Alessandro Aruta: “La musica non è un piano B, è una necessità”

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Alessandro Aruta: “La musica non è un piano B, è una necessità”


Con un percorso lungo, non lineare e costellato di sfide, Alessandro Aruta racconta la sua esperienza di cantautore tra crisi, crescita e identità artistica. Dalla resistenza alle difficoltà alla gestione dei social e dell’algoritmo, fino alla televisione come possibile amplificatore della propria voce, Aruta condivide riflessioni profonde su cosa significhi oggi fare musica e restare fedeli a se stessi.

Hai alle spalle un percorso lungo e non lineare: quali sono stati i momenti chiave che ti hanno fatto resistere e continuare a credere nella tua musica?

Più che singoli momenti, direi che sono stati i passaggi di crisi a fare la differenza. Ci sono stati periodi in cui tutto sembrava fermo, in cui la musica non dava risposte, né in termini di risultati né di direzione. Eppure ogni volta succedeva qualcosa di molto semplice: tornavo da lei. E lì capivo che non era una scelta, era una necessità. La verità è che non ho mai davvero pensato che fosse un piano B o una semplice passione. Quando una cosa è così radicata dentro di te, smettere non è un’opzione. Puoi fermarti, metterti in discussione, cambiare strada… ma prima o poi torni lì.

Guardandoti indietro, cosa senti di aver perso e cosa invece di aver guadagnato lungo questo percorso, sia artisticamente che umanamente?

Forse ho perso un po’ di leggerezza, quella incoscienza degli inizi che ti fa pensare che tutto sia possibile e immediato. Ma in cambio ho guadagnato profondità. Ho imparato ad accettare i tempi, i fallimenti, le deviazioni. E soprattutto ho imparato a riconoscere cosa è davvero mio e cosa no. Artisticamente oggi mi sento più libero, paradossalmente, perché ho meno bisogno di dimostrare e più desiderio di esprimere.

Oggi sembra che per emergere non basti più la musica: secondo te cosa serve davvero a un artista per farsi notare nel 2026?

La musica da sola non basta. Serve visione, capacità di comunicare, presenza. Ma se manca il contenuto, tutto il resto dura poco. La vera differenza la fa ancora l’identità. In mezzo a un flusso continuo di contenuti, quello che resta è chi riesce a essere riconoscibile, non necessariamente perfetto. Puoi anche imparare a stare dentro l’algoritmo, ma se non hai qualcosa di tuo da dire, prima o poi scompari.

In un panorama dominato da social e numeri, quanto è difficile rimanere fedeli alla propria identità senza piegarsi alle logiche dell’algoritmo?

È una tensione continua. Da una parte sai che esistono dinamiche che, se seguite, possono aiutarti a crescere. Dall’altra senti che adattarti troppo rischia di allontanarti da quello che sei. Il punto è trovare un equilibrio: usare gli strumenti senza farsi usare. L’algoritmo può amplificare quello che sei, ma non può sostituirlo. Se inizi a scrivere o a comunicare pensando solo a quello, perdi il centro.

Hai mai pensato o preso in considerazione la televisione come mezzo per raggiungere un pubblico più ampio? Pensi che oggi possa ancora fare la differenza per un cantautore?

Sì, ci ho pensato e in parte l’ho anche sfiorata, attraverso alcune esperienze legate ai contest e a contesti più esposti. La televisione può ancora fare la differenza, soprattutto in termini di visibilità immediata. Ti mette davanti a un pubblico enorme in pochissimo tempo. Ma è uno strumento: dipende sempre da cosa ci porti dentro. Se hai qualcosa di solido da raccontare può amplificarti, altrimenti rischia di essere solo un passaggio veloce.

Dopo tutto il percorso che hai fatto, senti di avere ancora qualcosa da dimostrare o oggi vivi la musica con una libertà diversa rispetto agli inizi?

Per molti anni ho sentito il bisogno di dimostrare qualcosa: di essere all’altezza, di trovare un riconoscimento, di “arrivare”. Oggi questo bisogno si è trasformato. Non sento più di dover dimostrare, ma di voler essere il più possibile autentico. Questa è una forma di libertà molto più forte. Se prima facevo musica per arrivare da qualche parte, oggi la faccio per restare fedele a quello che sono.

Luca Vettoretti

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