Noemi Gherrero è un universo in movimento, una voce che si trasforma tra radio, TV ed eventi, senza mai perdere la propria essenza. La sua carriera è un intreccio di curiosità, ambizione e creatività, dove ogni esperienza diventa un tassello di una visione più ampia. Dalla conduzione alla progettualità culturale, dalla fotografia alla gestione di programmi complessi, sa fondere arte e istituzione con naturalezza. È una donna che non teme il cambiamento e che trova nella versatilità la sua forza più autentica. La sua strada non segue percorsi preconfezionati: li crea. In ogni gesto, in ogni parola, c’è la volontà di essere sé stessa, con chiarezza e passione.
Sei una professionista molto versatile: radio, TV, eventi. Cosa ti ha portato verso la conduzione?
Nel mondo della conduzione ho trovato uno spazio che mi permette di essere versatile e libera. Dalla radio alla TV, passando per gli eventi, ci sono linguaggi diversi ma sempre la possibilità di esprimere il proprio stile. È questo che mi affascina: cambiare forma, ma restare riconoscibile.
Qual è stata la sfida più grande del tuo percorso?
Direi il passaggio dall’essere interprete di un copione scritto da altri a un posizionamento più trasversale, con maggiore responsabilità. È un cambiamento importante, perché implica prendere decisioni, esporsi e costruire qualcosa di più personale.
Come vivi il rapporto con i social e le critiche?
Non mi espongo inutilmente per alimentare dinamiche di scontro o attirare audience. Non mi piacciono le critiche sui social, soprattutto quando arrivano da chi non ti conosce e giudica senza educazione. È un tipo di dinamica che non mi appartiene.
Ti definiresti una persona in continua evoluzione?
Assolutamente sì, sono sempre nel cambiamento. Ho modificato molte cose nel tempo, anche senza stravolgere completamente il lavoro. A volte non è la cosa in sé che cambia, ma il modo in cui cambia.
C’è un traguardo che senti particolarmente significativo?
Arrivare alla conduzione di un programma in Rai è stato qualcosa che ho sempre desiderato. Mi ha dato solidità, sia dal punto di vista formativo che professionale, ma soprattutto ha confermato l’idea che ho sempre avuto di me stessa.
Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere un percorso simile al tuo?
Trovare la propria strada, senza cercare ricette universali. Essere versatili, allargare le proprie competenze, essere intuitivi e puntare a qualcosa che rispecchi sinceramente ciò che si è.
Oggi hai anche un ruolo istituzionale. Come si inserisce nel tuo percorso?
Più che imprenditoriale, lo definirei manageriale e in qualche modo istituzionale. Da maggio scorso sono segretario di un coordinamento territoriale legato alla cultura, in seno a Confcommercio, Impresa Cultura Ferrara. Non è stata una scelta pianificata, ma il naturale sviluppo di un percorso che mi ha portato ad ampliare e verticalizzare alcune competenze.
Hai fatto anche la modella: come si inserisce questa esperienza nella tua identità?
Non ho mai pensato di essere una sola cosa. Non mi sono mai definita una modella: ho posato, amo la fotografia, quindi per alcuni periodi lo sono stata. Così come ho scritto, creato, editato… ma non per questo sono solo una sceneggiatrice o un’autrice. Sono le inclinazioni e l’ambizione a orientarti. Tra le mie c’è anche l’organizzazione, la progettualità, la gestione.
Senti mai un conflitto tra la tua parte artistica e quella più istituzionale?
Sì, in parte è vero. Non sono del tutto libera da questo condizionamento, soprattutto quando comunico pubblicamente. Ci sono contenuti che sembrano più adatti a una veste che a un’altra. Però è un processo: le cose diventano più chiare andando avanti.
Essere donna nel tuo settore è ancora una sfida?
Lo è nella misura in cui lo è per moltissime donne. Però credo sia un aspetto ormai sdoganato da tempo e, per quanto mi riguarda, non è più una questione esistenziale. All’inizio della mia carriera sentivo la necessità di dimostrare agli altri quanto valessi, oggi molto meno: lo do quasi per acquisito. Si costruisce insieme agli altri e le affinità tra le persone sono elettive.
Parliamo del tuo impegno sul territorio: che visione hai per Ferrara?
Parliamo di Ferrara, più che di un intero Paese — sarebbe esagerato! Sicuramente penso a una progettualità di larga intesa, senza rinunciare a una missione chiara. Punto a costruire una rete trasversale in cui il territorio sia protagonista. Mi interessano molto i processi sociali, i nuovi modelli culturali e, nella mia visione, sono fondamentali anche i temi legati agli spazi, alle loro nuove allocazioni e alla gestione del tempo nello spazio urbano che viviamo.
C’è una “missione” dietro tutto quello che fai?
Faccio quello che faccio perché mi piace e mi diverte. Non tutto deve avere una missione universale o una portata straordinaria. Molti eventi nascono semplicemente per far divertire, altri per stimolare curiosità o provocare. Nelle piccole cose ognuno trova ciò che gli serve. Se propongo un format sulla musica è perché voglio parlare di musica, perché intuisco che esiste una domanda e che può esserci spazio per una proposta alternativa — non perché ogni progetto debba diventare una “stella cometa”. Anche nella vita privata esistono cose diverse, con pesi diversi. Cercare sempre di idealizzare tutto, attribuendo significati enormi, è poco autentico: le cose devono essere reali, non costruite.
Manuele Pereira
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