di Tommaso Chimenti
E’ una delle attrici simbolo di Emma Dante. L’abbiamo vista, e apprezzata e applaudita, recentemente ne “L’angelo del focolare” come in “Extra Moenia” (in entrambi i testi era la protagonista attorno alla quale ruotavano le altre figure) e andando a ritroso in “Misericordia” e ne “Le Sorelle Macaluso” ma anche nel controverso “Bestie di scena”. Non passa indifferente e inosservata la sua figura espressiva, dolorosa e leggiadra, così eterea e allo stesso tempo carnale, vittima e passione. Abbiamo visto una replica al Teatro Era di Pontedera de “L’angelo del focolare” e abbiamo preso la palla al balzo per farle qualche domanda sul suo lavoro, la sua impostazione, sulle sue scelte. La sua recitazione intima e naturale, lontana da eccessi melodrammatici, i gesti contenuti e calibrati e l’uso del corpo che è per sua stessa natura fisicità ma che con la Saffi diventa poesia in movimento, azione dell’anima, postura dei sentimenti. Abbiamo cominciato proprio da qui, dal cardine, dal fulcro.
Che cos’è scenicamente per te il “corpo”?
“Il corpo è la manifestazione più autentica dell’espressività. È un tempio, un contenitore sacro che porta con sé memoria e presenza. È il luogo in cui si materializza l’anima dell’attore: comunica senza mediazioni. Negli anni ho imparato a conoscere sempre più profondamente la mia fisicità. Ho sempre avuto un corpo importante e, spesso, nel teatro e nel cinema questo è stato visto come un “corpo caratterista”, come se la sua forma definisse per forza un ruolo o una limitazione. Come se “certi corpi” non fossero in grado di provare emozioni e storie diverse dalla caratterizzazione della “Balia” di Giulietta o dalla comicità che un corpo grasso può scaturire. Io non ho mai creduto a queste etichette. Ho lavorato a lungo per rompere questi stereotipi, che venivano dall’esterno e che io sentivo lontani da me, perché figli di una cultura fuorviante e modistica. Ho lavorato a lungo per avere un rapporto libero, profondo e radicale con il mio corpo. Più il mondo mi diceva che ero “sbagliata”, più quell’errore diventava per me una grande ricchezza espressiva. Perché il corpo è libero solo se lo spirito che lo abita lo è. In scena, il corpo diventa così strumento e soggetto insieme, custode di memoria e desiderio, energia e verità. Un corpo vivo in scena è quel corpo capace di trasformare la bellezza in presenza autentica, in energia che scuote, che emoziona, che parla”.
Raccontaci gli inizi della tua carriera e la tua formazione.
“Credo di aver avuto fin da bambina una naturale predisposizione per questo lavoro: il desiderio di stare su un palcoscenico e raccontare storie è sempre stato molto chiaro dentro di me. Ero una grande cinefila, curiosa, attenta all’attualità e all’umana specie, e questo sguardo sul mondo mi ha accompagnata crescendo, trasformandosi pian piano in una scelta di vita. Il primo vero inizio arriva a quindici anni, dopo un laboratorio scolastico, quando entro nella compagnia Teatro delle Vigne di Antonio Minelli, una realtà nata a Genova ma trasferitasi in Puglia per sviluppare un importante percorso di teatro sociale e di strada. È lì che mi formo davvero, in un contesto non convenzionale, vivo: ho iniziato facendo teatro ovunque, per strada, nelle case, nei ristoranti, nei teatri, attraversando l’Italia. È stata una formazione immersiva, basata sull’esperienza diretta, sul corpo, sull’incontro con le persone. La compagnia aveva un’impronta legata al teatro sperimentale contemporaneo e al teatro danza, ed è proprio in quel contesto che ho iniziato ad avvicinarmi a questo linguaggio, anche grazie al lavoro con Maurizio Vacca, allievo di Carolyn Carlson. In quegli anni sono stata molto influenzata anche dal lavoro della compagnia DV8 Physical Theatre, che ha segnato profondamente il mio immaginario. Parallelamente, intorno ai vent’anni, ho intrapreso anche un percorso musicale in conservatorio, affiancando allo studio teatrale quello musicale. Tuttavia, non ho mai seguito una formazione accademica tradizionale: ho provato ad avvicinarmi a quel percorso, ma ho capito presto che non era la mia strada. Ho scelto invece di costruire autonomamente il mio cammino artistico, attraverso uno studio quotidiano fatto di letture, visione di spettacoli, laboratori e ricerca personale. In questo senso, sono stati fondamentali gli incontri con maestri di fama nazionale e internazionale, che hanno arricchito e strutturato la mia formazione: dal metodo di Konstantin Stanislavski, fino al lavoro con Maricla Boggio sul metodo di Orazio Costa, e ancora Gabriele Vacis, Eugenio Barba e Julie Ann Stanzack, legata alla compagnia di Pina Bausch. Il momento decisivo è stato l’incontro, nel 2011, con Emma Dante. Da quel momento si è aperta una nuova fase del mio percorso, inizialmente formativa e poi professionale, che continua ancora oggi e che ha segnato in modo profondo la mia crescita artistica e personale”.
Come descriveresti la tua regista di riferimento Emma Dante?
“Emma Dante è una regista estremamente esigente, con un linguaggio personale e lontano da qualsiasi forma di conformismo. Il suo modo di lavorare è diretto, intenso, senza mezze misure: quello che cerca in scena lo porta fino in fondo, con una forza radicale e precisa. È una figura potente, carismatica, con una presenza quasi magnetica; ha una visione forte e riconoscibile, ed è capace di cogliere le opportunità con grande lucidità e determinazione. Al tempo stesso, è anche imprevedibile: questa imprevedibilità può spiazzare, a volte mettere in difficoltà, ma è proprio ciò che ti tiene costantemente in uno stato di attenzione e presenza. Richiede disponibilità e apertura, perché spinge sempre fuori dalla zona di comfort, ma è proprio questo a renderla straordinariamente formativa. Al di là della sua immagine pubblica, ho conosciuto anche la dimensione più intima: una donna in cui convivono forza e fragilità, durezza e sensibilità. Questo lato umano, meno visibile, è per me altrettanto importante quanto quello artistico. E’ una grande artista, e come tutti i grandi, non si lascia mai definire fino in fondo, ed è nel suo mistero che risiede la sua forza”.
Come è iniziato il vostro rapporto?
“Il nostro incontro è nato in modo del tutto inatteso. Ero al conservatorio, avevo momentaneamente lasciato il teatro, e una sera, guardando Chiambretti Night, ho visto uno spezzone di uno spettacolo che mi ha letteralmente bloccata. Non riuscivo a muovermi: era potente, vivo, qualcosa dentro di me vibrava in un modo che non avevo mai provato. Quando è stato pronunciato il nome di Emma Dante e dello spettacolo “Le pulle”, ho sentito subito che dovevo incontrarla. Non avevo aspettative né pretese, c’era solo una curiosità pura, quasi ingenua, e una forza che mi spingeva verso di lei. Per circa un anno l’ho seguita, cercando di capire come poter partecipare a un suo laboratorio, finché è arrivata l’occasione con una call rivolta a sole donne, l’inizio di tutto il percorso che avrebbe poi portato alla nascita de “Le sorelle Macaluso”. Ricordo ancora la prima improvvisazione che mi ha fatto fare: lì, in scena, è scattato qualcosa di immediato, naturale, un’emozione così intensa che forse si può chiamare amore a prima vista. Da quel momento è iniziato un percorso lungo, profondo, fatto di fiducia, anche molto faticoso ma pieno di scoperte. Ci sono dettagli e momenti che restano segreti, custoditi, ma ciò che rimane davvero è la sensazione di aver incontrato qualcuno che mi ha folgorata, artisticamente e umanamente, qualcuno capace di leggermi in profondità e di aprire dentro di me spazi che non sapevo di avere, permettendomi di far emergere mondi”.
Quanti e quali spettacoli hai realizzato con la drammaturga siciliana e quali ti sono rimasti più addosso?
“Ho lavorato con Emma Dante a diversi spettacoli. Il mio debutto ufficiale con lei è stato con “Le Sorelle Macaluso”, che ha letteralmente cambiato la mia vita: è stato il primo lavoro in cui sono stata protagonista di una tournée lunga e intensa, un percorso condiviso con colleghi straordinari che mi ha permesso di crescere profondamente sia artisticamente sia personalmente. In precedenza avevo partecipato, anche se per un periodo breve, alla trilogia degli Occhiali, solo nell’ultima fase della tournée, ma il vero inizio del mio percorso con lei resta “Le Sorelle Macaluso”. Successivamente ho preso parte a “Bestie di scena” e a “Cappuccetto Rosso, una favola” e altri lavori come “Misericordia”, “Extra Moenia” e adesso “L’Angelo del Focolare”. È difficile scegliere uno spettacolo che mi sia rimasto di più addosso: ogni lavoro è un pezzo di vita. “Le Sorelle Macaluso” ha un legame fortissimo con me per essere stato il primo con Emma e per l’esperienza di vita condivisa con la compagnia, ma anche “Misericordia” è stato determinante e “L’Angelo del Focolare” rappresenta nuove possibilità. In realtà, ogni spettacolo lascia una traccia unica: nessuno è solo una performance, ma nasce sempre da un’urgenza collettiva, da un’esigenza condivisa, e ogni esperienza brilla di una scintilla propria che ti rimane dentro”.
Il più bel complimento ricevuto da parte del pubblico o della critica dopo una tua performance?
“Dopo una performance, ciò che mi commuove di più sono le parole del pubblico, quelle che arrivano dritte al cuore e raccontano di aver sentito la potenza, la profondità e la poesia delle storie in scena. Non c’è complimento più grande di quando qualcuno ti dice che lo hai fatto emozionare, pensare, o persino cambiare prospettiva per un attimo. Nel corso degli anni, anche i commenti della critica hanno avuto un ruolo speciale: non quelli superficiali o generici, ma quelli che entrano davvero nel lavoro, che riconoscono la complessità delle scelte, il tempo dedicato alla ricerca e la delicatezza dei dettagli. Ricordo con particolare emozione le parole di Katia Ippaso, che ha scritto cose bellissime sul mio conto: le sue osservazioni mi hanno commossa fino alle lacrime e lasciata piena di gratitudine. Commenti così non restano sulla carta, ma restano dentro, accompagnandomi molto tempo dopo lo spettacolo, diventando parte della memoria del lavoro fatto. Mi ricordano che il teatro è un incontro autentico, un dialogo vivo tra chi agisce e chi osserva, capace di creare un legame unico, fragile e potente allo stesso tempo. La cosa più bella è sentire che quel lavoro, quella fatica, quella ricerca, non rimangono isolate, ma arrivano davvero a qualcuno, e in qualche modo continuano a vivere dentro di lui, così come continuano a vivere dentro di me”.
Sei pugliese, lavori da tanti anni con un’autrice siciliana e da qualche tempo abiti in Toscana:
raccontaci questo tuo nomadismo geografico e linguistico.
“Sono un’amante della lingua, perciò lo spostamento per me non è solo necessario, ma parte integrante della mia esistenza. Da pugliese, lavorare a lungo con un’autrice siciliana e vivere ora in Toscana mi ha immersa in lingue, culture e inflessioni diverse dalla mia. Questo contrasto mi affascina profondamente. Adoro osservare come le parole cambiano, come suoni e ritmi si intrecciano e si trasformano. Trasformando anche i significati. Adesso mi diverte e mi rallegra sentire che, anche in famiglia o tra amici sparsi per il mondo, si nota sempre più l’inflessione toscana che si sta insinuando nella mia lingua: chissà se un giorno userò questa nuova voce in uno dei miei lavori, ma sono sicura che succederà”.
Cosa ti piace della vita di tournée e che cosa proprio non sopporti.
“Viaggiare, gli aerei, i treni, i bus, i ritardi, le attese, la velocità e il tempo sospeso in un non luogo. Mi affascina e mi stanca, mi nutre e mi consuma. La amo e la detesto nello stesso momento”.
Con i testi di Emma Dante viaggiate spesso anche all’estero: ci sono aneddoti o storie particolari di qualche trasferta internazionale?
“In quindici anni di tournée internazionali sono successe talmente tante cose che è difficile raccontarle tutte, ma alcuni momenti rimangono indelebili. Una delle esperienze più straordinarie è stata la prima volta con “Le Sorelle Macaluso” in Brasile, in una delle zone più difficili di San Paolo, vicino alle favelas. Ammetto che avevo timore che i ragazzi potessero non capire lo spettacolo o non recepire la lingua teatrale di Emma, ma è stato incredibile vedere come fossero completamente rapiti quegli adolescenti, tra i 14 e i 18 anni, molti dei quali con vite segnate da gravissimi problemi sociali. Vederli commuoversi davanti a un’esperienza teatrale e parlare con loro dopo, con tutta la cautela del caso, è stato un momento che non dimenticherò mai. Avevamo paura, io avevo paura, ma mi è bastato attraversare un solo sguardo di quei ragazzi per trasformare quell’emozione. Un’altra esperienza memorabile è stata in Cina con “Misericordia”: temevamo che il divario culturale potesse creare distanza, invece è stato un successo indescrivibile. Il pubblico ci riconosceva per strada, urlava, piangeva: ci siamo sentite quasi come i Beatles del teatro all’Aranya Festival. All’estero le esperienze sono sempre straordinarie, intense, emozionanti, ma gli aneddoti più assurdi e divertenti succedono quasi esclusivamente in Italia. Con “L’Angelo del Focolare” stiamo già collezionando un bel repertorio: uno dei più memorabili è successo in un teatro in Calabria, quando durante lo spettacolo, dopo un momento di grande drammaticità, Ivano Picciallo che interpreta il marito esce di scena tutto bagnato perché gli viene scaraventata in faccia dell’acqua da una bacinella. Mentre usciva, un responsabile del teatro gli si è avvicinato chiedendogli se quella macchina bianca in seconda fila – parcheggiata fuori dal teatro – fosse sua e di dargli le chiavi perché doveva spostarla. E sempre in Italia, raramente, ma è successo: oggetti di scena che cadevano dal palco sparivano perché il pubblico se li portava a casa, trasformando piccoli incidenti in ricordi assurdi e divertenti. Non è solo una questione di geografia, perché aneddoti simili succedono ovunque, ma al Sud Italia il folklore sembra avere un sapore particolare, più spontaneo, più…teatrale. Comunque Il teatro di Emma Dante ha un linguaggio universale: potente, diretto, capace di arrivare ovunque. È per questo che viene amato e rispettato in tutto il mondo, e soprattutto in paesi come la Francia, dove il pubblico attende con ansia i nostri spettacoli e restituisce tutto l’amore e la passione che mettiamo in scena. Ogni tournée è un continuo scambio, un incontro con culture e sensibilità diverse, e ogni volta scopro qualcosa di nuovo, sia sul lavoro che su di me. È questa capacità di comunicare senza barriere, di emozionare e sorprendere persone anche lontane dalla nostra lingua e dalla nostra realtà, che rende ogni trasferta un ponte sociale che unisce”.
Com’è la Dante durante le prove? Portaci dentro la costruzione e l’improvvisazione dei suoi spettacoli.
“Polimorfa. Forse l’aggettivo più identificativo per Emma Dante quando crea. Entrare in prova con lei è come entrare in un’altra dimensione: il tempo e lo spazio sembrano sospesi, eppure tutto deve essere congegnato per arrivare all’essenza di quello che lei sente nel suo istinto e nel suo immaginario. Durante le prove è un essere non terreno che spazia tra stati emotivi, esigenze e richieste, ed è bellissimo lavorare con lei, ma anche molto complicato perché ha visioni precise senza mai dirti esattamente cosa fare: vuole che ogni attrice e attore entri in profondo contatto con i desideri e l’immaginario che sono suoi, che diventano comuni attraverso la pratica. Non arriva mai con un copione: tutto nasce da uno spazio vuoto e poi cambia da spettacolo a spettacolo. “Le Sorelle Macaluso” richiedevano una preparazione fisica fortissima e un training durato due anni prima del debutto, “Misericordia” richiedeva un altro tipo di assetto, “Bestie di scena” era quasi tutto fisico con partiture precise, mentre “L’Angelo del Focolare” ha avuto una gestazione completamente differente, con una tridimensionalità nello spazio che nasceva da esigenze narrative ancora diverse. Fondamentalmente, però, il metodo parte sempre da una base comune: la schiera, ereditata da Gabriele Vacis e trasformata da Emma al suo modo. La schiera è un esercizio tecnico, che vede gli attori in fila che camminano insieme su dodici passi con girate a destra, una camminata che può durare molto tempo e che serve a liberare inibizioni e a far emergere i primi codici e le prime forme dei personaggi che abiteranno la scena. Dalla camminata si passa al costume, che diventa una seconda pelle, e poi alle improvvisazioni individuali: un’intervista maieutica dove Emma ti chiede chi sei, da dove vieni, perché sei lì e attraverso le risposte costruisce i personaggi. Dopo si entra nelle improvvisazioni collettive, in uno stato di follia lucida, dove ogni attrice e attore deve scardinare il pensiero, non giudicarlo e immergersi totalmente nella creazione. Emma soffre, ride, è partecipe di ogni emozione come se tutti i personaggi fossero dentro di lei, anticipando ciò che l’attore sta per svelare. Questo metodo permette agli attori di essere creatori, non semplici esecutori, e le storie nascono sui loro corpi. È un lavoro intenso, complesso, a volte faticoso, ma incredibilmente formativo. Ci lascia l’illusione della libertà: non siamo totalmente liberi, ma liberi all’interno di un codice preciso, un equilibrio tra disciplina e improvvisazione che fa emergere la magia della scena”.
Come sei cambiata, come donna, come persona e come artista, dal primo spettacolo fino ad oggi attraverso e grazie al teatro di Emma Dante?
“Non saprei rispondere in maniera assoluta: si cambia grazie a tante cose. Sicuramente la mia vita è cambiata dopo l’incontro con Emma Dante e si è arricchita; tutto ci cambia, se siamo disposti ad accogliere il cambiamento. Credo di essere ancora quella ragazzina che nel 2011 è entrata per la prima volta in Vicaria, a Palermo, ma la verità è che il tempo e le esperienze lasciano sempre tracce. Lavorando con lei, ormai da quindici anni, quasi un terzo della mia vita, non posso che riconoscere quanto mi abbia trasformata come artista. Emma è stata per me un punto fondamentale, un riferimento imprescindibile che ha arricchito profondamente il mio percorso, permettendomi di confrontarmi, esplorare il mondo, osservare altri artisti, altri teatri, altre culture, altre forme di fare teatro. Tutto questo continua a nutrire il mio percorso, non solo come attrice, ma anche come donna e come persona”.
Hai scritto e messo in scena anche testi tuoi?
“Ho sempre avuto una passione per la scrittura, ma l’ho scoperta davvero intorno ai trent’anni, quando per gioco e per diletto ho iniziato a riscrivere dei classici a modo mio, dando vita al mio primo spettacolo-performance, “Characters for Sale”. In quel lavoro ho reinterpretato le vite di personaggi della letteratura e del teatro, Amleto, Giulietta, Cyrano de Bergerac, e figure potenti della mitologia, trasportandoli in contesti contemporanei e interrogandoli su come potrebbero vivere oggi. Quella scrittura, nata per curiosità, è poi diventata un percorso più strutturato grazie alla collaborazione con lo scrittore e drammaturgo pugliese Michele Ciavarella. Insieme abbiamo scritto e messo in scena diversi spettacoli. L’ultimo, “InFesta”, ha debuttato in Germania al Festival Octopus di Essen e in Italia a Spazio Franco di Palermo, con protagonisti due danzatori ospiti della Wuppertal Tanztheater di Pina Bausch. Ora speriamo di poterlo portare in tournée per farlo vedere a un pubblico più ampio. In passato, con Michele abbiamo realizzato anche “Da qualche parte non troppo lontano”, tratto da Qualcosa di Chiara Gamberale, “I Millennials”, “Oreste Sara”, con cui abbiamo partecipato a Scenario, e altri lavori. Quando scrivo e metto in scena i miei spettacoli lo faccio con l’urgenza di condividere la mia visione, di rendere visibile il mio immaginario, di far vivere in scena ciò che penso e ciò che sento: il teatro per me è il modo più diretto per portare fuori ciò che ho dentro e continuare a cercare nuovi punti di domanda”.
Che cosa adori del mondo teatrale e che cosa assolutamente aborri?
“È una domanda complessa, anche perché non amo dare risposte definitive o perentorie. Se però parlo del teatro italiano, vedo delle criticità evidenti. Il sistema contrattuale, per esempio, è ormai distante dalla realtà e non sostiene davvero il lavoro degli artisti e delle artiste. C’è poi una difficoltà concreta per le nuove e vecchie generazioni: spesso si resta ai margini di circuiti molto chiusi, poco permeabili, dove è difficile trovare spazio. Le residenze esistono, ma sono spesso sottopagate e non sempre garantiscono le condizioni necessarie per una vera ricerca e molto spesso, quasi sempre, sono clientelari. E poi c’è una questione di visione e di rappresentanza. In altri paesi europei, come la Francia, esistono normative che garantiscono una reale parità nella direzione dei teatri pubblici. In Italia, invece, la presenza maschile è ancora nettamente predominante: è il segno di un sistema che fatica a rinnovarsi e ad aprirsi. Credo che il teatro, per restare vivo, debba stare al passo con i tempi, ma senza piegarsi a logiche puramente produttive o a meccanismi troppo rigidi. L’arte deve restare libera, anche dalle strutture ministeriali e politiche, che dovrebbero sostenerla e proteggerla, non irrigidirla o meccanizzarla. Più che parlare di ciò che detesto, direi che sento forte la necessità di un cambiamento”.
Quali sono le letture che ti hanno formato e, in qualche modo, spinta, anche involontariamente, verso la recitazione?
“Eduardo De Filippo e poi la poesia. Da adolescente volevo essere la donna amata da Gabriele D’Annunzio, la Beatrice di Dante Alighieri, la Fiammetta di Giovanni Boccaccio. Ma non volevo essere soltanto una musa: volevo poter rispondere a quei poeti con altre poesie. Sylvia Plath, la Bibbia, Tuttosport, Pippi Calzelunghe, Diabolik e tutte le letture che mi sono state negate”.
Chi devi ringraziare se oggi fai questo meraviglioso e complicato mestiere?
“Mia madre e mio padre, che non hanno ancora capito che lavoro faccio. Me stessa. E i miei ex”.
Come ti vedi tra trenta-quaranta anni? Sempre in scena?
“Si, in scena. O morta”.



