La drammaturgia dell’assenza: Pertosa riscrive il mito di “Ero, l’ultima luce” dell’amore

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Ogni mese su questo giornale e sul mio blog culturale provo a ragionare sulla drammaturgia contemporanea, sul senso e sul ruolo che riveste oggi in Italia, e su alcune opere che ritengo significative. L’opera teatrale di cui oggi vi parlo si chiama ERO, L’ULTIMA LUCE, scritta da Alessandro Pertosa. Tale opera è stata per me scritta e a me affidata, e ho deciso di portarla in scena- debutterà quest’anno- perché ritengo la voce di questo scrittore, poeta e filosofo, una voce molto interessante nel panorama della nuova drammaturgia italiana. La sua scrittura si pregia di una cultura intellettuale solida, di una matrice poetica densa fatta di lampi, visioni immediate che catturano l’attenzione senza mai sprofondare nella banalità, ma anche e soprattutto per quella sensibilità rabdomantica, profondamente disincantata e derivata dagli studi e i numerosi saggi filosofici da lui scritti e pubblicati in varie riviste del settore. Come attrice di esperienza ultraventennale ho lavorato con numerosi autori italiani, di grandissimo pregio e certo ognuno di loro ha arricchito il mio bagaglio interpretativo e drammaturgico; ciò che trovo originale in questo autore come attrice-interprete, è una sorta di prosa-poetica riflessiva, che nasce come meditazione filosofica ma che poi diventa fortemente teatrale.

Come quando vedi un legno lavorato e cesellato tanto finemente da non riconoscerlo tale, così di fronte ad ERO L’ULTIMA LUCE hai l’impressione di trovarti non di fronte ad un semplice testo teatrale, ma ad una poesia pura. ERO, nella visione di Pertosa non è soltanto un monologo teatrale: è frutto di un lungo studio filosofico e letterario sulla concezione dell’AMORE.  Tale studio si è maturato in anni di saggi, riflessioni approfondite, che si sono lasciate contaminare dalla dimensione mitica della letteratura greca, coi suoi archetipi e le sue epifanie: penso ad esempio a quel folgorante saggio poetico che è AMAMI NON AMARMI, Edizioni Azzardate, libro che ho apprezzato particolarmente. Qui Pertosa non dà risposte sull’amore, fa solo domande. Si dipana come un filo intrecciato a partire dall’Antico Testamento e arriva alla letteratura e alla poesia contemporanea, attraversando le pieghe del pensiero nei secoli. Si muove tra i guizzi, i barlumi e gli istanti e vive di resistenza dell’io alle tempeste dell’amore e del disamore. Un libro non tanto sull’amore ma sull’assenza dell’amore. Un canto notturno che non parla di presenza ma di mancanza, che non riempie i vuoti, ma li lucida, li fa brillare, e quei vuoti diventano preziose stelle da desiderare ma non raggiungere mai. Un’accecante solitudine che affascina e incanta come solo è il poeta, la cui voce risuona tra gli astri mentre dialoga con tutti i mille invisibili protagonisti e protagoniste di questa storia: da Adamo ed Eva ad Ulisse e Circe, fino a Picasso, Kierkegaard, Amedeo Modigliani… Con la sorpresa finale che tutto torna e tutto fluisce via sempre, con lo stesso identico palpitare.

“Amami non amarmi.

Con te schiavo io sono libero.

Tu sei il mio recinto infinito,

il mio carcere di cielo.

Senza di te io non vivo.

Sono fatto per restare solo”

Cito questo libro perché la tessitura narrativa monologante che pare rivolgersi ad un pubblico presente lì in quel momento è di una limpida e immediata teatralità. Come ERO, L’ULTIMA LUCE, non è solo la mitica storia di Ero e Leandro raccontata dal punto di vista di Ero, ma a tutti gli effetti un discorso poetico, che, come afferma l’autore “nasce dal desiderio profondo di restituire voce e centralità a una figura troppo spesso lasciata nell’ombra e che affascina per la sua capacità di tenere insieme tensioni opposte” Ero è sacerdotessa e amante, vergine e trasgressiva, fedele al culto ma ribelle all’ordine. Vive in una sospensione che è insieme spirituale e carnale. La sua è una voce che nasce dal cuore dell’attesa, dal battito instabile del desiderio. Dice sempre Pertosa: “Ho sentito il bisogno di farla parlare, di darle spazio, respiro, carne, vertigine. In lei si incarnano tutte le forme dell’amore assoluto: quello che si compie nella rinuncia, nella promessa, nella fedeltà senza garanzie. Ero non è solo una donna che ama: è una donna che si fa amore, che si consuma nel desiderare, nel custodire, nel credere. Anche quando tutto sembra crollare.”

Il momento che viene raccontato è la giornata antecedente alla tragedia. Ero sta aspettando Leandro, che non viene a trovarla da parecchi giorni. Nota è la difficoltà dei due amanti ad incontrarsi perché divisi dalle temibili acque agitate e tempestose dello stretto dell’Ellesponto. Ero si chiede dov’è il suo amore, ossessivamente, si interroga sulla possibilità che lui possa averla dimenticata, che possa stare con un’altra donna, magari più giovane, che possa avere un’altra storia più semplice da vivere. Mille domande la attraversano, mille dubbi la abitano, e allo stesso tempo ripercorre la sua storia, talvolta con gioia, talvolta con dolore, in un crescendo di tensione che porta poi al drammatico snodo in cui scopre che sì, lui sta arrivando, lui non l’ha dimenticata, ma che non riuscirà a raggiungerla… Mai più. Questa tragedia nasce anche da un’urgenza più ampia: interrogare la natura del sentimento amoroso in un’epoca come la nostra, così disincantata, così rapida, così impaziente. Ero “L’ultima luce”, dice Pertosa “è un inno alla durata, all’attesa, alla resistenza del sentimento oltre la presenza, oltre il tempo, oltre il corpo. In un mondo che tende a considerare l’amore come consumo, come evento che si esaurisce nella reciprocità immediata, Ero ci ricorda che amare è anche – e forse soprattutto – un atto solitario, un’offerta senza risposta, un sacrificio smisurato e ingiusto. Ingiusto nel senso che quando si ama, si ama sempre senza misura, senza pretesa di corresponsione. Non si ama qualcuno perché se lo merita, ma al contrario si ama qualcuno nonostante non se lo meriti. Anzi, lo si ama proprio perché non se lo merita, altrimenti non sarebbe amore, ma calcolo, convenzione. E questo amore viene dal mare, ha a che fare col mare. E qui il mare non è solo sfondo o paesaggio. È materia viva, simbolo centrale. È l’elemento che separa Ero e Leandro, e che proprio per questo rende possibile l’amore. La distanza non spegne il desiderio: lo accende. La lontananza, paradossalmente, avvicina. Il mare è ostacolo e ponte, soglia e abisso.” Questo è a mio avviso il punto centrale di ERO come anche di altre opere di Alessandro Pertosa: l’impossibilità di comunicare. Avevo già recitato in ANTIGONE, sua riscrittura contemporanea dell’omonima tragedia sofoclea e anche lì l’impianto drammaturgico è ridotto all’osso, rimangono solo Antigone e Creonte. Anzi, Antigone come personaggio poteva anche non esistere essendo, come chiarisce il drammaturgo, una proiezione degli incubi e delle colpe ataviche di Creonte. Qui c’è la netta sensazione di due mondi che non s’incontrano mai, due parenti che dovrebbero amarsi e invece si odiano, si disprezzano, neanche ci provano ad attraversare quell’invisibile mare che li divide. Lo stile è sempre denso, ti irretisce, ti impregna, non si lascia dimenticare: ma a differenza di Antigone, dove è nettamente riconoscibile la   matrice filosofica, tanto che per certi aspetti il testo sembra quasi una dissertazione, in Ero essa è talmente intrecciata in profondità al tessuto drammaturgico che ne diventa parte integrante e ne accresce la bellezza senza darlo a vedere. In alcuni punti l’andamento veloce, secco e in prevalenza paratattico, diventa aspro quasi doloroso da leggere; in altri punti lo stesso diventa invece un canto, dolce e struggente:

“Mi hai chiamata di nuovo, Leandro. Ti ho sentito, questa notte, più vicino che mai. Il tuo volto era chiaro, distinto. La tua voce non era sogno, era carne. E ora tutto tace… ma tace bene. Il mare respira piano, e l’aria sa di promessa. Stanotte verrai. È diverso oggi. Le mani non tremano, il cuore non si affanna. Perfino l’acqua sembra meno fredda stamattina. Tutto è come sempre, eppure tutto è diverso. Ogni gesto ha un peso nuovo, una dolcezza imprevista. Ho piegato il telo. Ho intrecciato i capelli. Ho toccato il pane, come se fosse la tua pelle. Mi sono lavata come se tu mi vedessi. E il vento… ah, il vento oggi non graffia, accarezza. Lo sento nelle orecchie come una voce che sussurra il tuo nome. Ora mi sembra di vederti che nuoti, con le braccia forti che fendono l’acqua. Ti immagino salire sulla riva, tremante, e poggiare le mani sulle mie spalle. Ti avvolgo. Ti scaldo. Ti stringo. E il tuo petto nudo si schiaccia sul mio. Il pensiero si fa corpo, calore. Si fa brivido. E altre cose… che non si dicono”.

Non si può non condividere questa confessione, non si può non empatizzare con Ero, che non è una dea, non è una di quelle figure mitologiche seppur estremamente affascinanti: è una donna, con le sue fragilità, le sue insicurezze, una donna che ama, il cui amore somiglia ad una preghiera palpitante di fulgida bellezza, impossibile da dimenticare:

“Sento il mare…. Ma vedo il cielo punteggiato di stelle che non si piegano a nessuna preghiera. Sono fatta per il fuoco che divora e illumina, per un nome gridato nella tempesta, per le labbra che anche da lontano sanno ancora trovarsi… Sono la donna che attende e parla al vuoto, come chi getta un anello in fondo a un pozzo e resta ad ascoltare, sperando nell’illusione di un’eco che non arriverà mai.”

Melania Fiore

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