me ci sono Sonia Totaro, cantante che fa parte della band di Eugenio Bennato e il musicista e produttore Umberto Lepore.

Rosa Z.: Umberto Lepore lo conosco, Sonia Totaro no.

Francesca D.: Umberto nasce contrabbassista e bassista che spazia tra mille generi diversi, ma è bravissimo anche con le tastiere e con la programmazione. Insomma, è un musicista incredibile.

Rosa Z.: Tanta, tanta carne al fuoco.

Francesca D.: Sì, davvero tanta. Certo, incastrare i vari impegni non è sempre facile, ma fa parte del mio lavoro.

Rosa Z.: Anche perché non siete tanti con personalità come la tua, così poliedrica…

Francesca D.: Non tutti hanno la fortuna di poter fare entrambe le cose, cantare e suonare allo stesso tempo. Io ci riesco e mi piace molto. Però non è tutto rose e fiori. A meno che tu non sia un personaggio molto famoso devi essere un po’ tu il manager di te stesso e non è una cosa facile, almeno per me. Forse riuscirei a farlo per qualcun altro, ma dare un valore a sé stessi e al proprio lavoro è più complicato. E poi la gestione della comunicazione, la scelta tra un impegno e l’altro, sono attività che richiedono tempo, studio, fatica e attenzione. Insomma, è un lavoro diverso dal mio. Io vorrei vivere solo di musica ma purtroppo sono costretta a occuparmi anche di questi aspetti. L’aspetto positivo è che, almeno per il momento, non devo preoccuparmi per la mia privacy. Non sono così famosa da attirare i paparazzi.

Rosa Z.: Senti, l’ultima cosa che ti chiedo poi dopo basta, ti devi riposare la voce. Un messaggio da mandare ai giovani, al tuo pubblico o al pubblico in generale, brevissimo. Cosa ti senti di dire ai tuoi fan, a chi ti conosce, a chi non ti conosce?

Francesca D.: Vorrei dire a tutti che la musica non è una cosa riservata a pochi eletti. È un linguaggio universale, che appartiene a ognuno di noi e che ognuno di noi deve cercare. Il mondo ha bisogno di cultura e di arte, di persone che, con la propria capacità di comunicare e di esprimere le proprie emozioni, ci aprano gli occhi e la mente. Per questo credo che sia importantissimo andare a teatro, guardare film, visitare i musei e le mostre d’arte. Così come fare musica è creare arte, anche se non si aspira a diventare artisti. L’arte nutre la nostra anima e ci rende felici, per cui deve far parte di noi, della nostra quotidianità.

Rosa Z.: Bellissimo, hai ragione, hai ragionissima! Bene, ti ringrazio tanto.

Francesca D.: Grazie a te.

Rosa Z.: Sono proprio contenta di averti conosciuta, è un’esperienza indimenticabile.

In effetti l’intervista non è finita qui, abbiamo parlato tanto di Napoli e del Napoli, di cui Francesca è tifosissima (anche io, però mi difendo). Ho abbracciato l’emozione di una giovane donna della mia terra, della mia città, del mio quartiere, e comunque entrambe donne del mondo.

Uno scambio meraviglioso e affascinante.

Vola, pulcino mio, vola e regala il cielo dell’Arte a tutti noi che ne abbiamo un gran bisogno!

Da Trieste per oggi è tutto

Rosa Zammitto Schiller

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