Anastasia Bartoli, trascinante “Manon Lescaut”

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L’Histoire du Chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut, il celeberrimo e fortunato racconto d’Antoine François Prévost d’Exiles (soprannominato Abbè Prevost), è stato il soggetto prediletto di molte creazioni artistiche: balletti, adattamenti per la scena e, nel secolo scorso, anche pellicole cinematografiche, oltre naturalmente a opere liriche. La prima Manon Lescaut (tralasciando il mélodrame di Barrière e Fournier del 1851) composta su un libretto di Eugène Scribe fu quella di Daniel-François-Esprit Auber, nel 1856 all’Opéra-Comique. A Massenet arrise un grandissimo successo con Manon, andata in scena all’Opéra-Comique nel 1884, su un libretto di Henry Meilhac e Philippe Guille che segue da vicino l’Histoire. Impavido della notorietà dell’opera del compositore francese, Giacomo Puccini si dedica alla composizione della “sua” Manon Lescaut, dramma lirico in quattro atti che vedrà la prima rappresentazione al Teatro Regio di Torino il 1° febbraio 1893: accoglienze entusiastiche tributate all’opera e al Maestro lucchese, che coglierà il primo grande successo internazionale. A differenza delle partiture precedenti di Auber e Massenet, il compositore italiano non usa dialoghi parlati, perché il libretto di Luigi Illica, Marco Praga, Domenico Oliva è musicato nella sua interezza. E così anche alla Manon Lescaut italiana toccherà una fortuna mondiale. Il capolavoro di Puccini continua a essere presente nei cartelloni dei teatri internazionali, sulle scene di mezzo mondo, ad appassionare gli ascoltatori sia per la sagacia e l’intreccio avventuroso del libretto sia per la caratterizzazione dei personaggi, principalmente quello della protagonista. La musica creata da Puccini riesce, ogni volta che la si ascolta, in profonda e struggente evocazione del temperamento passionale e sensuale di Manon, che incarna gli elementi dell’eterno femminino. Difficile resistere alla seduzione delle sue arie e rimanere inerti alla straziante scena della morte. Per Puccini Manon resterà un’ossessione (nonostante il trionfo decretato a Torino) che lo porterà a continue correzioni e varianti, contandosi alla fine otto versioni dell’opera. Le differenze principali tra la prima versione e quella più comunemente eseguita, si trovano nel primo atto, nel concertato finale, secondo e quarto atto. Il Teatro Regio di Parma mette in scena, a distanza di un ventennio, una nuova edizione di Manon Lescaut firmata per regia, scene, costumi e luci da Massimo Pizzi Gasparon Contarini, in una coproduzione con il Festival Puccini, Teatro Petruzzelli di Bari, Opera di Bucarest e Teatro Nazionale Croato di Fiume. Motivo principale d’ interesse il debutto nel ruolo principale di Anastasia Bartoli. Soprano sempre più in ascesa, unisce a uno strumento vocale di ragguardevole ampiezza ed estensione, una solidità tecnica che le permette di affrontare un repertorio che spazia dal belcanto rossiniano a quello del romanticismo più maturo. In questa Manon Lescaut Anastasia Bartoli dà ulteriore prova del poliedrico suo temperamento con un’entrata in scena da sagace attrice: bella nel portamento, a calamitare gli sguardi. Gioca a far la timida, condita con quel fare da civettuola modesta, ma pur perentoria nei detti. Alleggerisce la portata della voce per piegarla a un fraseggio leggero e convincente; in ogni frase c’è pathos o languore, investigando le sfaccettature di fanciulla volitivamente incostante quanto sensualmente generosa. Si slancia nei duetti con il tenore, lasciando qui briglia sciolta alla dirompente potenza della voce. Ironica nella scena della toeletta, di folle femminilità, priva di remore nel naturale cinismo. In quelle trine morbide, si fa struggente nel ricordo e imperativa nel desiderio. Vocalmente sfoggia ricchezza di colori, sfuma, modula i suoni splendidamente. Voluttuosa, ma cinica. Sensuale e inconsciamente calcolatrice. Agisce con maestria in scena: anche le mani sono coartate all’intensità di recitazione. E danza. L’ora, o Tirsi, finge bene, piegandosi a un’indole non sua, la vanità femminile. Con Tu,  amore? Tu? pur ancor volubile e inebriata di ori e colori, nuovamente seduttrice, mostra segni di cambiamento in accenti via via più drammatici: si spoglia degli orpelli per diventare donna, amante sincera, ma coraggiosa e sfrontata a faccia di Geronte. Passionale nei duetti del terzo atto, nel quarto si fa struggente in Sei tu, sei tu che piangi con deliranti accenti, seguendo nei gesti le espressioni del viso, l’intensità della musica. Nella scena finale rende in Sola…perduta…abbandonata il senso dell’orrore, lo strazio dello sfacelo con sprazzi di tragica reminiscenza. Toccante. Accanto a lei il tenore Luciano Ganci, ad affrontare uno dei ruoli più impervi di tutto il repertorio pucciniano. Renato Des Grieux che mostra con l’iniziale Tra voi belle un avvolgente timbro caldo, caratterizzato da svettante squillo, pur con qualche sbiancamento nelle mezzevoci.  Il fraseggio non si distacca ancora da una genericità carente di sensualità, su un’orchestra tumultuante. In Donna non vidi mai, servito su un accompagnamento avvolgente, risulta un po’ arido non scostandosi da un generico formalismo voluttuoso e seducente, facendo valere più lo splendore del metallo vocale che da solo non profuma di sensualità. Si slancia facilmente in acuto, smorza, ben servito dal Direttore. Nel progredire dell’azione si fa interprete più sicuro e convincente, come nel duetto del secondo atto con un accorato Ah! Manon, di folle passione amorosa, nell’irrefrenabile discesa della scala dell’infamia, mentre con Dietro al destino trova accenti di immensa angoscia. In No!…pazzo son! tocca il punto più alto di coinvolgimento e commozione, sfoggiando pathos e struggente partecipazione nel finale. Alessandro Luongo è Lescaut efficace nell’impegno profuso in convincenti accenti e per la sicura tenuta in scena. A Geronte di Ravoir presta instabile voce, Andrea Concetti dal generico fraseggio e acuti opachi, Ottimo Edmondo di Davide Tuscano dalla voce slanciata e squillante, capace di smorzature e disegnando un brioso e vitale personaggio. Discreti gli altri comprimari. Direttore era Francesco Ivan Ciampa alla guida della Filarmonica di Parma, che in energica e lucida direzione di ritmi scattanti e tensione emotiva, ci restituisce una partitura intensa, più tragica e drammatica che nelle tinte sensuali e languide. La stessa partecipazione teatrale è impressa al famoso Intermezzo, reso in modo fascinoso e i cui rimandi sensuali appaiono quasi sinistri. Coreografie lineari e fluide nell’ intensa preziosità drammaturgica del veterano Gheorghe Iancu, riprese da Letizia Giulian. A questa cornice orchestrale fa da sfondo in palcoscenico lo spettacolo ideato da Massimo Pizzi Gasparon Contarini: un trasmigrare di sfondi luminosi, immaginifici e monumentali, ottenuti con intelligente impiego di video. La regia si dipana e spiega affidandosi alla musica, che già tutto dice ed evoca. Applausi festosi per tutti, trionfali e calorosissimi per Anastasia Bartoli e Luciano Ganci. Al Teatro Regio di Parma.

gF. Previtali Rosti

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