Sembrerà un titolo strano, ma è proprio così! Dopo lo spettacolo, ho avuto modo di incontrare alcuni attori della compagnia dei “Gordi” e, presa dalla curiosità e dall’interesse per la loro performance, ho lasciato il mio contatto, qualora fossero interessati ad una intervista. Morale della favola, abbiamo preso un appuntamento presso il Caffè San Marco di Trieste, posto che, contornati dalla bellezza, dalla storicità e dalla cultura del luogo, è molto coinvolgente per scambiare idee, percorsi, sentimenti, progetti, narrazione, vita con attori e registi.
Giornata stupenda di inizio marzo 2026, mi accomodo al tavolino prenotato e vedo arrivare un ulteriore raggio di gioventù e sole: il regista Riccardo Pippa e il performer Andrea Panigatti, le due anime della compagnia “Gordi” (“Sarebbe “Teatro dei Gordi”, ma ci chiamano Gordi anche perché non abbiamo un teatro!”).
Sono emozionata perché davvero ho goduto di uno spettacolo fresco, intelligente, interessante, coinvolgente, profondo, esuberante: “Breve Enciclopedia Delle Porte”, l’ultima fatica di questo gruppo infaticabile di giovani. Non vedo l’ora di conoscere tutto di loro.
Rosa Z.: Carissimi, bentornati a Trieste, è davvero un grande piacere potervi intervistare.
Nelle mie interviste di solito faccio due domande, di cui la prima è: qual è stata la scintilla che ha fatto sì che voi amaste il teatro e vi avvicinaste a questo mestiere?
Riccardo P.: dunque, vediamo… la scintilla… Che bella domanda! Io non so se c’è stata una scintilla generativa, nel senso che il teatro, secondo me, è qualcosa di molto istintivo. È come quando un bambino fa un disegno su un foglio e nessuno magari gli chiede l’origine creativa di ciò che sta facendo. Ad esempio, io ho sempre avuto la passione per gli spettacoli, non tanto il teatro, quanto le persone che prendevano, anche in momenti di compagnia, la parola, raccontavano le barzellette, ad esempio. Io credo che l’origine potrebbe essere una ragione molto semplice, forse non teatrale, forse più quotidiana e più legata proprio alla mia infanzia: mio zio che raccontava le barzellette per il piacere di attirare l’attenzione e di condividere. Un’altra cosa, per me, è stata molto generativa: mia nonna che mi raccontava le storie. Io non credo che l’origine sia stata teatrale, cioè il fatto di andare a teatro, per dire a me stesso che avrei voluto fare quella cosa lì, bensì ciò che ha nutrito, in qualche modo, il racconto, la rappresentazione, la capacità di condividere un immaginario nella mia infanzia attraverso dei canali non propriamente teatrali. In realtà la mia famiglia non mi ha educato al teatro, l’ho conosciuto poi al liceo e anche quello è stato generativo. Però se dobbiamo parlare di una scintilla, io credo che sia qualcosa di un po’ più impalpabile e sicuramente qualcosa che deriva dall’infanzia.
Rosa Z.: Andrea e tu?
Andrea P.: Ci stavo ovviamente pensando mentre rispondeva Riccardo. Io sento che arrivi da un momento dell’infanzia, da qualcosa alle scuole elementari, ma senza neanche troppo capire quando. O meglio, mi ricordo che c’è stata come una sorta di incanto, parlo da un punto di vista attoriale. Mi ricordo che in prima elementare si doveva imparare una parte in dialetto e mio nonno e mia nonna erano gli unici che in famiglia parlavano dialetto milanese. Quindi dovevo imparare questa parte e, insieme ad una mia amica, i miei nonni me l’hanno insegnato. Poi lo abbiamo fatto in classe ed è andato molto bene. Questa cosa ha avuto successo e mi ricordo ancora che avevo il bastone di mio nonno mentre interpretavamo due vecchietti che parlavano in dialetto…ed eravamo due bambini di sei anni. Che meraviglia! Mentre mi facevi la domanda, mi è venuto in mente questo momento: io non so se sia radicato lì. Dopo mi sono accorto che sicuramente ha a che vedere con quello che si crea intorno, cioè qualcuno fa qualcosa e qualcun altro lo guarda e poi si crea quel momento in cui poi dopo se ne parla. Un discorso di comunità che c’è intorno al teatro, e questa cosa poi mano a mano è continuata, è venuta fuori. Comunque, l’associazione immediata è stata questa.
Rosa Z.: Parliamo del nome “Gordi”. “Gordo” in spagnolo vuol dire grasso, però vuol dire anche vincente. Ho letto che nasce nel 2010 a Venezia davanti a una cucina.
Riccardo P.: Io non c’ero ancora, quindi non posso rispondere propriamente su questa cosa.
Andrea P.: Avevamo terminato i tre anni della scuola “Paolo Grassi” di Milano, 2007-2010, come gruppo di classe. Avevamo incontrato già Riccardo nel 2009. Finiti i tre anni, stavamo facendo un corso di perfezionamento con Anatoly Vasiliev a Venezia. Avevamo avuto da Gigi Dall’Aglio (1943 –2020, regista teatrale, drammaturgo e attore teatrale – n.d.r.) la proposta di fare un carro di Tespi che girasse l’Italia. Eravamo una classe nutrita di 16 attori con quattro registi. I registi dovevano prendere tutti gli attori e andare e fare, con lo stesso cast ma con attori differenti, vari spettacoli di Shakespeare in giro per l’Italia: idea geniale. Bellissima! Scriviamo un bando per poter partecipare ad un finanziamento e, per poter partecipare a questo bando, bisognava essere “costituiti”. Non sapevamo cosa fare, come chiamarci e così via. Eravamo in cucina a Venezia e, mentre stavano cucinando, cercavamo di scrivere questo bando che sarebbe scaduto il 31 dicembre. Noi abbiamo costituito l’associazione il 20 di dicembre!
Rosa Z.: proprio… pelo pelo!
Andrea P.: eh sì! Dovevamo depositarla, eccetera, e non sapevamo ancora che nome dare. A Giovanni venne in mente “Gordi” perché abbiamo fatto tutti quanti la “Grassi”, la “Paolo Grassi”, collegamento meraviglioso allo spagnolo! Spadellando, è uscita questa cosa: è il momento che di solito ci unisce parecchio ed ha fatto sì che prendessimo questo nome.
Rosa Z.: Beh che bello dài! Oltre al nome, in che modo la scuola “Paolo Grassi” ha influenzato il vostro linguaggio, cioè vi siete allineati, diciamo così, a ciò che la scuola vi ha insegnato oppure ve ne siete allontanati creando quindi una realtà vostra?
Riccardo P.: l’Accademia, questo vale per tutte le Accademie, è un po’ come la patente: tu prendi la patente ma non hai imparato a guidare, nel senso che ogni Accademia ti forma a suo modo: ti mette davanti dei docenti che per te possono avere una grande importanza e soprattutto ti aiuta un po’ a capire anche quali sono i principi su cui tu vuoi lavorare, su cui vuoi impostare il tuo percorso e soprattutto l’Accademia ti dà anche una disciplina, un’attitudine. Questo fa la differenza perché l’accademico ti costringe a essere lì dalle 9 alle 18 almeno, a dedicarti veramente al teatro e a considerare quello che fino a poco tempo prima era un semplice svago, un’attitudine al lavoro. Questo vale e vale sempre. Io personalmente ci ho messo parecchi anni a dire: “ok, sai che c’è? comincio a fare le mie regie”!
Rosa Z.: Non hai cominciato come attore quindi?
Riccardo P.: No, no. io ho fatto l’Accademia “Paolo Grassi” come regista da subito, dall’inizio. L’ho fatto qualche anno prima di loro e ho conosciuto dei docenti che sicuramente mi hanno dato molto. Penso a Renata Molinari sicuramente, che era docente di drammaturgia. Io poi feci una tesi di laurea anche su di lei e, per quello che riguarda tutta una prassi operativa, mi ha aiutato di più proprio nella radicalità del pensiero e nella voglia di seguire determinati principi o proprio di ritrovare sempre una base, anche molto forte e molto etica, della professione. Se io penso ai riferimenti, insomma, da un punto di vista proprio del genere, questo è stato molto casuale, devo dire. È stato casuale nella misura in cui, per me, le scelte comunicative riguardano più che altro una contingenza, cioè la voglia di raccontare una determinata cosa o di condividere una determinata immagine. Con loro, il primo progetto che è nato, che poi è proprio il motivo del mio entrare nella Compagnia, è un progetto che si chiama “Sulla morte senza esagerare”, che è uno spettacolo fatto totalmente in maschera. In quel momento avevo fatto un bel po’ di analisi delle maschere della commedia dell’arte, anche perché, essendo io veneto di origine, bene o male ci devi sbattere il naso. Avevo anche fatto un laboratorio con Maria Consagra (attrice e regista italiana naturalizzata statunitense, analista del movimento – n.d.r.).
Rosa Z.: Ma maschere, scusami se ti interrompo, inteso come maschere tipo Arlecchino, Pantalone, Gianduia, Brighella?
Riccardo P.: Sì Sì. Io personalmente ho avuto questo tipo di formazione mi viene da dire, una cosa anche abbastanza episodica, non così radicale. Però ho avuto modo di giocare e di far giocare con le maschere e soprattutto ne avevo già voglia. Le maschere hanno di per sé dei, non so come dire, principi di lavoro che, al di là del genere della maschera, ti puoi portare in qualsiasi altro lavoro, con qualsiasi altra maschera, anche più contemporanea. Dopodiché mi era venuta in mente l’idea di un canovaccio per burattini sulla Morte che era stanca di fare il suo mestiere. Poi ho pensato che sarebbe stato bello rappresentarlo con degli attori in carne e ossa. Avevo conosciuto loro in “Paolo Grassi” e ho proposto loro questo canovaccio che poi è diventato il nostro primo lavoro ed è fatto interamente di maschere. Il secondo lavoro è metà con le maschere e metà senza: abbiamo lavorato molto sulla compresenza tra attori con e attori senza maschera. I lavori successivi erano molto più di teatro gestuale e fisico e le maschere non c’erano più se non come suggestione. Le cose, non so come dire, non hanno mai un carattere programmatico. Si basano un po’ sulla necessità di ciò che vuoi raccontare, se parliamo della scelta del linguaggio. Ecco, questa cosa qua io la sento. C’è anche da dire che dipende un po’ anche dai committenti, cioè, per dire, adesso noi dovremmo fare un lavoro per un teatro a Londra, ok? È chiaro che non c’è nessuna richiesta dal punto di vista dell’immaginario che dobbiamo mettere lì, però è un fatto che probabilmente uno spettacolo di prosa italiana classico non sarà contemplato perché bisogna sempre trovare un linguaggio comprensibile.
Rosa Z.: Anche se proprio a Londra, anni fa hanno portato “Filumena Marturano” di Eduardo De Filippo in napoletano ed è stata molto osannata e apprezzata. Va anche un po’ al di là. Però se si creano questi linguaggi, così come almeno ho visto avete fatto voi, con poche parole, tanta gestualità, tanta immagine, lo spettacolo è sicuramente più accessibile, immediato, insomma non è così elitario come una performance in una lingua, anche dialettale, di un altro paese.
Riccardo P.: Sì, assolutamente. Poi mi piace anche trovare qualcosa che non vedo di solito. Nel senso che la psicologia, i personaggi, le trame che passano attraverso la parola, le vediamo molto negli altri mezzi. A teatro a me piace molto vedere sempre qualcosa di un po’ più specificamente teatrale. Quando avviene, poi io sono onnivoro, mi piace tutto, mi piace anche la prosa, mi piace da morire la prosa. Quando vado a teatro e mi trovo dentro qualcosa di teatrale, specificamente teatrale, fortemente teatrale, fatto di presenza e magari anche di ricerca di linguaggio, allora io sono più contento, devo dire che sono proprio più contento.
Rosa Z.: Dimmi tu Andrea, che ti stai “illuminando d’immenso” di sole (Andrea era realmente baciato dallo splendido sole che entrava prorompente da un finestrone e illuminava la splendida maglia color malva che indossava – n.d.r.)
Andrea P.: Rispetto alla domanda che era più centrata sul luogo di studio, giusto?
Rosa Z.: Sì, quanto ti ha influenzato l’Accademia? È una presenza che continua a esserci oppure ti sei allontanato, discostato?
Andrea P.: Allora, sicuramente è stato un fatto: ci siamo incontrati in sedici in una classe e la cosa bella è stata che nessuno di noi fosse di Milano. Questo ci ha permesso di fare un gruppo molto, molto, molto unito durante i tre anni di corso. Gli insegnanti ce lo ripetevano spesso e avevano anche caldeggiato la possibilità di continuare in una compagnia, in un gruppo eccetera. È stato anche questo veramente uno sprone. Rispetto al linguaggio, ogni Accademia ha il suo: questa Accademia ti forma di più sulla parola, questa di più sul corpo, questa di più sull’interpretazione…e via così. E devo dire che è vero che il futuro fa sempre parte degli incontri che fai: noi in quegli anni avevamo Maurizio Schmidt come direttore della scuola, che aveva fatto un lavoro molto interessante.
Rosa Z.: Stiamo parlando, scusa, degli anni 2007-2010?
Riccardo P.: Sì. In quel triennio avevamo avuto insegnanti molto interessanti anche internazionali: c’era stata Maria Consagra, di cui poi ho fatto per anni l’assistente; diciamo che è arrivato questo lavoro sul corpo che ha dato anche proprio un’immagine diversa di quello che è fare teatro, no? E quindi poi sicuramente importante è stato incontrare Carlo Boso, quindi l’uso di maschere, maschere di commedia: questa cosa sì, è un po’ rimasta dentro al nostro linguaggio. Finito il corso, ovviamente sei assolutamente vergine e sperso perché non sai quale può essere la tua rotta, la devi cercare. Noi per anni abbiamo provato a fare delle cose, abbiamo avuto i nostri fallimenti che hanno fatto sì che ovviamente intanto capissimo dove andare, cosa fare, come fare.
Rosa Z.: Giusto, insomma, per capire dove dirigersi.
Andrea P.: Esatto, esatto. Poi, per evitare di perderci completamente come compagnia, ogni anno cercavamo, visto che eravamo in tanti e non è che si lavorasse, perlomeno di fare degli incontri annuali in qualche luogo dove passavare qualche settimana insieme. E questa cosa ha dato la possibilità poi a Riccardo di essere invitato in uno di questi momenti e da lì poi è partito un po’ tutto il percorso.
Rosa Z.: Il legame col teatro Franco Parenti, come è nato? Quando? Perché?
Andrea P.: Abbiamo fatto il nostro primo lavoro “Sulla Morte Senza Esagerare”, eravamo in replica in un teatro milanese, il teatro Menotti, che aveva prodotto lo spettacolo. Andrée Ruth Shammah, direttrice del teatro Parenti, era venuta a vedere lo spettacolo una sera, era stata invitata dalla moglie di Giovanni, che, al tempo, faceva l’organizzatrice per i Gordi.
Riccardo P.: La distribuzione, sì. Ci aiutava a fare la distribuzione.
Andrea P.: Scusami, la distribuzione per i Gordi, l’organizzatrice Camilla Galloni. Quindi è venuta Andrée Ruth Shammah, ha visto lo spettacolo, si è innamorata del nostro lavoro e ha detto: “ragazzi, se avete bisogno per la prossima produzione, io ci sono!”. Se non che, siamo andati là con un’altra idea, l’idea del secondo lavoro, del secondo progetto, cui avremmo voluto lavorare. Teniamo presente che il Teatro Menotti si era dimostrato interessato alla produzione ma non alla distribuzione e alla vita di questo primo nostro lavoro (peraltro quello più rappresentato, quello che stiamo facendo di qua e di là e che ci ha aperto le porte anche della distribuzione internazionale). È anche il nostro lavoro più leggero e poi si tira dietro gli altri, magari più impegnativi. La nostra testa d’ariete Andrée ha visto il lavoro e ha detto di esserci per noi: è una cosa che, devo dire, non succede quasi mai con questo tipo di immediatezza e anche veramente di sincera ammirazione e fiducia. Da lì poi è nata questa collaborazione abbiamo fatto un altro lavoro e il nostro lavoro “Sulla Morte Senza Esagerare” è rientrato, anche per una questione di comodità distributiva, dentro l’ala del Teatro Franco Parenti. Poi è nata una proposta anche più residenziale, di artisti in residenza, della durata triennale che scadrà nel 2026.
Rosa Z.: Adesso, quest’anno?
Andrea P.: Entro quest’anno e quindi questo è stato un po’ il nostro percorso. Nel frattempo, abbiamo fatto altri spettacoli perché all’attivo ne abbiamo cinque. Quest’ultimo che hai visto non è prodotto dal Parenti, però “Breve Enciclopedia Delle Porte” è prodotto dal Rossetti di Trieste e dagli Artisti Associati di Gorizia. Con il Teatro Parenti abbiamo fatto “Visite”, “Pandora” e “Note A Margine”. Abbiamo fatto questi tre lavori insieme a loro. Questa è un po’ la collaborazione.
Riccardo P.: sì sì esatto e poi siamo sempre lì, è una questione di incontri. Monica ha parlato tantissime volte ad Andrée, che è venuta una sera, e il giorno dopo ci ha chiamato. La scintilla che si diceva prima. Ci voleva incontrare e noi siamo andati là subito. Ci ha proposto di fare un nuovo lavoro, ed era il 2017. Noi abbiamo debuttato con “Sulla Morte Senza Esagerare” nel 2016; nel 2017 l’abbiamo ripreso, lei è venuta e nel 2018, abbiamo fatto un nuovo lavoro che è “Visite”, che rifaremo adesso quest’anno per tre settimane ad aprile.
Rosa Z.: E lo porterete in giro per l’Italia o sempre al Teatro Parenti?
Riccardo P.: Eh, questa è sempre la difficoltà estrema, la distribuzione. Nel teatro la distribuzione, in questo momento, è proprio un tema complesso, un nodo per tutte le realtà.
Andrea P.: Sì, anche con le distribuzioni più grosse, con gli spettacoli enormi che magari sono bellissimi, riuscitissimi, ma che nascono e muoiono negli anni di produzione. Quindi adesso la strategia, quello che fanno tutti di fatto, è coprodurre con diversi teatri, almeno così ti assicuri di garantire la vita dello spettacolo, almeno sulle piazze coproduttrici: ecco quello che succede. Io non sono tecnico, non conosco questa roba qua, ma è evidente che da un punto di vista legislativo ci sia, non so come dire, una sorta di priorità dal punto di vista produttivo, ma non ci sia nessun tipo di obbligo sul piano distributivo, obbligo o aiuto o incentivo.
Riccardo P.: C’è, ma è mascherato dagli scambi. Da un punto di vista di punteggio, da un punto di vista di produzione. Per una realtà è molto più comodo produrre piuttosto che distribuire: hai tutto in casa, non devi fare il lavoro fuori; i tecnici ce li hai in casa e non devi portarli in giro. Questa cosa aumenta una serie di questioni che ovviamente ne diminuisce la portata artistica, diminuisce l’incontro col pubblico, diminuisce il desiderio di fare questo lavoro ma non perché devi essere una casa di produzione, perché sennò diventi quella roba lì che fa cose. e non c’è neanche più un tempo di ricerca.
Andrea P.: Poi c’è da dire questo: anche io, per quello che riguarda il nostro lavoro, ritengo una cosa importantissima le repliche perché io, per dire, seguo sempre decine e decine di repliche se posso. Lo spettacolo in replica non è mai come la prova, mai. Non lo è mai. Tu lo vedi a pallino, con l’energia giusta, più o meno in bolla, però comunque solamente in replica e con la risposta del pubblico capisci cosa stai chiedendo. Il fatto di avere la possibilità di replicare il nostro lavoro di martedì sarà comunque diverso dal lavoro di domenica. Abbiamo avuto modo anche di fare, vedere, brigare e poi… è tutta un’incognita. Finché non c’è l’incontro col pubblico, tu puoi anche farti mille viaggi mentali e congetture, così gli spettacoli possono avere vita, oltre al lavoro e al fatto che tu ti dedichi. Noi dedichiamo un’ottantina di giorni a ogni produzione. Quindi il fatto di vederli morire nelle piazze dei produttori puoi immaginare che cos’è.
Rosa Z.: È frustrante. È frustrante e addolora.
Andrea P.: Certo, lo fai per il pubblico.
Rosa Z.: D’accordo, è un lavoro. Voi ci campate certo, però lo fate per gli altri. La vostra è una missione altamente culturale, cioè le vostre idee hanno una forma espressiva tale che va ad aprire le menti di chi sta là in sala.
Riccardo P.: Prima c’era, adesso ancora in alcune situazioni c’è, quel discorso di tournée che dura due mesi, no? E in quel caso o anche in uno spettacolo, che viene tenuto da un teatro grosso per lungo tempo, in quel caso lo spettacolo si fa in quel momento, cioè cresce e diventa poi un fatto. “Sulla Morte Senza Esagerare” sicuramente ha superato le 150 recite: non è tantissimo ma neanche poco per i tempi d’oggi! Però ovviamente la costruzione che abbiamo fatto è diversa rispetto a tanti anni fa e comunque sai che lo affini, lo perfezioni anche lo adegui un po’ perché cambiano le cose.
Rosa Z.: Questa è la meraviglia del teatro, cioè il cinema ok ci sta, la fiction ok ci sta, ma il teatro no, il teatro è un continuo divenire, per questo si dice “fare teatro” perché è la verità, è la verità, è bellissimo. Senti, abbiamo parlato dei vostri primi spettacoli eccetera. Raccontatemi un po’ la genesi della “Breve Enciclopedia Sulle Porte”. Com’è nato e anche perché il titolo?
Andrea P.: C’era solo un desiderio che era quello di lavorare su una specie di scatola magica, diciamo, di porte che si aprono e che si chiudono, come contenitore di improvvisazioni, di creazione collettiva. Questa cosa qua è stata un po’ un desiderio che avevo lì da un po’, devo dire. Questo titolo, per dire, è venuto parlando di questo tipo di spazio ipotetico: parlavo con la scenografa e si parlava al tempo di avere delle porte diverse, di fattura diversa, magari dei tornelli, delle porte a scorrimento, vari tipi di porte in scena. Poi sono cose anche tecnicamente impossibili e parlando di questo ci siamo detti: “sarebbe una specie di breve enciclopedia delle porte”. Io ho risposto: “cavoli, questo sarebbe un titolo bellissimo. E comunque sia, io so già, teniamolo come titolo del progetto, perché io so già che… Che lo bocceranno. No, no, no, che non lo bocceranno, perché è bello”.
Rosa Z.: Ah, ecco, è una meraviglia. Sarebbe andato bene in ogni caso, stimola un sacco la curiosità.
Andrea P.: E questo era un desiderio a monte. La cosa ha trovato maggior specificità per quello che riguarda la contingenza. La contingenza è stata che Gorizia, cioè Artisti Associati, ci ha contattati per lavorare sul tema del confine, e allora ci siamo detti che sarebbe andato bene il tema del confine, così come lo possiamo trattare anche nel nostro teatro, con un teatro di gesto di azione. Non è un teatro concettuale con la parola, non demandi mai alla parola, non è cervellotico, diciamo così, perché deve essere un teatro più immediato: la parola è una parola di prassi linguistica non è una parola che sviluppa il ragionamento. Così anche quello che dicevamo prima, lo si porge anche in altre realtà senza bisogno di traduzioni, adattamenti e cose varie. Per trovare un contenitore che potesse parlare…
Rosa Z.: Il famoso Mr Bean o Buster Keaton, se avessero avuto la parola, non sarebbero così internazionali. In Italia c’era il famoso Mc Ronay (1913-2004, attore, acrobata, mimo e mago francese – n.d.r.), negli anni 60, (voi eravate ancora sulle nuvolette) e diceva un’unica parola che era.”heep!”. Tutte queste situazioni comiche ovviamente valicano mille confini.
Andrea P.: Allora, ci sono queste porte, cosa facciamo? Rappresentiamo magari un pianerottolo, una sala d’ aspetto e degli uffici. C’era questa idea qua. Poi a un certo punto, per comodità, e anche perché se fai troppe robe non ne fai neanche una, a me hanno detto di fare una sala d’aspetto, che è qualcosa di molto aperto: in sala d’aspetto può arrivare chiunque, perché se fai un pianerottolo, ad esempio, vedi delle persone semplicemente che escono e rientrano in casa propria. Nella sala d’aspetto tu puoi avere dietro la porta qualsiasi cosa e quindi era la situazione, secondo me, che apriva più l’immaginario. Infatti, abbiamo visto anche a livello improvvisativo che questa cosa era molto generativa e abbiamo detto che andava bene. Abbiamo lavorato su questa sala aspetto, che è emblematica del confine, perché insomma è una soglia, è un’attesa: passo, non passo, vengo chiamato, non vengo chiamato. È una selezione.
Rosa Z.: Ci sono delle scene dove gli attori si fermano sui quadrati: ecco, ho trovato geniale, e l’ho scritto pure nella recensione, il pavimento che sembra di graniglia.
Andrea P.: E lì bisogna ringraziare la nostra scenografa che si chiama Anna Maddalena Cingi.
Rosa Z.: Sì, ringraziala perché io quella l’ho trovata realmente geniale perché era un percorso, delle tappe, come il gioco della settimana che noi giocavamo da bambini; era il percorso di un labirinto, di un gioco del tris, quindi veramente una genialata. In effetti sono i pavimenti che troviamo negli ospedali, all’università, quando si tratta di edifici un po’ più antichi, in quelli moderni magari no.
Andrea P.: Per noi lo spazio è fondamentale perché, a livello proprio di genesi dello spettacolo, si crea uno spazio che è il loro spazio di azione: è, come dire, un parco giochi per attori e così loro possono creare, fare.
Rosa Z.: Ho trovato devastante il momento degli animaletti!
Andrea P.: Quella è stata un’improvvisazione, c’è stato Sandro forse che aveva trovato dei sacchetti abbandonati.
Riccardo P.: Sì ne avevamo fatti alcuni, poi Sandro a un certo punto l’ha fatto in sequenza.
Rosa Z.: Quello che mi ha veramente esaltato del vostro lavoro è proprio questo, che è una realtà con la quale ci scontriamo tutti, tutti i giorni, a qualsiasi età e in qualsiasi luogo: è dal medico, è el laboratorio di analisi quando vai a fare le prove di sangue, è all’università, è a scuola, è in ufficio. È come quando ho letto i libri e ho visto i primi film di Fantozzi. Io non capivo molto perché sono venuti fuori nel 70 ed ero bambina. Ma quando ho cominciato a lavorare in un’azienda, con il circolo ricreativo, il direttore, i colleghi e tutto il resto, è straziante sì, è straziante; è divertente ma è straziante. Mi sono spesso chiesta se fossi anche io così e continuo a sentirmi male ogni volta. Quindi questo è quello che crea il contrasto con la propria vita normale.
Andrea P.: Sì, ci riconosciamo tutti nelle nostre fragilità. Ci si riconosce, si sorride e questa roba sentiamo che crea condivisione.
Rosa Z.: E ripeto, anche il “punto fisso”, Matteo, è sempre lui intorno al quale girano queste cose: lui è lo spaesato che poi dopo dà indicazioni e consiglia… è meraviglioso… e poi siete oltretutto bravissimi nel cambio veloce, il cambio di personalità, il cambio d’abito, che non è una cosa facile, Se abbiamo dei trasformisti tipo Arturo Brachetti, eccetera, sappiamo che c’è tutto un apparato dietro dei trucchi scenici. Invece la vostra naturalezza è veramente strabiliante.
Andrea P.: Infatti, guarda, ne parlavo ieri con Zoe Pernici, che è un’attrice. Parlavamo proprio dello sviluppo di cui parlava prima Riccardo, no? Da quando abbiamo messo le maschere ad adesso che ce le siamo tolte, nel senso che non lo sapevamo che sarebbe partito da lì e che saremmo arrivati qui, ovviamente. Quindi non è che sai qual è la ricerca, la ricerca la scopri nel divenire.
Rosa Z.: “Strada facendo vedrai”.
Andrea P.: Che però non è esattamente uno sviluppo.
Riccardo P.: No no, esatto, non è che poi per forza c’è.
Andrea P.: Gli spettacoli sono tutti quanti in vita quindi di fatto…
Riccardo P.: Non è uno sviluppo, come dire che quello che c’è prima, poi lo togli. Non è che smette di esistere. È sperimentare cose nuove. Sì, è un po’ come se a un certo punto quella roba lì non la rifai uguale. Dici: “vabbè, questo l’abbiamo già fatto, proviamo a vedere altre, no?”. In questo senso però capisci anche quanto c’è del del lavoro iniziale e quanto invece non c’è. “Pandora”, uno spettacolo che abbiamo portato anche qui alla Contrada, era anche simile, se vuoi, come costruzione, perché sono scene che si passano in un luogo definito, dove c’è un’umanità differente che passa. E lì c’era ancora un discorso di maschere, un discorso di maschere da mettersi addosso o di vestiti che si cambiavano da testa ai piedi. E invece qua rimane una base e c’è un oggetto… è più metateatrale questo, e c’è stato un passaggio.
Andrea P.: all’inizio noi diamo le regole del gioco. All’inizio, con tutti questi passaggi dove vedi che la stessa persona vestita uguale entra e esce ma sta facendo qualcosa di diverso, la gente subito dice che va bene. Non c’è continuità temporale tra le cose, e questo ci permette di avere molta libertà perché poi non diventa che un passaggio; lo fai semplicemente perché ti metti un camice, ma sono sempre tutti uguali, oppure un oggetto, oppure hai in mano una borsa, hai in mano un ombrello, la cartellina, la penna, sei già in un altro tempo, in un’altra situazione.
Rosa Z.: veramente l’ho apprezzato tantissimo, anzi più passa il tempo più lo apprezzo perché mi è rimasto proprio nella mente e nel cuore. Quello che trovo meraviglioso, è vedere così tanti giovani, così talentuosi e così, come dire, con la voglia di regalare emozioni anche della vita degli altri, ecco, non so se riesco a spiegare.
Andrea P.: È molto bella questa cosa, grazie, grazie davvero. La cosa migliore, posso dire, Rosa. La cosa migliore, proprio!
Rosa Z.: ma è la verità, perché non avevo attese, non mi aspettavo niente, avevo letto…
Andrea P.: … Infatti, io preferisco essere in un’altra città che non sia Milano perché lì ci conoscono in tanti. A Milano hanno visto tutto il nostro percorso ed è normale che le persone, che magari hanno visto un percorso in un certo tipo, abbiano anche delle aspettative su uno spettacolo successivo. Quindi ogni tanto incontrare un pubblico che non ha mai visto nulla di nostro, ti riporta un po’ all’immediatezza di ciò che stai rappresentando, in modo scevro da qualsiasi tipo di sguardo che già sa quello che vuole trovare. Per noi è utile questa cosa, ma è soprattutto anche molto piacevole.
Rosa Z.: Quindi scusami, voi state portando ancora in scena queste cinque opere?
Andrea P.: Sì, noi di fatto siamo una Compagnia di Repertorio, cioè nel senso che, volendo, avremmo cinque spettacoli attivi al momento. Ed è una cosa rara, devo dire.
Rosa Z.: Se facessimo un festival dei Gordi, si potrebbe rappresentarle tutte in pochi giorni!
Riccardo P.: È una cosa che continuiamo a dire, infatti al Teatro Parenti… quest’anno comunque facciamo tre spettacoli, maggio, giugno e luglio: facciamo “Visite”, “Breve Enciclopedia Delle Porte” e “Pandora” a Milano, tutti al Franco Parenti.
Andrea P.: un’idea era quella di fare una sorta di “personale”.
Rosa Z.: concentrata nel tempo, come fanno all’estero, ogni sera uno spettacolo diverso.
Riccardo P.: mmmh uno spettacolo diverso ogni sera è più complesso dal punto di vista dell’allestimento, a meno che non ci siano diversi spazi.
Rosa Z.: questo volevo chiedere, i vostri allestimenti a vederli da fuori non sembrano complessissimi…
Riccardo P.: Comunque ci va un giorno di allestimento perché ci sono le luci, le cose tecniche devono funzionare, i volumi, ecc. Comunque, non è una cosa così semplice, a meno che non ci sia una squadra di 18 persone che va e monta, ok?
Rosa Z.: Magari! Dovreste avere la possibilità economica a questo punto, no?
Andrea P.: Sì, però a quel punto le produzioni sono altre. Quindi è vero che non sono impegnative, ma comunque devi sempre considerare un giorno di allestimento, questo è un fatto. Ma anche per gli spettacoli più semplici tipo “Sulla Morte Senza Esagerare”, dove c’è una panchina o un lampione, comunque si hai bisogno di fare una quintatura nera di un certo tipo.
Andrea P.: poi devi piazzare le luci che comunque, per quante poche siano, è un lavoro di precisione, devi puntarle, ecc., non abbiamo spettacoli agili che puoi giocare in qualsiasi spazio. Questo no anche perché sono spettacoli tutti corali, comunque: ci sono minimo 4 attori in scena che fanno comunque tot personaggi che devono comunque portare la loro storia.
Riccardo P.: poi è un lavoro di immagine, non è un lavoro di parola quindi sai la parola potrebbe essere immediata in qualsiasi luogo perché ti attacchi alla parola, ma in questo caso devi avere un quadro completo, allora.
Rosa Z.: Quanti siete in totale?
Riccardo P.: Allora, nell’ultimo spettacolo siamo stati tutti: in “Note a Margine”, eravamo in dieci in scena, meglio, nove attori perché c’era anche una bambina. Quindi siamo in nove tra attori e attrici. Poi c’è Riccardo, quindi dieci, che è il regista, Anna Cingi che è la scenografa undici, la drammaturga che era qua ieri sera che si chiama Giulia Tollis, dodici, e poi ci sono una serie di collaboratori. 12 è il numero di compagnia effettivo, perché poi siamo un’associazione culturale, siamo soci della compagnia e siamo in 12. Poi abbiamo un sacco di collaboratori, come Alice, la nostra referente tecnica, sono nove anni che lavora con noi; la parte audio anche lavora con noi da tanti anni per dei progetti saltuari, e viene chiamato per l’occasione. Poi abbiamo, per questo spettacolo, Beatrice Farina che è la costumista, cui è stato fatto un passaggio di testimone dalla nostra precedente costumista, con cui abbiamo costruito i nostri spettacoli, che è Ilaria Ariemme, colei che ha costruito le maschere per “Sulla Morte Senza Esagerare”, eccetera. Lei lavora moltissimo, ha detto non riesciva a seguirci più per questa cosa, così è arrivata Beatrice che ha seguito questo nuovo lavoro. Quindi diciamo che poi, bene o male, tentiamo sempre. Ovviamente siamo in tantissimi quindi non è che tutti lavorano in tutte le cose: è più un’affezione ecco. Partecipiamo tutti insieme a dei momenti, però poi lo zoccolo duro come appunto chiedevi, di fatto è composto da cinque persone
Rosa Z.: Voi viaggiate Abbastanza all’estero, no?
Riccardo P.: Ci piacerebbe farlo di più, decisamente.
Rosa Z.: Come reagiscono all’estero?
Andrea P.: Beh, i pubblici sono molto diversi a seconda di dove vai.
Rosa Z.: Voi quindi fuori cosa avete portato?
Riccardo P.: “Pandora”.
Andrea P.: E poi? E adesso porteremo “Visite” che vedremo come va.
Rosa Z.: E “Breve Enciclopedia delle Porte”, no?
Riccardo P.: No, è nuovo! È nuovissimo.
Andrea P.: È appena nato.
Riccardo P.: ha sei giorni questo spettacolo.
Rosa Z.: Ma dài, ma veramente?
Andrea P.: Sì, noi abbiamo fatto una specie di anteprima, cioè ha debuttato nel 2025, poi abbiamo fatto tre repliche, poi dopo sei mesi ci siamo ritrovati qua a rifarlo.
Riccardo P.: Abbiamo fatto la recita durante il GO25! Gorizia Capitale della Cultura 2025.
Andrea P.: al tempo noi eravamo arrivati un po’ con l’acqua alla gola; quindi, diciamo che martedì è come se tu avessi visto una sorta di prima, ecco perché comunque abbiamo fatto due giorni.
Rosa Z.: Sono proprio contenta!
Andrea P.: Sì, abbiamo fatto due giorni di riallestimento anche per mettere a posto un po’ lo spettacolo, perché siamo arrivati molto tirati e quindi poi adesso ha la sua compiutezza. Però sì, è una specie è una specie di debutto.
Riccardo P.: il pubblico è molto diverso a seconda di dove vai. Se io parlo per il pubblico londinese, che è quello che ho visto. Poi ho visto anche quello turco, ma loro forse hanno più esperienza di questo, perché sono stati due volte.
Rosa Z.: Scusa, se ti interrompo, turco? E dove avete performato?
Andrea P.: Allora ad Antalya e a Trebisonda. E a Londra siamo già andati due volte.
Riccardo P.: siamo stati anche a Malta. E queste sono state le nostre piazze per il momento.
Rosa Z.: e il pubblico di Londra come ha reagito?
Riccardo P.: , è un modo tutto suo. Quando noi vediamo le sitcom, c’è un pubblico registrato che non solo ride, o applaude, ma anche commenta: se c’è una cosa che fa tenerezza, se c’è una cosa che fa schifo, c’è tutta una gamma di reazioni. Io ho scoperto a Londra che questo tipo di pubblico delle sitcom è stato fatto su un modello di pubblico che ha questo modo di reagire e l’abbiamo visto anche nei nostri spettacoli. L’idea è che in “Sulla Morte Senza Esagerare”, c’è un momento molto toccante. Il pubblico lo sente e dice: “oooh” in ogni cosa. C’è, è con te in ogni momento. Poi magari esprime forse troppo, però a me piace. Per noi che lavoriamo sul silenzio, ci fa strano. Anche in “Sulla Morte Senza Esagerare”, che è uno spettacolo pieno di silenzi lunghissimi. E quindi, sulle prime, quando l’ho sentita questa cosa, a me ovviamente creava un momento di straniamento rispetto a ciò che stavo vedendo, perché non ero abituato. Per loro invece è la prassi cioè significa che quella cosa in quel momento, se tu sei abituato a questo tipo di prassi comunicativamente, la distrazione, le voci silenziate, sono apprezzamenti!,
Rosa Z.: E il pubblico triestino?
Andrea P.: è abbastanza freddino, anzi è freddo. Magari risponde meno però poi è molto caldo, secondo me, nel modo di fermarti, di farti complimenti. Il pubblico più freddo forse che abbiamo trovato nei nostri lavori, sia prima che dopo, io credo che sia il pubblico torinese. Il pubblico varia molto, però la cosa particolare, che abbiamo registrato da subito, è che il pubblico londinese ha un altro modo di vivere lo spettacolo, ha una gamma anche di possibili interazioni con quello che sta succedendo. Io sulle prime ero un po’ così: è un momento di silenzio oppure un momento di forte tenerezza? Sentivo la gente che reagiva ad alta voce. Ti sembra strano.
Rosa Z.: Sì, è proprio così il loro modo di assistere.
Andrea P.: Poi quando entri in questa prassi, dici che è bello! Noi siamo stati anche fortunati, siamo andati in un teatro stupendo, dove torneremo, che ha un bar incredibile, la gente entra in sala con il bicchiere di vino, capito? Cioè, nel senso, è una sala teatrale, non è che hai i tavolini, però c’è un altro modo di concepire lo spettacolo.
Rosa Z.: devo essere onesta. Io preferisco essere “pubblico pubblico”. A me dà un po’ fastidio vedere anche le persone che bevono acqua: e bevono, e i telefonini, senza mettere la diminuzione della luminosità, e messaggiano, e aprono la cerniera della borsa …
Andrea P.: e la cartina della caramella e il fazzoletto…Sì, il silenzio non è contemplabile.
Rosa Z.: Io prediligo l’attenzione solo ed esclusivamente su quello che si sta a vedere, senza parlare poi delle “nanne”.
Andrea P.: un’educazione adesso all’attenzione non c’è più, è molto difficile anche per noi avere per un’ora la testa su un’unica cosa.
Rosa Z.: ebbene insomma, ragazzi, l’ultima mia domanda, che faccio sempre a tutti: lasciate un messaggio di 10 secondi al vostro pubblico e ai giovani: un messaggio sul teatro.
Andrea P.: I giovani che devono fare il nostro mestiere?
Rosa Z.: sia al pubblico, sia a chi vuole fare il vostro mestiere. Quale pubblico può, grazie al vostro messaggio, fare il vostro mestiere?
Riccardo P.: Allora, intanto io, a quelli che vogliono fare il mio mestiere, voglio dire che il talento conta il10%, non di più. Quello che conta è il fare. Studiare. Lo penso proprio, non è un’approssimazione perché poi c’è il fare, l’esserci, la capacità di creare, di stare nella società, il piacere di avere le relazioni con le persone, perché il teatro non si fa da soli, ma si fa per gli altri, ma soprattutto si fa con tante persone.
Rosa Z.: Come studio intendi anche la frequentazione di teatro, andare a vedere?
Andrea P.: Sì, la socialità, la voglia di conoscere il presente, di confrontarsi con le persone, di confrontarsi con gli altri. E quindi io direi, proprio per questo dico di cercare i propri maestri, di cercare il teatro che piace e di lavorare, di imporsi in un’attitudine professionale. Ecco, la cosa con il mestiere e la buona volontà alla fine paga. Il teatro è tanto, quindi ognuno può trovare il suo modo di stare nel teatro, e se uno ha buona volontà e ha la personalità per essere dentro questa cosa, lo può fare. Ecco io questa cosa la sento. Al pubblico teatrale (insomma siamo sempre alla ricerca di pubblico) cosa posso dire se non grazie ai pochi che si dedicano, che vanno a vedere quello che vogliono purché magari, prima o poi , tocchi pure a noi, prima o poi
Rosa Z.: Riccardo, vuoi aggiungere qualcosa al tuo messaggio
Riccardo P.: lasciate ogni speranza. No, no, no, Scherzo! Penso che l’unica cosa sia farlo condividendo questa esperienza sia come pubblico che come spettatore con qualcuno con cui ti fa piacere farlo. Se lo fai per lavoro, insomma, ne deve valere la pena perché sennò… invece, anche se vai a teatro, condividilo, cioè nel senso di dirlo, insomma, la condivisione in questo senso.
Ad un certo momento, vedo arrivare altre due persone / personaggi della Compagnia, Sandro Pivotti e Matteo Vitanza, che si siedono con noi, per cui approfitto dell’occasione per fare qualche domanda anche a loro.
Rosa Z.: Venite ragazzi! Allora, ditemi qualcosa anche voi. Qualcosa in merito a questo ultimo spettacolo nuovissimo che, ho scoperto oggi, sembrava uno spettacolo navigato e invece è bellissimo.
Sandro P.: È tutt’altro che navigato questo spettacolo. Davvero tutt’altro che navigato. Però ci sorprendiamo ogni volta perché davvero è molto complesso, sembra semplice ma è molto complesso e secondo me quello che ci aiuta tanto a non soccombere è il fatto che comunque ci conosciamo da molto molto tempo quindi sappiamo come reagire.
Rosa Z.: Quindi anche voi fate parte della “Genesi”?
Sandro P.: Esatto.
Rosa Z.: Dal 2000 al 2010 praticamente?
Sandro P.: Sì, la compagnia secondaria.
Rosa Z.: Sembrate tutti così giovani, ragazzi, il teatro fa bene perché siete giovanissimi.
Sandro P.: muoversi fa bene perché siamo un po’ delle palline. Però il fatto di conoscerci molto bene e di avere un linguaggio così condiviso ci permette di superare anche delle difficoltà tecniche, che sono reali, e anche di aiutarci poi in quinta a risolvere le situazioni. I nostri spettacoli si costruiscono sempre su una base di linguaggio e di confidenza, poi anche in scena che ci permette appunto di affrontare delle situazioni dove non siamo così sicuri di ciò che accadrà.
Rosa Z.: a vedervi, non traspare assolutamente ma una domanda, quanto improvvisazione c’è? quanto improvvisate nel vostro spettacolo?
Matteo V.: Allora, in fase di preparazione di prove c’è tanta improvvisazione però, dopo un’improvvisazione, c’è sempre un feedback, magari da parte del regista o degli altri che stanno improvvisando, quindi c’è una rielaborazione di quello che è stato fatto, una messa in discussione, una bozza, una prova di scrittura, un po’ di drammaturgia, un po’ canovaccio.
Rosa Z.: diciamo così un po’ più elaborato ecco
Matteo V.: dal canovaccio costruiamo un po’ collettivamente attraverso il feedback di ognuno. Ovviamente in ultima istanza quello del regista Riccardo e, piano piano, si cerca di comporre proprio il tutto, quindi ci ritroviamo con del materiale, qualcosa da buttare via e tanto da tenere.
Rosa Z.: Matteo tu sei l’unico che non si cambia mai, tranne la fascia in testa.
Matteo V.: io non mi cambio mai, sono solo molto confuso!
Rosa Z.: una curiosità, che non c’entra molto, è solamente tecnica: ma la telecamera è una vera telecamera?
Sandro P.: Sì, ha, un ritardo!
Rosa Z.: Eh sì, perché appunto in certi momenti pensavo che fosse una situazione già registrata. Invece no!
Matteo V..: È solo una telecamera che funziona molto male!
Sandro P.: Sì, ma non lo sapevamo, noi l’abbiamo presa perché funzionasse bene ma non ha mai funzionato bene! e allora l’abbiamo dovuto fare così!
Rosa Z.: Ahahahah! Ma è quello che serve! Ah, complimenti anche per come avete chiuso lo spettacolo. Complimenti anche per l’esecuzione della “ninna nanna” di Brahms a più voci. Bravi, bravi, molto musicali. Comunque, bravissimi ragazzi! Grazie davvero del tempo, della cura, dell’interesse. Veramente sono molto contenta perché era veramente uno spettacolo degno di nota
Il tempo è volato assieme a cotanta allegria e voglia di fare, di dare, di ridere, di raccontare. Circondata da così tanta simpatia e gioiosità, mi faccio il solito selfie di rito, che rimarrà nel mio scrigno a ricordo di un momento così fortemente pieno di energia.
Davvero grazie a tutti voi, magrissimi e giovanissimi “Gordi”. Non abbandonateci! Il teatro e noi abbiamo tanto bisogno del vostro modo di vedere ed interpretare il Mondo!
Da Trieste per oggi è tutto
Rosa Zammitto Schiller

