Com’è ormai consuetudine, al termine dell’incontro con il pubblico (che stavolta riguarda “Il Gabbiano” di Anton Čechov nella realizzazione registica di Filippo Dini, presso il caffè Rossetti di Trieste) attendo Filippo Dini e Virginia Campolucci (rispettivamente interprete del ruolo di Trigorin nonché regista dello spettacolo lui, interprete del ruolo di Nina lei) per fare una chiacchierata sulle loro vite teatrali. Ci avviciniamo, ci conosciamo e commentiamo assieme le foto in bianco e nero di alcuni dei tanti artisti che hanno calcato il palcoscenico del Rossetti e le locandine di vari spettacoli, che ogni volta ci abbracciano e ci accolgono. Filippo Dini arriva e indica a Virginia, che c’è la locandina di “Ivanov”, pièce sempre di Čechov che lui aveva interpretato alcuni anni fa ed era poi estasiato da una bellissima foto di Roberto Bolle, che è anche un grande…
Però ad essere sincera, io venendo qui più che Bolle amo vedere Gabriele Lavia, amo vedere Dario Fo, amo vedere Vittorio Gassman, Moni Ovadia, Gigi Proietti, Roberto Herlitzka, Glauco Mauri con Roberto Sturno, Antonio Calenda con Vittorio Gassman, “Coefore”, Anna Proclemer, Giorgio Albertazzi, Marcello Mastroianni, e via così… insomma tutto il mondo del teatro presente, è qualcosa di immenso ed emozionante.
Virginia Campolucci: una eccellente e molto moderna Nina. Visetto sbarazzino, capelli corti color platino; Filippo Dini: grande signorilità, un Trigorin che mi ha molto affascinato, esattamente quanto il fascino che lui stesso emana coi suoi modi garbati e signorili e la sua voce.
Rosa. Z.: Bene, allora benvenuti a Trieste. A Lei, Filippo non lo dico perché ha già avuto molti “benvenuto”. Quante volte è venuto a Trieste?
Filippo D.: Tante, no? “Ivanov”, “i parenti terribili”, questo “Gabbiano”…
Rosa Z.: …”Il Discorso del Re”; “Così è (Se Vi Pare)”, “Locke” …Comunque guardi, complimenti per quello che Lei regala al teatro e a noi del pubblico, e sono sicura che sarà così anche per Virginia: dato che ha ricevuto praticamente “l’investitura”, possiamo usare questo termine, da cotanto esimio maestro, penso che non ci siano dubbi. L’altra volta io ho visto in “Parenti Terribili” di Jean Cocteau, che era realmente una pièce tremenda e molto difficile. Immagino che introiettare quei personaggi, se uno è un pochino normale, non sia cosa facile.
Filippo D.: C’erano due grandi donne che li portavano avanti, c’erano Milvia Marigliano e Mariangela Granelli, due fenomeni: proprio uno spettacolone.
Rosa Z.: e vorrei ringraziarLa per tutte le spiegazioni e illuminazioni che ha dato al pubblico, anche in merito al Suo Trigorin. Ha animato la discussione.
Filippo D.: Io sapevo di fare un azzardo con questo spettacolo, però non mi aspettavo così tanto, non mi sembrava così tanto un azzardo. Un po’ sì, però poi si è rivelato un “azzardone” a sentire le recensioni, i giudizi. Qualcuno si è molto indignato, qualcuno si è proprio addirittura arrabbiato e invece molti l’hanno molto amato (tra cui io – n.d.r.). Però dico sempre la stessa frase: per quanto io abbia potuto azzardare in questa regia, Čechov, se lo si legge con cura, ha azzardato molto, ma molto di più quando ha scritto “il Gabbiano”. Poi, se uno parte da casa e si aspetta di vedere un certo tipo di personaggio, è chiaro che reagisce in maniera un po’, diciamo, confusa.
Rosa Z.: Generalmente nelle mie interviste pongo sempre due domande. La prima è la seguente: quale evento ha provocato la “scintilla”, mi riferisco alla pièce, l’attore, il momento, la situazione familiare che vi ha spinto a fare gli attori o ad entrare nel mondo del teatro? Facciamo quella più recente.
Filippo D.: Virginia, tu sei più giovane quindi sarà la tua storia la più recente. (sorridiamo tutti e tre – ndr).
Virginia C.: Cominciamo dall’inizio. Io sono genovese però non ho mai sentito di appartenere a Genova, anche culturalmente, nel senso che ne ero in qualche modo assolutamente “non vittima”. Intendo dire che ognuno, secondo me, ha un po’ il proprio posto nel mondo. In quel posto lì io non mi sentivo troppo bene da bambina. L ‘unico luogo in cui mi era concesso esistere in libertà era quell’ora alla settimana in cui facevo recitazione con un’attrice, anche lei uscita dalla scuola di Genova, che si chiama Emanuela Rolla. Lei prendeva l’insegnamento ai bambini della recitazione amatoriale come una cosa estremamente seria: un gioco sì, ma molto serio. Così ho avuto modo, tramite lei, di entrare in un mondo non solo di citazione (In italiano si dice recitare, come se si citasse soltanto qualcosa).
Rosa Z.: “Re-citare”, citare un’altra volta, continuare a citare…
Virginia C.: Esatto, invece di attraversare un testo e farti attraversare, perderti, arrenderti al testo, no? In effetti rappresenta tutto quello che poi invece è il giocare, (to play, jouer,) nelle altre lingue. Invece in italiano si dice recitare, quindi citare qualche cosa. Io invece ho avuto la fortuna, fin da quando avevo cinque anni, di incontrare una persona che al posto di farmi “citare” qualcosa mi dava modo di entrare in altri mondi e di scoprirmi attraverso quei mondi: di scoprirmi incoerente, di scoprirmi persa, di scoprirmi fragile, di scoprirmi forte, di scoprirmi tutta, senza dover emarginare nessuna parte di me, visto che poi in mezzo agli altri un po’ questo accadeva. Così stavo meglio con me stessa e tutte le altre “me” in quel luogo magico, piuttosto che a scuola.
Rosa Z.: È bellissima questa storia! Invece Lei, Filippo?
Filippo D.: Io credo di essermi avvicinato al teatro e di aver fatto questa scelta da spettatore, cioè io mi sento molto come il koala del film “Sing”. Detto così sembra strano, buffo. Però, non so se Lei ha visto “Sing”, è un film d’animazione, chiaramente “per bambini”, ma è bellissimo e racconta di un produttore che è direttore di un teatro dove gli va tutto male, il teatro crolla, viene distrutto. Comunque si vede lui da bambino con suo padre, mi pare all’inizio del film, che lo porta a teatro per la prima volta e lui fa un’espressione di incanto. Si vede proprio il suo primo piano e non si vede che cosa succede sul palcoscenico, si vede solo la sua espressione di meraviglia. Così credo di aver avuto anch’io quella faccia. Insomma, a un certo momento della mia vita, da ragazzo, mi perdevo in queste storie, mi sembrava un mondo bellissimo e allora a ho detto che avrei voluto stare di là e provocare la stessa cosa che veniva provocata a me.
Rosa Z.: Allora, recentemente, Maestro…
Filippo D.: …Io non amo molto essere chiamato “Maestro” perché mio papà era maestro elementare.
Rosa Z.: Maestri tutti e due…
Filippo D.: Maestro elementare significa che insegnava a scrivere e a far di conto ai bambini, una rivoluzione totale nella vita di un uomo. Io non credo di provocare una rivoluzione del genere.
Rosa Z.: Porterà in scena anche “Alcesti” a Siracusa…
Filippo D.: debutterà l’8 maggio.
Rosa Z.: E come ci si relaziona, secondo Lei, con il teatro greco antico, cioè lo specchio di un’epoca che aveva più sacralità, più catarsi, che oggi invece il teatro, secondo me, non ha?
Filippo D.: Guardi, mi sono molto interrogato su questa cosa proprio prima di affrontare questo viaggio di “Alcesti”. E chissà quante sorprese mi aspettano ancora! Noi abbiamo un bisogno estremo di sacro. Ne abbiamo tutti un bisogno, è una necessità, al di là della religione cattolica; dico proprio indipendentemente, anche per chi è laico, anche per chi è ateo. Abbiamo una necessità fortissima di partecipare a un rito, qualunque esso sia, perché abbiamo bisogno di ritrovarci intorno a qualcosa che prescinda dalle regole del vivere comune, dalle banalità del quotidiano. Abbiamo bisogno proprio di astrarci, abbiamo bisogno di storie antiche, avremmo bisogno di trasferirci tutti nei paesi più remoti dell’Africa. Questo ci rimetterebbe di nuovo al mondo e ci farebbe tornare un po’ indietro. Ci farebbe tornare all’origine delle necessità quotidiane, anche molto banalmente.
Rosa Z.: Siamo andati troppo avanti, troppo velocemente io credo.
Filippo D.: Sì, troppo malamente anche.
Rosa Z.: Le nostre generazioni hanno visto una rivoluzione simile forse solo alla Rivoluzione Industriale, a metà dell’Ottocento. Sono vecchia ma non vecchissima e ho la sensazione che il passaggio dal gettone telefonico al telefono smart con cui, tra le altre cose strabilianti, parli con tutto il mondo senza pagare, sia stato veloce come un battito di ciglia. Forse non eravamo pronti a evolverci in questa maniera, così in fretta, e ne abbiamo fatto l’uso peggiore. È vero?
Filippo D.: Sì penso proprio di sì e quindi abbiamo bisogno del teatro antico, del rito antico. Quello che avviene a Siracusa è veramente fuori dall’ordinario.
Rosa Z.: Si respira un’aria che non ti dà modo di capire in che momento storico ti trovi, a prescindere da tutto quello che vedi. Però la tua anima, il tuo essere, è come se fosse nel famoso iperuranio.
Filippo D.: Le storie che ci vengono raccontate sono storie che, di solito, hanno a che fare con un paradosso, con qualcosa di incomprensibile, di misterioso, che ha a che fare veramente con la sfera del sacro: il sacrificio di Antigone, l’uccisione di Medea dei suoi figli o, in questo caso, il sacrificio di Alcesti sono profondamente incomprensibili e quindi ci riportano a una zona remota e oscura di noi stessi che, però, abbiamo bisogno di ritrovare.
Rosa Z.: Senz’altro, ormai è come se ci fosse stato veramente troppo appiattimento.
Cara Virginia, torniamo a noi: fra cinema, televisione e teatro, inteso come performare su un palcoscenico, che cosa è più coinvolgente, gratificante, diciamo così? Dove ti senti più a tuo agio, anche se hai fatto solamente tre fiction e sei giovanissima? Ho letto che ti sei diplomata pochissimi anni fa. Cos’è che ti coinvolge di più? Dove ti senti di più la Virginia che introietta i personaggi?
Virginia C.: Quello che posso immaginare di poter confrontare penso che sia il cinema d’autore in cui l’opera è una cosa terza e, collettivamente, si segue una visione, che poi è quella registica, di più che nel teatro. Forse sicuramente il cinema è del regista e il teatro è dell’attore. Non sono stata all’interno di un’esperienza creativa di un livello così alto cinematograficamente, per cui non ne ho idea. Per me il mio lavoro rimane il mio lavoro, quindi se ritengo sia nobile e onesta la causa, per me significa mettermi a servizio di questo mestiere in un campo o nell’altro. Penso che nel cinema si impari di più forse un senso di umiltà, nel senso che poi tu sei veramente un piccolissimo ingranaggio. Un prodotto viene montato, rimontato, manipolato. Devi essere efficace e a fuoco in un tempo molto più limitato, senza l’arco totale del personaggio. Penso che si possa imparare, in entrambi i casi, tantissimo. Ovviamente poi la televisione invece è un altro ambiente ancora. È una cosa che, come qualsiasi cosa, crea crescita ed è importante perché per qualcuno è importante quel tipo di prodotto.
Rosa Z.: Posso permettermi di dire anche che è quello che ti dà la vera visibilità? Credo che la TV sia più pop di tutto, perché al cinema ci devi andare, al teatro ci devi andare, la televisione e le varie piattaforme ti arrivano in casa o dovunque tu ti trovi.
Virginia C.: Sì, è altrettanto nobile, sicuramente. Quindi io sinceramente non saprei dire… Sì, nel teatro c’è il rapporto col pubblico, c’è l’attraversare una storia dall’inizio alla fine. E poi immagino ci sia la possibilità della relazione in modo un po’ più forte di quello che ti propone il cinema. Poi, magari invece con registi tipo Wes Anderson, che ti fa girare una scena per 20 minuti consecutivi, è altrettanto possibile.
Rosa Z.: Com’è essere Filippo Dini e diventare anche direttore artistico di un teatro come lo Stabile del Veneto?
Filippo D.: È un’esperienza tutta nuova per me, nel senso che ho imparato ora, in questi due anni. Dicevo sempre che stavo imparando: direi che ho quasi imparato a fare questo lavoro, nel senso che ho dovuto apprendere un lavoro nuovo, cioè quello del Direttore Artistico. Non ha niente a che vedere con quello che ho fatto in tutti gli anni precedenti. È chiaro che uno deve cercare di interpretare, come io ho cercato di fare come regista e come attore. Cerco di farlo per quello che posso dare di buono a questa attività. Anche come Direttore Artistico cerco di applicare i principi che mi hanno guidato fino ad adesso come regista, e… come è difficile scegliere! Le produzioni sono tante e oltretutto anche sono molto brevi i periodi in cui si possono performare. Una volta, nelle grandi città, avevi anche due settimane di repliche. In alcune piazze importanti era una settimana intera con due spettacoli al mercoledì quindi sette/dieci repliche le facevi. Adesso no, non è più così purtroppo, con dolore.
Rosa Z.: Si allestisce uno spettacolo anche importante però poi si gira tanto, si fanno una o due serate e non hai neanche il tempo di fare la pubblicità per rendere lo spettacolo accattivante, al di là degli abbonati, i quali hanno già tutto pronto e sanno già e com’è. È difficile scegliere tra queste posizioni?
Filippo D.: È molto difficile anche perché la cosa più ardua, per quanto mi riguarda, è lasciare fuori un sacco di gente, vuol dire lasciare fuori dalla stagione molte compagnie, molti progetti che invece vorresti realizzare, far vedere e vorresti che il pubblico li conoscesse e li potesse apprezzare. Questo è veramente brutto, è un’esperienza dolorosa, sono i “no” che mi tolgono il sonno la notte. Poi, purtroppo a volte, certe decisioni sono inevitabili sia economicamente che praticamente. Devi vedere cosa “tira di più” e cosa di meno, si devono fare delle scelte
Rosa Z.: È molto amaro come risultato. Allora, i vostri bilanci? Praticamente questo spettacolo è venuto fuori in novembre, ha debuttato in novembre2025
Filippo D.: sì il giorno 4 novembre 2025.
Rosa Z.: Lei, Virginia, fa parte del panorama attoriale da poco tempo, mentre Lei, Filippo, lo è da tantissimi anni. Qual è il bilancio della vostra esperienza nel teatro? Mi spiego: dopo quattro anni in cui avete fatto un certo numero di lavori per il teatro e avete collaborato anche spesso, qual è il bilancio? Qual è il personaggio che avete preferito? Qual è quello che vi ha dato di più? Qual è quello che non fareste più? Una sorta di sintesi. Lei, Filippo, da quanti anni realizza e propone queste meraviglie? Ammesso che siano tutte meraviglie.
Filippo D.: No, non sono tutte meraviglie. Qualche schifezza l’ho fatta, per fortuna, perché bisogna fare delle schifezze ogni tanto, altrimenti sennò non si può comprendere e crescere, se no è sempre la stessa minestra. Mi pare che abbia iniziato, se ben ricordo, dopo la scuola nel 1997. Ah beh, quindi insomma sono 30 anni quasi!
Rosa Z.: Quale è il momento che vi ha preso di più? Il personaggio o l’opera?
Virginia C.: Io sicuramente questo personaggio di Nina, questa opera, questo spettacolo con questo ensemble, sì… assolutamente questo! Ma penso che sia non solo per il testo, per il personaggio o per questa situazione: penso che sia tanto il fatto che mi sono data del tempo (un po’, oltretutto non potevo farne a meno) per nutrire lo spirito, l’anima e ritengo che in questo lavoro serva molto il tempo di “ozio creativo” per rinutrire un po’ l’immaginazione. Se fossi arrivata, come ero arrivata a interpretare Abigail (Virginia nel ruolo di Abigail Williams, Stagione 2022/23, “Il Crogiuolo” di Arthur Miller, regia di Filippo Dini – n.d.r.), che è stato altrettanto bello e importante per me, se ci fossi arrivata subito, dopo non sarebbe esistito niente di tutto questo: c’è bisogno di tempo per le cose.
Rosa Z.: Di introiettarle proprio, digerirle, farle proprie.
Virginia C.: Sì…e tanto nutrirsi.
Filippo D.: Mah, io comincio a sospettare che il personaggio più bello che uno fa è sempre quello che sta interpretando. Nel senso che io mi sono trovato tante volte a rispondere, a queste domande, che era sempre il personaggio che stavo facendo. Anche in questo caso Trigorin mi sta dando un grande aiuto nella mia vita personale. Bene, questo è bellissimo. Di solito io faccio teatro, per star meglio nella vita, non al contrario. Siccome nella vita non è che sia granché, allora il teatro mi aiuta tanto e devo dire che Trigorin veramente mi sta aiutando moltissimo, sebbene sia controverso anche nella sua stupidità, nei suoi limiti, nel suo essere appunto un essere umano molto limitato. Però sì, ci sono tanti personaggi ai quali sono molto affezionato. Devo dire che, comunque in teatro, il bilancio che io faccio è che mi ritrovo (ahimè mi piacerebbe dire una cosa diversa!) sempre come quel koala: questo si sente in scena. Durante il giorno, vedo tutti i limiti della macchina teatro, sempre di più, sempre di più, tanto che in certi momenti mi chiedo chi me lo faccia fare di continuare. Sarebbe davvero meno controproducente andare a fare qualcos’altro di meno remunerativo, molto più umile? Sarei più in pace con me stesso? Invece, quando inizia lo spettacolo…c’è la magia. È inevitabile.
Virginia C.: Ecco, se posso, vorrei dire questo: non è per niente scontato che la fortuna più grande, anche di questo spettacolo per me, è il fatto di lavorare, il fatto che tante persone adesso vengano chiamate a teatro, tanti ragazzi della mia età eccetera, come un annichilimento rispetto anche alla sindacalizzazione dell’arte in generale. Ci sono tanti discorsi sul teatro. Però io alla fine posso dire, mettendo la mano sul fuoco, che, grazie a Filippo Dini, mi sembra che sia la prima volta tutte le sere, che stia concedendosi a questa magia perché è una necessità primaria, come bere un bicchiere d’acqua. Penso che sia proprio Filippo Dini che ti dà questa possibilità: devi portare rispetto a quel lavoro e a tutti quanti intorno, non c’è spazio per lamentarsi, non c’è spazio per riempire invece quel luogo, che deve essere forse solo questo, cioè proprio necessario, altrimenti non serve a niente il teatro.
Rosa Z.: La seconda domanda che faccio sempre è questa. Per favore, volete lasciare un messaggio molto breve, 10-15 secondi, ai giovani? Mi riferisco ai vostri spettatori, a coloro che vi seguono a teatro, per nutrire i giovani che poi, tra l’altro, sono i coetanei di Virginia.
Virginia C.: Sì, secondo me bisogna assolutamente nutrirsi e circondarsi di bellezza, educare la mente a saperla riconoscere sempre di più: è un allenamento, un allenamento costante, e bisogna abbracciarla forte. Rifuggire i fastidi nella mente perché talmente tutto, in questo momento, dà adito a sofferenza, per cui forse è un momento rivoluzionario. Potrebbe esserlo per noi proprio perché c’è talmente tanto poco…
Rosa Z.: Mi fa impressione sentire una ragazza così giovane parlare in questa maniera, sai? Mi fa tanta impressione.
Virginia C.: Penso che questa sia la cosa che mi auguro di più di tutte, penso che bisognerebbe mettere un attimo a fuoco l’occhio e lo sguardo sulla luce. Non sull’ombra.
Rosa Z.: Bravissima! Bravissima! E lei Filippo?
Filippo D.: Io mi sento di dire che il momento forse più importante della mia vita è stato quando ho fatto un anno di Matematica all’università perché mi sentivo molto portato per questa scienza e, prima di fare teatro, mi sono buttato nel corso di laurea. È stata proprio una débacle. Devastante. Non era proprio per me e ho fallito sonoramente. Fallire clamorosamente è permesso solo a chi fa, a chi si butta con passione nelle cose; quindi, mi sento di dire che bisogna cercare di e a che cosa si può essere utili nel mondo, cioè capire che cosa fare nella vita, che è forse l’impresa più grande. L’impresa della vita è tentare di fare tante cose: questo è il consiglio che mi sento di dare. Forse è un po’ banale, però bisogna cercare di buttarsi nelle cose con la passione, la bellezza e la passione.
Virginia C.: Però poi sembra che sia l’ultima cosa.
Rosa Z.: E che… sia la cosa più sciocca e banale, no?
Virginia C.: Invece richiede una grande fatica!
Filippo D.: Ho fatto l’esempio del fallimento perché buttarsi nelle cose con passione permette di capire anche che cosa non si deve continuare a fare, perché se fai le cose un po’ così, mezzo e mezzo, non ti rendi conto che forse non è per te. Solo se le fai con forza, come una testa d’ ariete, capisci che qualcosa non fa per te.
Rosa Z.: Bene, siete favolosi. Grazie, grazie per avermi dedicato questo tempo, ne sono veramente onorata. Perché parlare con coloro che realizzano ciò che ho amato e amo tanto e che avrei sempre voluto fare, è sempre inebriante.
Virginia C.: Grazie anche a Lei.
Filippo D.: Grazie Rosa.
Baci, abbracci e foto di rito con questi due straordinari rappresentanti del teatro. Ogni volta che termino un’intervista e li vedo andare via, non so mai se si tratti di un addio o di un arrivederci. Quando termino, devo sempre rimanere seduta e simulare di rimettere a posto le carte, perché mi devo riprendere dalla forte emozione. L’emozione che solo l’arte del teatro e coloro che la creano, può dare.
Da Trieste per oggi è tutto.
Rosa Zammitto Schiller

