Raccontare Tina Anselmi oggi significa parlare anche di noi: Intervista al drammaturgo Simone Dini Gandini

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Ci sono vite che non solo attraversano la storia, ma la cambiano. Quella di Tina Anselmi è una di queste. La sua scelta nasce da un evento tragico e fondativo: l’eccidio di Bassano del Grappa, a cui fu costretta ad assistere da giovanissima. Da quel momento maturò la volontà di lottare, di esserci, di non restare spettatrice. Con il nome di battaglia “Gabriella” diventò staffetta partigiana, e da lì iniziò un percorso che l’avrebbe portata a diventare una figura centrale della Repubblica. Sempre accanto alle donne, ha lavorato per la loro emancipazione, contribuendo a conquiste fondamentali come la legge del 9 dicembre 1977 sulla parità salariale e contro la discriminazione di sesso. Una figura forte, autorevole, capace di essere rispettata anche dagli avversari politici.

Da questo nasce “La Gabriella e le ragazze. Storie di Tina Anselmi, spettacolo voluto dalla Fondazione Aida, con la regia di Anna Tringali e Giacomo Rossetto. Lo spettacolo debutterà in prima a Cassola il 28 marzo alle ore 21.00 presso l’Auditorium Vivaldi.

Uno spettacolo che parla di resilienza e caparbietà, ma soprattutto della possibilità di prendere esempio da chi ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.

Come si è approcciato alla costruzione di quest’opera insieme alla regia?

«È stato un lavoro profondamente condiviso. Fin dall’inizio c’era la consapevolezza di muoversi su un terreno delicato, perché si tratta di una figura reale, molto importante, ma raccontata attraverso una storia di finzione. Siamo riusciti a integrarci bene, trovando un compromesso tra le diverse visioni. Abbiamo cercato di far convivere le idee di tutti dentro una struttura solida, ambientata in un tempo e in uno spazio ben definiti. Ma soprattutto, il nostro obiettivo era andare oltre il racconto: volevamo emozionare, sì, ma anche creare uno spazio di riflessione. Il teatro, per me, deve smuovere qualcosa, non lasciare indifferenti.»

Perché ha sentito l’esigenza di raccontare oggi Tina Anselmi?

«Perché è una figura che parla ancora al presente. Tina Anselmi non è solo memoria storica: è un esempio concreto di impegno, di coerenza, di lotta per i diritti. E purtroppo molte delle battaglie che ha portato avanti non sono concluse. Oggi magari le discriminazioni sono meno visibili, più sottili, ma esistono ancora. Raccontarla oggi significa accendere una luce su tutto questo.»

Nel testo emerge con forza il tema dell’emancipazione femminile. Che valore ha oggi?

«Ha un valore enorme, perché non è un tema risolto. Mi interessava raccontare non solo una figura simbolica, ma un percorso. Tina ha cercato di migliorare concretamente la vita delle donne, e questo rende la sua storia estremamente viva. Non è qualcosa da celebrare, ma da continuare.»

Perché scegliere due operaie di finzione per raccontarla?

«Perché permettono di avvicinare la storia e renderla concreta. Le due protagoniste sono personaggi di finzione, ma affondano le radici nella realtà: i loro nomi, ad esempio, sono ispirati a due operaie che hanno realmente incrociato il percorso di Tina Anselmi. Durante il lavoro di ricerca siamo stati molto fortunati, perché abbiamo avuto accesso, grazie ai familiari, a materiali preziosi, tra cui un libro in cui comparivano testimonianze dirette di donne che avevano avuto a che fare con lei. Tra queste c’erano proprio due figure che ci hanno colpito particolarmente e che sono diventate un punto di partenza per costruire i personaggi. Attraverso di loro si riesce a vedere l’impatto concreto delle idee di Tina nella vita quotidiana: non più una figura lontana o istituzionale, ma una presenza viva, capace di incidere davvero sulle persone. È uno sguardo più umano, più vicino, che permette allo spettatore di riconoscersi e di sentirsi parte della storia.»

Che tipo di relazione si crea tra palco e pubblico in uno spettacolo come questo?

«È una relazione fondamentale. Il teatro esiste proprio in quel momento lì, nell’incontro. Non è qualcosa di chiuso, ma di vivo. Ogni sera cambia, perché cambia il pubblico. E questo spettacolo in particolare ha bisogno di questo scambio, di questo ascolto reciproco.»

Che cosa spera arrivi davvero agli spettatori?

«Mi auguro che alla fine dello spettacolo il pubblico si faccia delle domande. Che non accetti tutto in modo passivo, ma che si interroghi, che ragioni, che si senta coinvolto. Il teatro deve rendere lo spettatore attivo, non spettatore e basta. Se succede questo, allora si crea davvero un legame tra chi è in scena e chi guarda. Ed è lì che il teatro diventa qualcosa di necessario.»

Se dovesse riassumere in una parola l’eredità di Tina Anselmi?

«Responsabilità. Perché la sua vita ci ricorda che ognuno ha un ruolo, anche piccolo, nel costruire la società in cui vive.»

E forse è proprio questo il cuore dello spettacolo: ricordarci che la storia non è qualcosa di lontano, ma qualcosa che ci riguarda da vicino. Come diceva Tina Anselmi: “Ogni conquista non è mai definitiva, ma bisogna vigilare affinché venga mantenuta, perché il pericolo di perderla è sempre dietro l’angolo. Una frase che non appartiene solo al passato, ma che parla direttamente al presente. E che chiama tutti, nessuno escluso, a non restare fermi a guardare”.

Grazie per l’intervista è stato molto gentile

Grazie a te Max è stato piacevole parlare con Lei e un caro saluto ai lettori del Corriere dello Spettacolo

E allora forse il senso più profondo di questo spettacolo sta proprio qui: nel ricordarci che la storia non è fatta solo dai grandi nomi, ma dalle scelte quotidiane, dai gesti, dal coraggio di esserci.

Tina Anselmi ci ha insegnato che anche una sola voce può fare la differenza, se ha la forza di non restare in silenzio. E che ogni diritto conquistato porta con sé una responsabilità: quella di non dimenticare, di non abbassare lo sguardo, di continuare a lottare.

Perché, in fondo, quella “matassa” di cui siamo tutti fili continua a intrecciarsi ogni giorno. E sta anche a noi decidere che direzione darle.

Max Cavallo

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