di Tommaso Chimenti
Lo scoprimmo, insieme a tutta l’Italia teatrale, una ventina d’anni fa. Si parlava di questo ragazzo siciliano che se ne stava seduto su una seggiola ma con le mani, e con il dialetto palermitano caldo come lo scirocco, ci faceva vedere le azioni del miracoloso “Italia – Brasile 3 a 2” e ci faceva rivivere quelle emozioni nostalgiche, emozionanti, commoventi. Davide Enia è autore di razza, di drammaturgie come di romanzi, si dona in scena senza risparmiarsi, generoso, potente, viscerale. In teatro, pur essendo nel vuoto di un palco destrutturato e pulito, sgombro e scarno, sembra riempirlo con la sua possente figura paradossalmente perché Enia sta seduto illuminato soltanto da una luce e tratteggiato dalla musica del suo fidato strumentista. Però ci sono le mani che si muovono a tempo come un direttore d’orchestra su uno spartito immaginario che vede soltanto lui ma che dopo poco riusciamo a percepire anche noi in platea. Ed entriamo nella sua musica, nel suo tempo senza tempo, e vorremmo che non finisse mai questa nenia, questi ricordi che fanno bene all’anima, che creano una comunità, senza divisioni, tutti riuniti in abbraccio. Abbiamo appena visto il suo ultimo “Autoritratto” che è il ritratto di una Nazione, di un Popolo, di uno Stato. Siamo ancora là in mezzo alle bombe di Capaci e di via D’Amelio ma il fumo non si vede più e neanche i boati si sentono più. E allora per fortuna c’è chi, come Enia, ce li ricorda quei momenti che non sono soltanto un ripescare dalla memoria ma sono anche un monito per domani. Gli abbiamo fatto qualche domanda, più del solito, perché il personaggio, anzi la persona Davide Enia, sprizza voglia di comunicare, di vicinanza, ispira quella fiducia, quella verità e quella onestà intellettuale che spesso non troviamo negli uomini di cultura, strumentalizzati e molte volte faziosi. Enia è un patrimonio italiano da proteggere, valorizzare, le sue parole fanno bene. Enia è di tutti, è del popolo, è del pubblico. Abbeveriamoci della sua presenza.
So che sei molto tifoso del Palermo. Il tuo rapporto con il tifo, con la squadra, con lo stadio.
“Il gioco è una delle attività più nobili, nella sua purezza permette un continuo contatto con l’invisibile e con il possibile. Giocano gli stormi nei cieli, i gatti nelle ombre, i piccirìddi unnegghié. E poi, quando il gioco si fa rituale, ecco che diventa senso di appartenenza, motivo di orgoglio, pratica di livellamento sociale. Lo stadio mi interessa perché è una moderna agorà, in cui si ascoltano sfoghi e sogni, si condividono gioie e sofferenze, con una delle pochissime manifestazioni di fede rimaste: quella per la maglia. Per ritrovare questa intensità di passione collettiva, sono rimaste alcune sparute feste religiose, e quasi più nulla. Il turbocapitalismo sta provando ad appropriarsi anche di questa energia, forse ci riuscirà, spero di no”.
Qual è un tema che non hai affrontato in questi anni e che avresti voluto vedere a teatro proposto da qualche collega?
“Gaza”.
Chi stimi maggiormente tra i tuoi colleghi, attori e drammaturghi?
“Mi soffermo solo su chi scrive drammaturgia, quindi, così su due piedi, dico: Mimmo Borrelli, Ascanio Celestini, i Babilonia Teatri”.
Raccontaci com’era Palermo e come in questi anni l’hai vista cambiare.
“Palermo fu un teatro di guerra, con tanto di macerie, sangue e tutte le ferite e gli insegnamenti che ne conseguono. L’ho vista cambiare più volte: morire e poi risorgere, la primavera arrivava e poi ecco tornare il buio dell’inverno. L’ho vista provare a costruire per poi assistere sistematicamente allo smantellamento di quanto di buono era stato fatto. L’ho vista ignorare di continuo i suoi figli e le sue figlie, e poi eccola scodinzolare sottomessa davanti a un padrone venuto da fuori. Palermo è una città che muore e risorge di continuo. Adesso, siamo nella fase della morte”.
Hai abitato a Palermo, Milano, Roma, i pro e i contro di queste città.
“Palermo rimane, nonostante uno sgarruppamento invincibile, che si salda a una turistificazione sempre più selvaggia, una città che continua a produrre sacche di fertilità potentissime, manco a dirlo ignorate dalla politica. Milano, città invasa dai soldi, i cui costi per vivere sono oggi al di là di ogni decenza, è una città ridotta a vetrina di se stessa, senz’anima, che da decenni non riesce a produrre immaginario, copia Londra, copia NY, sconta la colpa originaria di chi rincorre il mercato: non avere combattuto per stare al mondo, rivendicando una propria identità originale. Milano è soccombente. Roma invece sta morendo da più di duemila anni, ha nel suo grembo quartieri di straordinaria vitalità ma è un sistema rimasto a settanta e passa anni fa, senza un progetto di cosa essere domani, con una assenza di organicità figlia anche di una estensione immotivatamente smisurata. Roma non esiste, ne esistono dodici, quindici, ventitré, forse ancora di più, e tutte queste Roma non sono in dialogo tra di loro”.
Perché dopo dieci anni nella Capitale hai deciso di tornare nella tua Palermo?
Cosa è scattato? Qual è stata la molla?
“Volevo rientrare nella geografia che ha costruito il mio universo simbolico, e provare ad affrontarla, decifrandola, oggi che ho gli strumenti per farlo”.
Che cosa rimproveri di più ai palermitani, ai siciliani e di che cosa invece vai orgoglioso?
“Alcuni palermitani sono esemplari, lavorano nei quartieri, si prendono cura della città e di chi la abita. Altri palermitani se ne fottono e considerano il proprio privilegio come un diritto divino. La città, nonostante tutto, continua a produrre, dal basso, situazioni di cui essere orgogliosi. Un esempio: il festival Ballarò Buskers, creato e gestito da volontari, che porta una massa di persone gigantesca per le strade di quel quartiere, trasformando il rione in una festa per un intero fine settimana, il tutto fatto con economie risibili e con un lavoro sul campo lungo decenni, svolto giorno dopo giorno, assieme agli abitanti”.
Di che cosa Davide Enia non farebbe mai a meno?
“Del mare”.
Sei spesso invitato all’estero con i tuoi spettacoli. Nell’immaginario collettivo di uno straniero la Sicilia è ancora il Padrino e la lupara?
“Non solo all’estero, anche in gran parte dell’Italia c’è un’idea del sud folklorica, potenziata e rafforzata da un certo cinema, da una certa narrativa, da un certo teatro. Ma questo è un problema che riguarda un certo sguardo sul mondo che possiamo definire neocoloniale, spesso inconsapevole, sicuramente distorto, carico di pregiudizi”.
Con quest’ultimo “Autoritratto”, e con il precedente “L’abisso”, sei ufficialmente entrato nel novero degli autori di teatro civile. Come Paolini, Massini, Saviano. Rifiuti o accoglie, e perché, questa etichetta?
“L’etichetta serve come pratica rassicuratrice, figlia di primo letto del capitalismo e dell’horror vacui, ed è qualcosa che racconta unicamente chi la affibbia, mai la cosa in sé. “Antigone” è teatro civile? Secondo le logiche classificatorie, sì. Per me è teatro, tanto mi basta. Del resto, francamente me ne infischio”.
Come vorresti essere ricordato?
“Non mi interessa essere ricordato”.
Stai già lavorando ad un nuovo testo? Anticipaci qualcosa.
Come funziona il tuo personale processo creativo?
“A breve uscirà il romanzo nuovo, tra un po’ dovrei mettere in scena un nuovo lavoro. Nel mio processo creativo, a un certo punto, mi dico che mi interesserebbe un dato tema, poi per mesi, anni a volte, quel seme rimane lì, fino al momento del germoglio, che è determinato da troppe incognite: calendari da riempire, accordi da stipulare, bollette da pagare, ossessioni che si amplificano nel pensiero. Appena mi decido, inizio a raccontare, ad agire, a cantare, a comprendere la scena, finché il testo non si inscrive nella mia carne, nella partitura di gesti e silenzi, e soltanto dopo, una volta che è emerso e scolpito, lo deposito sulla pagina, qualche giorno prima del debutto, solitamente, a giochi fatti”.
Com’è stata la tua infanzia? Sei stato un bambino felice? Ti sei sentito amato? Com’era, com’è la tua famiglia? Che cosa fanno i tuoi fratelli?
“Sono stato un piccirìddo molto amato da parenti e amici e i miei fratelli – sia sempre onore a loro e a Santa Rosalia – non fanno teatro”.
Quando ti sei avvicinato al teatro? Qual è stato il primo spettacolo che hai visto? Quando è stato il momento nel quale hai detto che il teatro sarebbe stata la tua vita, il tuo futuro, il tuo lavoro?
“Mi avvicino al teatro per un motivo nobilissimo, mi piaceva una ragazza che faceva un laboratorio di teatro. Non ricordo quale sia stato il primo spettacolo che ho visto, il primo che mi ha impressionato sì, “Kohlhaas” di Marco Baliani, ho pensato “Ah, è possibile fare questo?”. Decido di fare teatro dopo il servizio civile, mi era sembrata una risposta sensata alla domanda “E ora come mi sgubbo il pane?”. Ovviamente, non ne sapevo nulla. Fui fortunato, assai”.
Che cosa ti manca di più di Palermo quando te ne vai e che cosa appena torni ti crea subito disagio?
“Mi mancano i silenzi improvvisi della Sicilia, e il confronto continuo con il mare. Il disagio è continuo, e deriva dal sistematico stupro del territorio e dalla malafede, mista a ignoranza e arroganza, di chi amministra questa terra senza un briciolo di rispetto, di amore, di grazia”.
I tuoi Maestri e a chi devi dire grazie per essere quello che sei diventato oggi.
“Maestri sono stati coloro che mai hanno preteso o voluto esserlo. Mio zio Beppe, senza dubbio, mi ha mostrato con la pratica della sua vita quanto possono essere potenti ed efficaci la calma e la nominazione del reale. Mio zio Umbertino è stato il grande narratore della mia infanzia, mi faceva accappottàre dalle risate, il tempo con lui era lieve. Silvia Giambrone, straordinaria artista visiva, mi ha insegnato a ragionare sul mio lavoro e a pormi le domande corrette, fin dalle prime fasi della scrittura, che sono quasi sempre intuizioni. Dalla ricerca di Giovanna Marini ho appreso i canti che uso sempre nei miei lavori. Il mio psicoterapeuta mi ha aiutato a trovare gli strumenti per affrontare traumi e nevrosi. E poi ci stanno le persone che mi vogliono bene e che mi proteggono e che frequento con assiduità, che mi sono maestri più spesso di quanto loro stessi non sappiano”.
Davide Enia si piace come persona? Sembri una persona risolta, ben strutturata, che sa cosa vuole dalla vita, è così?
“Sono in perpetua ricerca di equilibrio e sto imparando a perdonarmi. Ho l’enorme fortuna di praticare un mestiere in cui posso continuamente rielaborare ciò che mi colpisce intimamente, e inserire questa rielaborazione dentro la pratica del rituale, sondandone così i confini, provando ad oltrepassarli, continuando a chiedermi Chi sono, ascoltando le voci delle assenze che continuano a parlarmi, aiutandomi”.
I tuoi testi nascono da una scintilla, da un momento o da una lunga riflessione elaborativa, ricerca e metabolizzazione dell’argomento?
“Intuisco che c’è un potenziale narrativo che mi incuriosisce, poi tengo il seme anni dentro di me, finché una contingenza non mi fa partire con il processo di scrittura, che nel caso del romanzo è stare assìttato a scrivere, nel caso del teatro è iniziare a raccontare, a muovermi, a cantare, a immaginare la scena”.
Cos’è che oggi, nel nostro mondo, fa veramente andare in bestia Davide Enia?
“La doppia morale”.
Che cosa daresti per vedere uno scudetto del Palermo?
“Io vedrò uno scudetto del Palermo, non ho dubbi a proposito”.
Che cosa fa Davide Enia quando non scrive, non recita e non è impegnato in tournée?
“Decomprimo, a volte viaggio, passo il tempo con i miei affetti, cucino tanto”.
Come ti descriveresti a qualcuno che non ti conosce?
“Sono e resto un isolano, ovunque mi trovi”.
Quale altra città ti appassiona talmente tanto da sognare di abitarci?
“Trascorrerei volentieri un po’ di tempo a Istanbul”.
I libri che ti hanno formato e quelli che attualmente hai sul comodino.
“Come testi formazione, quindi letture fatte presto, ricordo: i Peanuts, “Watchmen” di Alan Moore, Corto Maltese di Hugo Pratt, Topolino, l’opera omnia di Andrea Pazienza e i libri di Roberto Calasso. Per ora sto leggendo l’integrale di Simone Weil”.
Guardi serie tv? Se sì, quali ultimamente hanno rapito la tua attenzione e il tuo sguardo?
“Le ho viste per anni, anni fa. Adesso mi rompono i cabbasisi. Le mie preferite: The wire, The Soprano’s, Breaking bed, The office, Seinfeld. Adesso guardo i cartoni animati giapponesi, tra le poche opere che riescono a mantenere vive le grandi narrazioni, sia per estensione che per ambizione”.
Cosa consideri “valore” e che cosa “disvalore”?
“Il rigore nella pratica scenica è un valore, ricercare il consenso tradendo i propri valori è un disvalore”.
E’ andato tutto liscio nella tua vita o ci sono state sconfitte, battute d’arresto, frustrazioni? Sei felice di come sei arrivato a cinquant’anni?
“Ho preso, come tutte e tutti, porte in faccia, ho ricevuto in risposta diversi No, ho ascoltato promesse poi cadute nel vuoto, non ho fatto tutto quello che avrei voluto fare, ma ho fatto solo quello che ho desiderato fare. Sull’essere felice o meno dei miei cinquant’anni, il mio pensiero è che ho amici e amiche che non ce l’hanno fatta ad arrivarci, mi ritengo fortunatissimo, sono nato da questa parte del mediterraneo, ho una rete di relazioni che mi sorregge e che mi ha insegnato che anche se questo mondo sta andando in fiamme, per gli abusi di chi segue la legge del più forte, bisogna prendersi cura delle ferite, e che se la Storia si conferma essere storia del massacro e del genocidio, allora si può solo fare una cosa: disertarla, ripudiando le sue pratiche violente e disumane”.
Rispondi alla domanda che non ti ho fatto e che avresti voluto di facessi.
“Cosa manca oggi? L’orizzonte del sacro”.



