“Calling Home”: gli Ehilà Collective trasformano la vulnerabilità in forza

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Gli Ehilà Collective, collettivo musicale pioniere di sonorità che spaziano dal funk al rock, passando per il blues e la scrittura cantautorale, tornano con il loro nuovo singolo “Calling Home”. Il brano affronta temi profondi, come la fragilità, le dipendenze e il coraggio di chiedere aiuto, trasformando l’introspezione personale in un gesto di forza. In questa intervista, il gruppo ci racconta la genesi del singolo, l’evoluzione del loro sound e il percorso che li ha portati a diventare una realtà consolidata sulla scena live italiana.


 

Il vostro nuovo singolo “Calling Home” affronta un tema molto forte: il momento in cui si decide di smettere di bere e chiedere aiuto, trasformando la vulnerabilità in un gesto di forza. Come è nata questa canzone e quanto è personale la storia che racconta?

Il brano racconta di una storia vissuta in prima persona. Quello delle dipendenze è un tema spesso sottovalutato, seppur ricorrente al giorno d’oggi in varie forme. In questi casi, riconoscere il problema è il primo passo. La richiesta di aiuto che può conseguire è senz’altro lo step più difficile da compiere poiché richiede l’accettazione dell’essere vulnerabili e la volontà di crescere, ma è quello che, alla fine, trasforma una nostra fragilità in un atto di forza.

Nel vostro suono convivono groove funk, energia rock, suggestioni blues e una scrittura quasi cantautorale. Come nasce questo equilibrio tra generi così diversi all’interno degli Ehilà Collective?

L’equilibrio sonoro sorge inconsapevolmente, ed essendo linguaggi e ascolti integrati nel nostro background musicale li esprimiamo nella nostra musica. Anche se abbiamo tanto in comune tra noi, musicalmente parlando, ognuno ha una formazione artistica diversa. Questo fa sì che quando componiamo ciascuno di noi possa apportare qualcosa di personale. Il risultato finale è spontaneo e spesso ibrido, non solo per la versatilità dei linguaggi musicali ma perché risaltano le personalità di ognuno.

Prima di “Calling Home” avete pubblicato “Buoni Amici”, un brano che esplora le zone grigie delle relazioni e quei legami che restano sospesi tra distanza e affetto. Vi interessa raccontare proprio quelle situazioni emotive che di solito la musica tende a semplificare?

Il titolo Buoni Amici in realtà è ironico. In “Buoni Amici” abbiamo cercato di creare un contrasto trattando un tema abbastanza serio, con un testo diretto ma ironico e un groove funk spensierato, divertente e che faccia ballare. Questo approccio alla stesura del brano, secondo noi, tende a valorizzare l’argomento, rendendo il tema meno pesante all’ascolto, seppur mantenendolo protagonista del brano.

Gli Ehilà Collective nascono a Pavia, da musicisti che si sono incontrati tra conservatorio e jam session. Quanto l’ambiente di provincia ha influenzato il vostro modo di fare musica e di costruire una comunità attorno ai live?

Pavia è la città in cui ci siamo incontrati, ma proveniamo tutti da luoghi diversi. In realtà Pavia è una posizione molto strategica, essendo solo ad una trentina di chilometri di distanza da Milano. La scena milanese la conosciamo bene: è dove siamo cresciuti musicalmente e artisticamente, frequentando le numerose jam session della città e facendo tante gig nei club più conosciuti. Inoltre, il fatto che Pavia sia una piccola cittadina ci ha permesso di costruire rapporti duraturi con i diversi artisti della zona, con cui c’è sempre stato uno scambio artistico costante e reciproco.

In poco tempo avete suonato decine di concerti tra club e festival in tutta Italia. Che cosa avete imparato dalla dimensione dal vivo e in che modo il palco ha plasmato il vostro suono?

Per noi il live è tutto. Portare la nostra musica di fronte a un pubblico e creare così quell’energia che si respira in quei momenti è quello che cerchiamo di fare ogni volta che componiamo un nuovo brano. Non è una cosa pensata, ma piuttosto una necessità che sentiamo di dover portare avanti.

Il vostro progetto si chiama Collective, quindi suggerisce qualcosa di aperto e in continua evoluzione. Quanto conta per voi l’idea di collettività — musicale e umana — rispetto al modello più classico di band?

La parola Collective ha un significato profondo e cerca di rappresentare quello che siamo stati e che siamo tutt’ora. Nel passato abbiamo avuto il piacere di condividere il progetto con diverse figure e amici che sono stati di passaggio e che hanno lasciato la loro scia attraverso la propria personalità musicale e umana. Al momento i componenti del gruppo sono consolidati, poiché abbiamo trovato un’alchimia e un legame unico e forte tra noi, però nulla toglie che in futuro ci potranno essere altre persone che saranno in grado di valorizzare il nostro percorso.

Luca Vettoretti

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