di Tommaso Chimenti
Possiamo dire di aver visto tutti gli spettacoli di Mario Perrotta e tutti ci hanno lasciato qualcosa, un interrogativo, una riflessione, un punto sul quale dibattere. Per Mario, leccese ma bolognese d’adozione, stare in scena, scrivere per la scena, calcare la scena non è mai intrattenimento. C’è gestazione e pensiero nelle sue parole, c’è calma e sturm und drang, ci sono i temi sociali e civili e c’è tanta umanità. Personaggio di spicco e di spessore del nostro teatro, amato dalle folle, personaggio di carattere. Il suo modo di stare in scena non è stato, e non è, soltanto quello del narratore sulla sua seggiola, metodo che aveva portato avanti con “Milite ignoto” e prima ancora con “Italiani cincali” e “La turnata” e in qualche maniera riprendendo quella forma anche con “Come una specie di vertigine” dove è, possiamo dirlo, inchiodato al una struttura metallica quasi poltrona, quasi Vergine di Norimberga. Ma poi sono memorabili le sue trilogie: la mitica “Bassa continua”, vero e proprio miracolo organizzativo, “Versoterra” con spettacoli all’alba sulle coste salentine, e quella della Famiglia, del padre, della madre, dei figli, fino all’omaggio a Domenico Modugno con “Nel blu”. Ha carisma, forza e una sua performance non può lasciare indifferenti, sa come toccare corde nascoste, sentimenti, vitalità. E’ uno dei fiori all’occhiello della nostra drammaturgia anche perché è spiazzante e quando pensi, credi, di averlo inquadrato cambia rotta, si sposta, non si fa prendere dentro etichettature. Gli abbiamo fatto qualche domanda. E’ un piacere ascoltare, leggere, le sue risposte, mai banali.
Se ti dico Lecce, Salento, cosa ti viene in mente?
“Mi viene in mente un aggettivo: ancestrale. Qualcosa di atavico di cui mi sono riappropriato con il mio primo spettacolo, Italiani Cìncali!. Il mio dialetto, casa mia, dove sono cresciuto, la pancia, la terra, i colori della mia terra, quella roba che pervade il corpo e di cui non puoi fare a meno anche se tu lo volessi”.
L’università e i tuoi anni bolognesi.
“L’università è stato un triplo salto mortale: sono partito come tutti i miei compagni del Liceo Scientifico per fare Ingegneria, sostenuto e superato il primo esame di Analisi I, il giorno dopo cambio facoltà e decido di andare a Filosofia. Mi laureo con lode in Estetica con una tesi su Pirandello. È stata una sorta di parte teorica complementare agli studi e al lavoro che avevo iniziato a fare, cioè quello dell’attore di teatro. Sono stati anni meravigliosi, in cui ho fatto letteralmente “lo studente universitario” nel senso più debosciato del termine: lezioni all’università (poche), studiare (poco), gozzovigliare fino alle quattro di mattina, per poi preparare gli esami in due settimane furenti in cui mi chiudevo in casa. Il resto era tutta vita. Parallelamente, però, facevo la persona “seria” frequentando la scuola di teatro e poi fondando il Teatro dell’Argine”.
Quando e come hai scoperto che volevi fare l’attore, il narratore di storie?
“So esattamente quando è stato: avevo cinque anni. Sono andato in scena con mio nonno, che era l’attore dialettale principale di Lecce, in un teatro da 1400 posti strapieno proprio perché in scena c’era lui. Quando sono entrato tutti hanno capito che ero il nipote annunciato nei manifesti come “Mario Perrotta junior” ed è scoppiato un applauso da questo forno nero oltre il quale non vedevo nulla. Quel preciso istante fu come una rivelazione. Ricordo esattamente di essermi detto: voglio fare questo per tutta la vita”.
Cosa fa Mario Perrotta quando non scrive o non è su un palco a provare o a recitare?
“Cerco di passare tutto il tempo che mi resta libero, da tournée, scrittura e regie, con mio figlio, sperando che sia vero che conta più la qualità della quantità del tempo che passi con i figli. Negli orari in cui lui è a scuola, se posso, costruisco mobili, dopo averli rimandati per mesi; e mentre le mani procedono, nascono in testa nuovi progetti”.
Il tuo rapporto con la Natura.
“Quello con il mare è, appunto, ancestrale. Lo ritengo il mio elemento naturale ancor più che la terra. L’ho vissuto a fondo, soprattutto fino alla giovinezza; ho rischiato anche tanto. Adesso lo frequento meno, ma tutte le volte che lo vedo, anche solo dall’autostrada, è come ritrovare un pezzo di me. Ho riscoperto da poco anche la montagna, alla quale mi ha iniziato mio padre e tutti i suoi fratelli: ogni estate si partiva un mese in roulotte per una qualsiasi meta dell’arco alpino. Adesso approfitto delle vacanze natalizie per andar a sciare con mio figlio mentre d’estate, man mano che il calendario delle tournée si riempie, rimpiango di non avere il tempo per passare un mese tra sentieri e dislivelli. Ma appena posso, anche per pochi giorni, lo faccio”.
Il tuo rapporto con l’Aldilà.
“Essendo di fede atea (perché si è atei per fede come si è credenti per fede), ho un mio personalissimo pantheon intimo composto da persone care che non ci sono più, che abitano nei miei pensieri e con le quali parlo, mi confronto e a volte discuto, pur sapendo che sto parlando con ciò che io stesso ho ritenuto delle loro esistenze. Mi limito a questo. A mia volta, spero di restare nel cuore di qualcuno quando non ci sarò più e che quel qualcuno parli con me”.
Quali personaggi, storie, situazioni vorresti affrontare teatralmente nei prossimi anni?
“Dividerei l’argomento in due sezioni: i classici che mi piacerebbe affrontare e la nuova drammaturgia. Per i classici, spero che arrivi presto l’età o l’occasione di affrontare, in ordine sparso: Uno sguardo del ponte di Miller, Enrico IV di Pirandello, Eduardo (con molta cura, attenzione e rispetto); una nuova versione del Misantropo di Moliére e di nuovo Miller con Morte di un commesso viaggiatore. Per quanto concerne nuove scritture, ho già in testa altri due personaggi straordinari del ’900 che affronterò nei prossimi tre anni e che – come sempre accade nelle mie drammaturgie – rappresentano altro, qualcosa che travalica le vicende esistenziali del personaggio in sé per diventare emblema di qualcos’altro, così come è accaduto con Antonio Ligabue – che per me ha rappresentato la possibilità di ragione sulla diversità – o con Domenico Modugno che mi ha dato la possibilità di riflettere intorno alla parola felicità e alla tristezza dei nostri tempi. Anche questi due personaggi che ho in mente sono legati strettamente alla musica. Probabilmente comporranno una trilogia insieme a Modugno, che vorrò chiamare “Trilogia del microfono”, perché il microfono che mi accompagna in scena in Nel blu, così caratterizzante un’intera epoca del pop, del jazz e del rock, potrebbe migrare tranquillamente negli altri due spettacoli trovando una sua precisa ragion d’essere anche in essi”.
Come definiresti l’uomo Mario e come l’artista Perrotta?
“Anche qui userei un solo aggettivo: appassionati. Essendo le due figure inscindibili – almeno nella mia percezione – non posso che definirli entrambi nello stesso modo. Di fronte alle “irrequietezze” che danno origine alle mie creazioni come fare a scindere l’uomo dall’artista? Affronto la vita – e quindi anche la creazione artistica – con la stessa passione, con la stessa cura meticolosa, fino al limite della puntigliosità, e spesso la pago caramente questa mia “ostinazione” verso la profondità delle cose, perché quest’epoca non è certo quella che può definirsi un’epoca tendente all’approfondimento, pressata com’è dall’urgenza dell’hic et nunc dettata dai social”.
Una cosa che non può mai mancare nella tua vita.
“Due: il bisogno di esercitare costantemente un pensiero complesso, un punto di vista critico e laterale sulle cose del mondo; i dolci, in qualunque fattezza si presentino”.
Qual è la tua routine giornaliera?
“Forse la parola più lontana da me è proprio “routine”. Non saprei dire se ho vissuto due giorni di seguito uguali. L’unica costante delle mie giornate è fare spettacolo alle 21:00, tant’è vero che vado in crisi nei teatri che anticipano di un quarto d’ora o mezz’ora, o peggio ancora nelle pomeridiane, perché mi levano l’unica certezza della mia esistenza”.
Per il resto è un mix di viaggi, scritture in viaggio, scritture a casa, scritture in b&b, passeggiate dovunque, pranzi gestiti al volo, vacanze rubate ai buchi che restano in mezzo alle tournée, sveglie presto per partire per un’altra piazza, sveglie alle 15 quando scrivo gli spettacoli fino alle 7 del mattino”.
Ti piace la vita di tournée?
“Infinitamente, purtroppo. Ricordo tanti colleghi che in gioventù hanno mollato questo lavoro proprio perché non reggevano la vita di tournée. Io ne sono talmente assuefatto e dipendente che dopo un mese nello stesso posto comincio a fibrillare. Ho bisogno di andare, anche solo per andare: anche perché guidare è l’unico momento in cui riesco a tacere e mi metto a pensare”.
Cosa significa per te la parola famiglia.
“Non certamente una questione di sangue. Ho abbandonato da tempo questo senso della famiglia come appartenenza carnale. Piuttosto mi piace considerare “famiglia” tutte le persone con le quali c’è una comunione di intenti ed esistenziale”.
Com’era il Mario Perrotta ventenne?
“Ero monomaniaco. Ero già al secondo anno di scuola di teatro e dividevo le mie giornate tra leggere tutto ciò che potevo di teatro, le lezioni a scuola di teatro e vedere tutti gli spettacoli possibili (ci andavo anche quattro volte alla settimana. Procedevo così: ordivo imboscate ai protagonisti di turno che aspettavo all’ingresso artisti sin dalle 18. Mi presentavo e poi lì “addolcivo” con una frase standard: “Volevo farle i complimenti per quello che lei rappresenta nel teatro italiano”. Seguiva lo stupore del malcapitato e la mia seconda frase da libro Cuore: “Sono uno studente universitario senza aiuto da parte dei genitori, mi mantengo solo e non riesco ad avere soldi per vedere spettacoli a teatro. Ma questo spettacolo non lo vorrei perdere. Potrei chiederle cortesemente un biglietto?” Quasi tutti me ne lasciavano due – Glauco Mauri addirittura quattro – che dividevo con qualche compagno di scuola di teatro. Solo uno, di cui non faccio il nome, mi disse “Te ne lascio uno ma solo se vieni con un’altra persona che paga”. Scoprii in seguito che la sua taccagneria era leggendaria nel teatro italiano. Finita la serata a teatro o a scuola, mi abbandonavo fino alle quattro o cinque del mattino alla vita notturna di Bologna, con tutto ciò che questo comportava”.
I libri che ti hanno formato.
“Dovrei citare almeno la metà dei libri di filosofia studiati per la laurea, conseguita non per interesse professionale ma perché quei libri, probabilmente, li avrei letti anche solo per mio piacere. È stato proprio così, confrontando il mio pensiero con quello dei grandi pensatori, che ho modellato inconsciamente la mia visione dell’esistenza. In letteratura, così a caldo: Orzowei all’età di otto anni, che mi sembrò chiarificatore rispetto all’essere un “diverso” in una comunità, come io mi sentivo da unico figlio di separati in un Sud estremamente bigotto e cattolico. E ancora America di Kafka, Memorie dal sottosuolo, Il giocatore di Dostoevskij, L’umorismo di Pirandello, Bouvard e Pécuchet di Flaubert, gran parte dei testi di Calvino. Oltre a tutto il teatro letto, che però non prendo in considerazione per questa risposta”.
Raccontaci il tuo processo creativo, come nascono le idee per poi concretizzarsi in uno spettacolo.
“I miei testi nascono sempre da un’insofferenza per qualcosa che mi abita intorno. Ovviamente ogni periodo della mia esistenza ha generato insofferenze diverse. Ma lo capisco sempre dopo aver scritto il testo qual era la matrice del progetto, l’insofferenza generatrice. Inizialmente so soltanto che ho bisogno di scrivere di quella cosa, o meglio non direttamente dell’argomento che mi rende insofferente, ma molto spesso di un personaggio che in qualche modo, nella mia testa, è legato a quell’insofferenza. Ripeto: senza che io sappia coscientemente di questo legame. Un esempio classico è Antonio Ligabue: volevo parlare di diversità, di marginalità, e non sapevo esattamente perché. Solo dopo il debutto ho scoperto le ragioni profondamente personali che produssero quella drammaturgia e l’intera trilogia che ne seguì: stavo seguendo il percorso per l’adozione, percorso che mi avrebbe condotto a diventare padre di un bambino o una bambina che sarebbe arrivato/a dall’Africa, con una pelle inequivocabilmente diversa dalla mia, una diversità che per me è un valore ma per qualcuno in questo Paese è, invece, un problema. Da quel “nervo scoperto” è nato l’intero progetto triennale dedicato a Ligabue, diverso per eccellenza, fino a quel kolossal con 200 artisti con cui abbiamo occupato tutti i 40 km di territorio abitati da quell’artista straordinario. Così sono nati tutti i miei spettacoli. Sempre e soltanto dopo, tendenzialmente dopo il debutto, riesco a capire qual è la ragione vera di ogni mia urgenza drammaturgica (per chiudere la questione lasciata in sospeso: mio figlio poi arrivò dall’Etiopia subito dopo il debutto di “Un bés”, una meraviglia di dieci mesi che spazzò via ogni mia fragilità rispetto ai rigurgiti razzisti che aleggiano in questo Paese)”.
Chi avresti voluto essere se non fossi stato Mario Perrotta?
“Una qualunque persona nata subito dopo la fine della guerra, per poter vivere quel momento straordinario che sono stati gli anni ’50 e ’60 in Italia. Se proprio devo sceglierne una del mio mondo professionale ma di quell’epoca, direi Ugo Tognazzi, che ritengo l’attore più completo del cinema di quegli anni”.
E che cosa avresti voluto fare se non avessi fatto l’attore, l’uomo di teatro?
“Indubbiamente o il musicista o il falegname. Il massimo sarebbe stato unire queste due aspirazioni e fare il liutaio”.




