“Il gabbiano” di Anton Čechov è di nuovo a Trieste, sulle scene dal 12 al 15 marzo 2026, ospite della Stagione di Prosa del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia.
Filippo Dini, attore e regista abile, sensibile e versatile, affronta l’opera un testo fondamentale nella storia del teatro. Dini, già conosciuto per la sua interpretazione di opere contemporanee e classiche, interpreta anche il ruolo di Trigorin in questa nuova lettura del dramma, che coinvolge un cast di altissimo livello, tra cui Giuliana De Sio che, dopo aver conquistato il pubblico triestino nella stagione passata in “Cose che so essere vere” di Andrew Bovell, incarna qui il ruolo complesso e palpitante della diva e madre Irina Nikolaevna Arkadina. È la più carismatica e potente figura, forse, del “piccolo gruppo di esseri speciali” come li definisce il regista Filippo Dini. Questa figura rappresenta una delle anime di un gruppo di personaggi complessi, riuniti in un luogo ameno e amato, isolato e pieno di personaggi brucianti di passioni (positive e negative) e tante, troppe, inutili contraddizioni.
Čechov offre una rappresentazione sconvolgente e universale dell’umanità, dando vita a un esperimento che mostra come dieci individui, messi insieme, affrontano inevitabili fallimenti dei loro desideri. I personaggi sono coinvolti in una rete di amori non corrisposti e miserie emotive. Dini spiega le relazioni intricate tra i personaggi: Medvedenko ama Maša, che ama Kostja, il quale ama Nina. Nina e Arkadina amano Trigorin, mentre Polina ama il dottor Dorn, ma nessuno dei loro sentimenti è realmente ricambiato. In questa pièce, l’amore è tutt’altro che catartico, tutt’altro che salvifico. Non c’è spazio per un Amore che perdona e rinasce dalle sue ceneri.
Questa storia esplora come le migliori qualità delle persone possano essere distorte dalle regole della società. Le tensioni di questi sentimenti infranti risuonano potenti tra il pubblico, mostrando come, alla fine dell’Ottocento in Russia come oggi, le persone possano vedere i loro migliori talenti e le loro passioni svanire. “L’allegra comitiva” di “Il gabbiano” inizia con buone intenzioni, ma si dirige verso l’oblio e il dolore assoluto. Domina il tutto l’immagine dell’uccello che dà il nome ed è simbolo del dramma corale, totale, che osserva dall’alto questo microcosmo che altro non è che lo specchio deformato e deformante di tutto ciò che li circonda. L’uccello, bellissimo e pieno di contraddizioni, elegante ma anche volgare, goffo e sublime alla fine trova una morte vile, simboleggia questa tragica sorte dei personaggi che vedono i loro sogni infrangersi e polverizzarsi, rappresentando la brutalità della vita e il destino della compagine umana.
Il sipario si presenta aperto, con un drappo bianco che attraversa tutto il proscenio e cade giù dal palcoscenico verso la platea: fa già comprendere che cela un abisso. Il fondale è il panorama di un lago contornato da alture realizzato a carboncino, in bianco e nero, con alcuni punti di luce, mentre alcune sedie sdraio accompagnano l’idea che sia estate, mentre un tavolino pieghevole in legno ospita un pc notebook aperto, affiancato da un cavalletto munito di telecamera.
Si coglie immediatamente la chiave moderna con cui è stata messa in scena l’universalità e l’eternità dell’autore. Seppure il testo sia rispettato (a parte l’incipit che ha visto una aggiunta connessa allo “spettacolo di Kostja”, quello che il ragazzo mette in scena per scioccare e blandire al tempo stesso la madre e il suo compagno), il taglio contemporaneo, gli abiti assolutamente attuali nel colore e nella foggia, gli atteggiamenti e le movenze fanno comprendere quanto di noi, dell’umanità del nostro tempo, della disumanità del nostro tempo ci sia in quel capolavoro. E ci sarà sempre.
Filippo Dini, nella sua profonda e sensibile regia, enfatizza come l’opera rifletta una società in crisi, una “umanità alla fine” in attesa di una rivoluzione, di un’apocalisse imminente che cambierà tutto, pronta a distruggere il mondo così come lo conosciamo.
Dini è un Boris Aleskseevič Trigorin “tutto suo”, non acchittato e damerino, come siamo abituati a vederlo. Abiti sgargianti, camiciole, cappelli, occhiali da sole. È un uomo superficiale, approfittatore, vanesio, montato, presuntuoso, immodesto, pieno di sé, a volte inadeguato, sempre alla ricerca di un qualcosa da dimostrare però. La dimostrazione della sua inadeguatezza è palesata dalla sua balbuzie, la chiave con cui Dini ha scomposto, reso scomposto e scompaginato il personaggio.
Giuliana De Sio, elegante e fasciatissima negli abiti da diva griffata, è una centratissima Irina Nikolaevna Arkadina, con le sue frivolezze, le sue cecità, i suoi dubbi celati da un egocentrismo e da una presunzione deleteria.
La Nina interpretata da una giovanissima e sorprendente Virginia Campolucci ha un abbigliamento sbarazzino (short, maglietta col logo dei Rolling Stines, calze a rete, anfibi) e capelli cortissimi color platino, che completano un personaggio dal carattere inizialmente sbarazzino e quasi disimpegnato. Nina è innamorata: innamorata del mondo, del teatro, della vita. È entusiasta e sorridente. Fiduciosa e ottimista. Illusa e sognatrice. Facile preda del serpente stritolatore Trigorin. La devastazione finale regna nell’interpretazione di Virginia. Lei è Nina.
Il Kostantin Gavrilovič Treplev (Kostja) di Giovanni Drago è proprio un ragazzo di oggi, sia fisicamente che come interpretazione. Istrionico e isterico, deluso, amareggiato, avvilito, scoraggiato, depresso, insoddisfatto, demoralizzato, demotivato. Mi ha ricordato molto Jim Morrison dei Doors.
Potrei citare tutti gli interpreti, tutti egualmente bravissimi, molto veri, credibili, attendibili, plausibili, verosimili personaggi di ieri e di oggi. E di domani.
La messa in scena di Dini introduce anche un elemento contemporaneo e pop molto caratterizzante inserendo canzoni cantate dal vivo dagli attori che, interrompendo la narrazione classica, esprimono emozioni, solitudine e stati d’animo dei personaggi in chiave moderna e grottesca. Parlo, ad esempio, di “Skyfall” di Adele, cantata da Enrica Cortese (nel ruolo di Maša), “provvista” di pancione e velo da sposa, eseguita in un momento tragicomico e toccante, oppure “I Still Haven’t Found What I’m Looking For” degli U2, cantata con voce tremolante e poi aggressiva da Virginia Campolucci (nel ruolo di Nina) che esprime la ricerca interiore, l’illusione e l’inquietudine del personaggio.
Ovviamente questa è una chicca che è comprensibile da chi ha idea dei brani e dei testi, al fine di collocarli correttamente nel contesto čhecoviano.
Ho amato molto questa versione de “Il Gabbiano” e questa ideazione di Filippo Dini. È davvero un maestro nel proporre un teatro affascinante e commovente. Non dà solo l’idea di un classico, anzi un classico dei classici del teatro, una pietra miliare nella storia del teatro mondiale. Sembra di assistere e quasi essere coinvolti in una storia di violenza e di “aberrazione” come quelle che vediamo nelle serie delle piattaforme, cui siamo abituati o, meglio ci hanno abituati.
Ci sono stati vari momenti molto toccanti ma la mia mente e i miei occhi sono rimasti fissi sul momento in cui viene ucciso il gabbiano: la scena, su cui predomina il bianco e il nero, il giorno e la notte, lo yin e lo yang, dopo l’esplosione del colpo si tinge di rosso, come se un immenso schizzo di sangue avesse iniziato la devastazione ed avesse tinto tutti i problemi, i segreti, i silenzi, i vuoti e i pieni dei protagonisti. Di tutti i protagonisti. Questa immagine davvero è rimasta impressa dentro di me, come un urlo di dolore, non solo del povero volatile e della metafora che incarna, ma del mondo, di tutto quel mondo che c’è al di là e al di qua del palcoscenico e del testo di Anton Čechov. Quel mondo difficile, orrendo, violento, inumano e disumano che ci aspettava lì, fuori dal potere salvifico del teatro.
Da Trieste per oggi è tutto
Rosa Zammitto Schiller
IL GABBIANO
di Anton Čechov – traduzione Danilo Macrì
regia Filippo Dini
personaggi e interpreti
Irina Nikolaevna Arkadina: Giuliana De Sio
Kostantin Gavrilovič Treplev: Giovanni Drago
Petr Nikolaevič Sorin: Valerio Mazzucato
Nina: Virginia Campolucci
Il’ja Afanas’evič Šamraev: Gennaro Di Biase
Polina: Andreevna Angelica Leo
Maša: Enrica Cortese
Boris Aleskseevič Trigorin: Filippo Dini
Evgeneij Sergeevič Dorn: Fulvio Pepe
Semen Semenovič Medvedenko: Edoardo Sorgente
regia della scena “lo spettacolo di Kostja”: Leonardo Manzan
drammaturgia e aiuto regia: Carlo Orlando
scene: Laura Benzi
costumi: Alessio Rosati
luci: Pasquale Mari
musiche: Massimo Cordovani
foto e video: Serena Pea
produzione: Teatro Stabile del Veneto: Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino: Teatro Nazionale, Teatro di Roma: Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro di Napoli: Teatro Nazionale
si ringrazia per la preziosa collaborazione: Fabbro Lamecca Design

