“Il Furore” di Massimo Popolizio

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«Sarò ovunque ci sia un uomo che combatte per dar da mangiare a chi ha fame»

Queste parole, che chiudono il viaggio spirituale di Tom Joad, risuonano con una vibrazione particolare nel silenzio del Teatro Argentina, trasformandosi da riga d’inchiostro in un monito che sembra sospeso nell’aria densa della sala…

Da attrice, osservare Massimo Popolizio- attore dal curriculum straordinario che non ha alcun bisogno di presentazioni- riappropriarsi di Furore (opera che peraltro ho molto amato e studiato all’università) non significa solo assistere a una lettura, ma partecipare a un’operazione di anatomia della parola.

Il progetto, nato dalla collaborazione con Emanuele Trevi, compie una scelta drammaturgica che definirei coraggiosa: rinuncia alla linearità del romanzo per focalizzarsi esclusivamente sugli “inter-capitoli”. Questa sottrazione trasforma il testo di Steinbeck in una polifonia incarnata in un solo corpo, dove il narratore diventa uno “storyteller” senza nome che sembra conoscere ogni recesso del cuore umano. Dal punto di vista della tecnica scenica, lo spettacolo si regge su alcuni pilastri molto precisi, primo di tutti l’ARTICOLAZIONE VOCALE. Popolizio non si limita a interpretare, ma mette in atto una musicalità recitativa che permette alla prosa di farsi materia pulsante. La gestione dei fiati e dei registri permette di evocare intere moltitudini attraverso un unico respiro, evitando il rischio di una lettura statica e conferendo al testo una dimensione quasi epica e biblica. Il dialogo con il polistrumentista Giovanni Lo Cascio è poi il vero motore ritmico dell’azione: le percussioni dal vivo non fungono da mero commento sonoro, ma ricreano un “battito tellurico” che evoca la terra arida e il fragore dei trattori, rendendo l’ascolto un’esperienza immersiva e quasi fisica per lo spettatore. Un altro pilastro è certamente quella che possiamo definire una sorta di ESTETICA DELLA SOTTRAZIONE. La scena è abitata solo da elementi minimi: un leggio, pacchi di giornali che richiamano una vecchia redazione e un telo su cui scorrono foto d’epoca e filmati in dissolvenza. Questa scelta di minimalismo visivo, curata nelle luci da Carlo Pediani, permette alla parola di restare l’unico vero presidio di verità, evitando ogni forma di sciatteria spettacolare.

C’è un equilibrio sottile in questo lavoro, che si muove nel campo del “para-teatrale” per diventare un consapevole atto di resistenza estetica

La parola “polvere” ritorna ossessiva, sporcando idealmente gli abiti e le macchine abbandonate lungo la Route 66, creando un ponte diretto tra la crisi agricola degli anni Trenta e le migrazioni climatiche del nostro presente.

In conclusione, lo spettacolo riesce a trasmettere la sensazione di un’esperienza autentica, priva di orpelli, che restituisce alla testimonianza la sua funzione civile

Per chi vive il palcoscenico, è un richiamo alla responsabilità di dare voce ai “dannati della terra”, ricordandoci che il teatro, quando è nudo e rigoroso, ha ancora il potere di scuotere la coscienza collettiva attraverso la pura forza della parola.

Melania Fiore

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