“4 5 6” è uno spettacolo teatrale scritto e diretto da Mattia Torre, il talentuosissimo autore, sceneggiatore e regista, scomparso nel 2019 a soli 47 anni. La rappresentazione, interpretata da Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri, Cristina Pellegrino e Giordano Agrusta, è andata in scena a Trieste il 21 e 22 marzo 2026 presso il Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia.
La trama di “4 5 6” descrive una famiglia che vive isolata in una valle: perennemente chiusi in casa, parlano una lingua aspra, stramba, pazzoide, paranoica e bislacca, che fonde diversi dialetti del Sud Italia, una sorta di “grammelot meridionale” stavolta (“Grammelot o gramelò” – probabilmente voce tratta dal francese “grommeler”, cioè borbottare, mormorare fra i denti). Passano il tempo a litigare, a pregare e a odiarsi rappresentando una situazione comica e al tempo stesso estremamente violenta.
La madre pensa solo a rabboccare il “sugo perpetuo” fatto della nonna (morta quattro anni prima!) che bolle e ribolle come un fuoco sacro ed è ossessionata dalla “tiella” (teglia da forno) data in prestito ad una “francese” e mai restituita (la tiella vista come simbolo, come prezioso scrigno di sapori e ricordi dei bei tempi andati).
Il padre, violento, egoista e dispotico, tiene la famiglia per giorni a provare e riprovare la liturgia di una cena, che sembra essere risolutiva per migliorare il loro status, cena in cui sarà ospite una specie di funzionario (uno pseudo imprenditore che, pur di non pagare le tasse, decide di farsi prete) per acquistare i primi posti al campo santo.
Il figlio è tenuto alla catena perché sogna di fuggire in città, dai parenti a Roma. È ossessionato dal modo di gestire l’esistenza da parte dei suoi genitori, “non si può vivere solo di tielle e prosciutti”, e intanto prega Dio dicendo: “liberami dalla psicopatia degli insaccati oppure muorimi”.
Padre, madre e figlio, caratterizzati da ignoranza e diffidenza, ormai, irrimediabilmente incattiviti, si scambiano insulti e conflitti, appesantendo e aggravando la loro incancrenita situazione familiare e desiderando la reciproca morte.
Nonostante l’ostilità, la famiglia deve quindi prepararsi ad accogliere, come un salvatore, il fantomatico visitatore che, a loro dire, potrebbe cambiare il loro disincantato e asfittico destino. Tuttavia, la pace temporanea è destinata a rompersi.
L’opera tratta anche un tema più ampio: l’idea che l’Italia non sia un vero paese, ma una sorta di convenzione, poiché è mancante di una comune unità culturale, morale e politica. Proprio all’interno del nucleo familiare – che dovrebbe avere il potere della difesa dell’individuo, in quanto è un nucleo aggregante – nascono i germi di questo conflitto. La famiglia diventa quindi un microcosmo di valori deteriori, egoismo, diffidenza, ostilità, animosità, lotta, divisioni, disgregazioni, decomposizione, violenza verbale e fisica, attesa della Morte, momento liberatorio e salvifico, senza più l’angoscia del futuro. Riflettendo le tensioni presenti nella società, “4 5 6” mette in luce come la famiglia, pur essendo un elemento di coesione, possa al contempo rappresentare un luogo di orrore, diffidenza e paura, un avamposto della nostra arretratezza culturale.
Da questo spettacolo, duro e straziante, è stato realizzato sia un libro (intitolato “4 5 6 – Morte alla famiglia!”, ed. Dalai, 2012) che un sequel televisivo, andato in onda su La7, all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini (dal 21 gennaio al 28 aprile 2012; Mattia Torre era autore della serie di corti “4-5-6 -o La fiction al tempo della crisi”-, interpretati sempre da Massimo De Lorenzo, Carlo Luca De Ruggieri, Cristina Pellegrino e da Franco Ravera).
La commedia ha fatto parte di un progetto più ampio, prodotto da Lorenzo Mieli per Rai3 nel 2022, che include opere di Mattia Torre: la rassegna “Sei pezzi facili – Il Teatro di Mattia Torre”. appunto di opere dell’autore: “Migliore” (Valerio Mastandrea), “Gola” (Valerio Aprea), “Perfetta” (Geppi Cucciari) , “Qui e ora” (Valerio Aprea e Paolo Calabresi), “4 5 6” (Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri, Cristina Pellegrino e Giordano Agrusta) e “In mezzo al mare” (Valerio Aprea). Tutti questi “Sei pezzi facili” saranno tradotti in inglese all’interno del Progetto Italian and American Playwrights Project, curato da Valeria Orani e Frank Hentschker con 369gradi, Martin E. Segal Theatre Center / Graduate Center CUNY e il supporto dell’”Istituto Italiano di Cultura” di New York.
Non possiamo non ripensare e ricordare la fervida inventiva e arte sublime di Mattia Torre: è stato un influente autore, avendo scritto e diretto commedie e programmi significativi nel panorama teatrale e televisivo italiano. La sua scrittura, caratterizzata da un tono ironico e incisivo, ha avuto un impatto notevole nel mondo del teatro e oltre. Tra le sue opere vi sono “Io non c’entro”, “Tutto a posto”, “Piccole anime” e “L’ufficio”. Ha anche pubblicato opere letterarie con riconoscimenti importanti.
Nel 2011 ha portato per la prima volta in scena “4 5 6”, che ha visto diverse produzioni e adattamenti, compresi progetti televisivi, come abbiamo visto.
Con Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, Mattia Torre ha scritto la prima, la seconda e la terza stagione della mitica serie televisiva “Boris”. Della seconda è stato anche co-regista. Con gli stessi autori, ha scritto e diretto “Boris – Il film”.
Nel 2014 ha firmato la realizzazione del film “Ogni maledetto Natale”. Nel 2015 ha scritto con Corrado Guzzanti la serie tv “Dov’è Mario?”. Nel 2017, anche affrontando temi personali e reali, è stato autore della serie tv “La linea verticale” sulla sua esperienza in ospedale, dalla quale ha tratto poi il romanzo omonimo (“La linea verticale”, Baldini+Castoldi, 2017).
Nel 2021 ha vinto il David di Donatello per la migliore sceneggiatura originale del film “Figli” (con Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea). La sceneggiatura, scritta da Mattia Torre è tratta dal suo monologo “I figli invecchiano”, interpretato da Valerio Mastandrea. Nel 2019, prima dell’inizio delle riprese, ne ha affidato la realizzazione a Giuseppe Bonito, che era stato suo assistente alla regia in “Boris”. È morto a Roma il 19 luglio 2019.
Nel 2021 è stato pubblicato da Mondadori “A questo poi ci pensiamo”, una raccolta di racconti e monologhi inediti. Nell’Ottobre 2022 è uscito il film “Boris 4” su Disney+, scritto senza Mattia ma dedicato a lui.
La carriera di Mattia Torre è ricca e ha dimostrato la sua versatilità e capacità di affrontare temi complessi con uno stile unico. Ha lasciato un’eredità importante nella cultura italiana e i suoi lavori continuano a essere riconosciuti e celebrati anche dopo la sua scomparsa
In sintesi, “4 5 6” rappresenta una delle vette della produzione di Mattia, che ha saputo esplorare e raccontare la complessità della società e delle dinamiche familiari italiane tramite una scrittura potente e originale. Il suo messaggio rimane sempre (purtroppo!) attuale, riflettendo le contraddizioni e le sfide culturali presenti nel nostro Paese. La sua eredità mantiene viva la sua visione artistica e il suo talento.
La scena, a sipario aperto, è lugubre. La scenografia di Francesco Ghisu, ricorda un po’ Caravaggio…ma senza la speranza della luce, con un’atmosfera irreale: incombenti e soffocanti quintature nere, luci basse e soffuse; una tavola imbandita nella cucina come una natura morta, desolata e desolante, anch’essa caravaggesca; tre sedie, una cassapanca che viene aperta e richiusa, un inginocchiatoio davanti, al centro della scena; una cucina economica, su cui bolle una pentolache emana fumo e odore di cibo; un orologio a cucù; una soppressa che penzola imponente dal soffitto. Tutto rigorosamente in “arte povera” e non si coglie se è una vera povertà o una pura spilorceria. Tutto è essenziale ma con una grande ricerca alla base.
Rancore, ignoranza, inquietudine e alienazione si percepiscono assieme ad un perpetuo conflitto che riempie l’aria, ad un’ossessione per il mangiare, unica via di salvezza per un nucleo di gente senza tempo, senza spazio, senza radici del “dove” e del “quando”.
Tutti scaricano le loro rabbie e il loro livore contro tutti e contro tutto, compreso il meccanico cucù, contro cui scagliano pietre ogni volta che scandisce l’interminabile attesa, nonché il salame/soppressa che altro non è che una specie di “wrecking ball”, una palla demolitrice lanciata da tutti contro tutti per demolire, appunto, la loro esistenza. La commedia sfocia nella “tragedieide”: “in questo paese, l’unica cosa a cui puoi aspirare è la morte”.
La prova attoriale di tutti e quattro è magnifica e pregnante. Gli attori, sempre in primo piano, si esprimono come in una danza costante di presenze. Hanno vestito questi panni da tempo e ormai conoscono e si identificano perfettamente con gli orrendi e mostruosi personaggi che interpretano. Magnifica anche l’idea di non lasciare mai la scena, nascondendosi tra le quinte con la faccia rivolta verso il “muro”, come fosse una punizione.
Sagace, ironico e graffiante, lo spettacolo è continuamente giocato sull’equilibrio tra ironia, sarcasmo e orrore, sui toni di un ridicolo grottesco, che disegna un’Italia che, non avendo un’unità culturale, morale, politica, rappresenta una comunità di individui che sono semplicemente gli uni contro gli altri (…e lo ha scritto nel 2011!). Una lotta pari e impari al tempo stesso per precarietà, incertezza, diffidenza e paura ma principalmente per mancanza di obiettivi e aspirazioni comuni.
Da Trieste per oggi è tutto
Rosa Zammitto Schiller
“4 5 6” scritto e diretto da Mattia Torre
Personaggi e interpreti:
il Padre: Massimo De Lorenzo
il Figlio: Carlo De Ruggieri
la Madre: Cristina Pellegrino
l’ospite Giordano Agrusta
scene: Francesco Ghisu
disegno: luci Luca Barbati
costumi: Mimma Montorselli
assistente alla regia: Francesca Rocca
movimenti di scena: Alberto Bellandi
produzione MARCHE TEATRO / Nutrimenti Terrestri / Walsh

