Non è l’ennesimo film sullo spazio.
O meglio: lo spazio c’è, ed è anche spettacolare. Ma Project Hail Mary sceglie di non usarlo come distanza. Lo usa come contrasto.
Perché invece del freddo, del vuoto, della paura, qui lo spazio è sorprendentemente caldo. I colori non sono metallici, non sono ostili. Sono morbidi, quasi accoglienti. È un’estetica che lavora contro l’immaginario classico della fantascienza: niente isolamento glaciale, ma una ricerca continua di umanità anche dove non dovrebbe esserci.
E questa umanità passa attraverso dettagli molto concreti.
Come quella cabina in cui il protagonista si rifugia per rivivere la Terra. Non è solo un ricordo: è un punto di ancoraggio. L’acqua che rifrange sulla spiaggia diventa un’immagine mentale a cui tornare quando tutto si perde. Un’isola felice, sì, ma soprattutto un modo per non sparire.
Perché il film, in fondo, parla proprio di questo: senza punti di riferimento, non si va da nessuna parte.
All’inizio seguiamo Ryan Gosling mentre si ricostruisce. Non è un astronauta, non è un eroe. È un insegnante, uno che sembra sempre un po’ fuori asse. E il film entra piano, senza forzare, lasciandoci il tempo di stare dentro quel disorientamento.
Poi cambia.
E cambia davvero.
Da survival nello spazio diventa qualcosa di molto più semplice e molto più difficile: una storia di relazione. L’incontro con l’altro (alieno, incomprensibile) diventa l’unico modo per andare avanti.
È lì che torna in mente WALL·E. Non per la superficie, ma per la stessa idea di fondo: la solitudine non si risolve da soli. Serve qualcuno che ti costringa a uscire da te stesso.
E il film insiste su questo senza retorica.
Non è mai “l’umanità salverà il mondo”.
È: due esseri che provano a capirsi, e da lì succede tutto.
Anche la regia di Phil Lord e Christopher Miller lavora su questa doppia linea: leggerezza e vertigine. Ci sono momenti comici che funzionano davvero, quasi da cartoon, ma servono a creare fiducia. Quando il film affonda, lo fa senza difese.
E Gosling regge tutto questo con un’energia diversa dal solito. Più naturale, più esposta. Il suo corpo è sempre leggermente in ritardo rispetto a quello che succede, e proprio lì il film trova qualcosa di vero.
Anche il marketing ha giocato bene: ha trattenuto. Non ha spiegato troppo. Il rischio era quello di far pensare a un altro tipo di film, più spettacolare, più “classico”, ma è anche quello che protegge la visione.
E i numeri, in questo caso, hanno seguito.
Il film ha aperto con circa 80 milioni di dollari negli USA e oltre 140 milioni globali nel primo weekend, diventando il miglior debutto dell’anno .
Dopo due settimane ha superato i 300 milioni worldwide, mantenendo il primo posto al box office e confermandosi come uno dei rari successi originali non legati a franchise .
Un risultato che dice qualcosa anche fuori dal film: il pubblico, quando trova un’esperienza, risponde.
Perché Project Hail Mary, alla fine, non è una storia sullo spazio, ma una storia su cosa ci tiene ancorati quando siamo persi. Su quanto abbiamo bisogno di immagini, di ricordi, di qualcuno e soprattutto su una cosa molto semplice, che il film non smette mai di ripetere: da soli non si va da nessuna parte.
Distribuito da Sony Pictures, ora al cinema.
Federica Guzzon

