Muzzi, il lavoro, la passione e i giovani

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di Tommaso Chimenti

Andrea Muzzi ci ha abituato ai suoi personaggi tratteggiati in punta di penna, descritti con l’accortezza, la delicatezza e la sensibilità dei guanti di velluto. I tipi che porta in scena sono sconfitti senza piangersi addosso, perdenti senza essersi però rassegnati. Anzi, sono resilienti perché continuano, perseverano, hanno quella grinta e costanza, seppure il mondo là fuori non li consideri mai all’altezza e li sottovaluti relegandoli in fondo alla coda dei pretendenti per un posto al sole, che gli permette di continuare a sognare e si sa che un uomo con un sogno può volare anche restando con i piedi a terra. Anche stavolta Muzzi (regista e autore; tra poco inizieranno le riprese del suo nuovo lungometraggio mentre con il precedente “All’alba perderò” su Prime Video aveva totalizzato oltre quattro milioni di visualizzazioni) è riuscito a creare un piccolo gioiellino di semplicità, comicità e perché no anche saggezza su questi nostri tempi amari e avari di soddisfazioni per la stragrande maggioranza di noi, noi che avremmo voluto e desiderato di più, noi che ci saremmo meritati sicuramente di più e meglio ma che ci è toccato fare buon viso a cattivo gioco, e sorridere davanti alle sconfitte anche a quelle ingiuste, chinare la testa e dire “Sarà per la prossima volta” (visto al Teatro delle Spiagge di Firenze che propone sempre una programmazione attenta all’innovazione, alla ricerca, al teatro fatto di persone, sguardi, confronti, parola). Ma in questa occasione c’è uno scarto ulteriore perché, come dicevano negli anni ’90 gli autori comici interisti Gino & Michele “Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano”. E allora dalle tante batoste, dai tanti schiaffi presi, dalle infinite porte in faccia accumulate, dai tanti no ricevuti, può nascere una sincera, sentita rivoluzione perché questo mondo, questo Sistema nel quale viviamo che premia sempre non il più bravo ma il più prepotente e violento, se ne approfitta delle persone buone, di chi sta dentro e rispetta le regole, di chi ha come unica arma l’educazione per fronteggiare il malessere, la cattiveria e l’arroganza.

A questo tema predominante si affiancano altri due anch’essi fondamentali: il rapporto tra le generazioni (in scena per la prima volta suo figlio, Arturo, spigliato, buona spalla e ottima prova la sua essendo un debutto assoluto in teatro) e il rapporto con il mondo del lavoro connesso ai sogni. In un sottoscala, in uno scantinato pieno di oggetti di scena un attore di mezza età cerca ancora una motivazione per continuare ad andare sul palco perché quello è sempre stato il suo sogno fin da ragazzo e ha fatto di tutto pur di raggiungerlo, aggrappandosi, senza mai mollare. E ha dovuto ingoiare bocconi amari, trasferte, alberghi di quart’ordine, sottopagato, mai valorizzato, buttato in un camerino senza dignità come questo che camerino non si può certo chiamare. Si apre il cassetto delle confessioni, degli aneddoti, dei ricordi del palco, delle quinte, dei grandi attori in compagnia e gli occhi gli luccicano, anche se nelle difficoltà e avversità le gioie, di stare in quel mondo di polvere di stelle, di battute e dialoghi, di autori e registi, di costumi e tournée, sono state infinitamente più memorabili dei dolori inevitabili. Ogni tanto fa capolino il direttore di scena, un ragazzotto ben vestito che palesemente non vorrebbe stare in quel luogo perché non lo conosce e nessuno gliel’ha fatto amare: è lì solamente perché la paga è buona e lo ha messo lì un suo parente, parcheggiato perché nel lavoro dei suoi sogni (il botanico) non c’è spazio e i soldi sono pochi. La domanda di fondo è sempre quella: inseguire ad ogni costo i propri desideri per realizzarsi lavorativamente, personalmente ed esistenzialmente o ripiegare su un mestiere più redditizio che però ci rende infelici e aridi, stanchi e depressi e demotivati? Le vacanze e la macchina nuova riusciranno a sopperire alla mancanza di felicità quotidiana nell’alzarsi ogni mattina per andare a fare qualcosa che non ci è mai piaciuto o è meglio insistere e non lasciare la presa su un qualcosa che ci renda orgogliosi e che ci riempia non le tasche ma il cuore?

Screenshot

Muzzi (a tratti mostra la leggerezza di Renato Pozzetto in altri momenti l’allure di vittima sacrificale alla Carlo Verdone) qui ci parla di vocazione e lo fa parlando ai giovani, a suo figlio, in una sorta di scossa, di motivazione, di esortazione a non farsi prendere dallo sconforto, a non arrendersi di fronte alle difficoltà che inevitabilmente il mondo del lavoro e quello degli adulti presenteranno. Nel suo racconto (in qualche modo ci ha ricordato l’ultimo spettacolo di Adriano Miliani “Il colloquio”), sempre ironico, cabarettistico e salace, le battute si sprecano all’interno della narrazione: “L’unico modo per un attore di avere la pensione è diventare buddista. Aspettando la reincarnazione”. Assennatezza sparsa e perle di buon senso: “La gavetta è come le montagne russe, chi sta fuori si diverte ma chi sta dentro se la fa addosso”, e ancora “Per noi quando si chiude una porta si rimane sul pianerottolo”. E quel refrain che abbiamo sentito più e più volte dirci con una pacca sulla spalla e un sorrisetto di traverso finto bonario: “Non te la prendere, sarà per la prossima volta”. Perché tutti noi abbiamo sofferto e subito quello che Muzzi chiama il “blocco”, ovvero quel tappo, nel suo caso l’attore di grido, che ci ha relegato al secondo posto che in definitiva è il primo degli sconfitti; ci è mancato sempre quel gradino, quello step ulteriore che ci portasse dall’aver fatto trenta al fare trentuno. Abbiamo fatto del nostro meglio ma non è bastato, c’è sempre stato qualcuno più bravo, più talentuoso, oppure più inserito, più giovane, più bello, con più conoscenze o amicizie o parentele, roba contro le quali non puoi combattere ma soltanto sorridere perché forse, eventualmente, un giorno, potranno sceglierti dal mazzo per fare il gregario alimentando la loro gloria e fama. E’ difficile essere l’uomo giusto al momento giusto perché ci si mette la sfortuna e ci coglie alle spalle la frustrazione e quella sensazione di sentirsi un impostore mai troppo bravo per poter stare in quel contesto. Gli ultimi saranno i primi vale soltanto se credi, qui sulla Terra vige invece, salvo pochissimi casi, la regola de gli ultimi saranno gli ultimi. Muzzi è un underdog, uno che con il lavoro e la tenacia (ha inventato a Firenze la seguitissima rassegna di cinema lo “Stenterello Festival”) ce l’ha fatta. Ma quanta fatica. Ma la fatica è necessaria e salvifica per la soddisfazione, per sentirsi in pace con se stessi, per guardarsi allo specchio, finalmente soddisfatti e pacificati, e dirsi: “Ho dato tutto”. 10, 100, 1000 Muzzi. Non mollare mai dovrebbe essere il mantra da sussurrarci ogni mattina alzandoci da sotto le coperte per non farci più dire: “Sarà per la prossima volta”. La prossima volta è ora, la vita è adesso.

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