Senz’altro una delle figure più significative della poesia del secondo novecento portoghese quella di Eugenio De Andrade (1923-2005, con nome d’arte di cui non si conosce la reale identità) ed anche tra le più personali nel dono di una parola a sfumare nelle tensioni liriche di uomini e corpi. Di una scrittura volta alla loro rivelazione nell’intima rivelazione delle origini che dietro si cela, a dirne nelle connessioni aderenze ed assensi. Vincitore tra i diversi riconoscimenti del Premio Camões (2001) e in relazione con gli altri grandi della poesia del suo paese nonché traduttore e saggista, ha saputo comunque preservare esistenza e scrittura riservandosi per quanto possibile entro una vita circoscritta e nascosta (fu funzionario pubblico). Se da noi è possibile leggerlo grazie ad alcune pubblicazioni, (da qui segnalando le due antologie: Ostinato rigore. Antologia poetica, Edizioni Abete, 1975 e Dal mare o da altra stella, Bulzoni, 2006) personalmente ho avuto modo di accostarmi a misteri e tratti delle sue architetture (architetture del reale come segnalato all’interno) tramite uno smilzo ed essenziale librino regalatomi nel lontano 1992 da un cugino nel mentre di una nostra escursione a Lisbona, Escrita da terra edita da Limiar. Se già a una prima impressione a legarmi ad una versificazione filiforme e audacemente cupida nella trasparente misericordia dei suoi avvicinamenti fu in quei giorni, nel nulla del mio portoghese, una calda e reciproca corrispondenza di mondi, facile è stata poi averne conferma nella docilità di una parola sempre rinascente alle sue infanzie, alle ritrovate sorprese e indirizzi delle sue memorie. Come già rivelato dalla critica, il suo è un panismo che se ha come tale le sue aperture, e i suoi smarrimenti, nelle tensioni cosmiche dei richiami pure la soluzione è qui, a terra, nella corposità di elementi in cui una volta toccati tanto evocato aprire va a trovare e offrire riposo nella pienezza del compimenti. Non è un azzardo allora la sua definirla una scrittura della gravità, dove nell’attrazione dei corpi è la vita nella sua acquiescenza, tra noi la nuda passione del cielo nei naturali dissolvimenti.
Ed è allora il Mediterraneo il luogo e l’anima del suo verso; nella sensualità di uomini e donne, di figure nel profumo di sé la gravida costellazione dei suoi incendi. Il tutto, pregevolmente nel dominio del silenzio ove la stessa parola se è suono dei corpi ha là nei corpi nell’insieme del loro dirsi il carnale adagiare delle sue densità, l’accensione del suo spegnersi nel levarsi degli incontri. Terrestrità del sole verrebbe da dire (nella citazione da uno dei titoli più riusciti del nostro primo novecento) in accordo con i topoi di un mare racchiuso nei bordi delle infermità e delle aspirazioni umane, a partire dunque dall’amore nel disequilibrio delle sue urgenze, l’uomo e la donna creature nella creaturalità di accordi restituita per piccole sinfonie di ricomposte unità. Ben rileva Sandro Marano, venendoci in aiuto, quando parla di nostalgia e ricerca di conciliazione, di “suprema armonia fra luce ed ombra, presenza ed assenza, pienezza e carenza” a proposito di una poesia che si gioca tutta appunto nelle ricomposizioni, pure è vero -proviamo ad aggiungere- ciò avvenendo nel riflesso specchio di una mortalità di condizioni che ha nell’eternalità delle sue richieste l’incantata e mai effimera esaltazione, la sua struggente e vincente pronuncia. L’uomo rimesso al centro nella fedeltà “alla terra in cui immerge le radici più fonde» (ancora Marano). Per questo la memoria stessa come dicevamo è anche memoria dell’infanzia, in lui anche memoria contadina, nella stagione di un apprendimento e un ritorno, di audacia di scommesse e stupore che sarà per sempre nell’abito di luoghi, case, animalità e mineralità di sfondi che formandolo non lo abbandoneranno. Al proposito del quale Vera Lucia De Oliveira finisce col sottolinearne i caratteri, “spogli e severi come il paesaggio della sua terra, ma illuminati da intuizioni folgoranti che sembrano sgorgare direttamente dall’inconscio”.
Un inconscio restituito nella carnalità dei suoi avvisi e dei suoi reclami e in una parola sapientemente spoglia, essenziale nella malia delle sue risonanze, mai padrona ma indomabile servitrice di una dignità ritrovabile laddove lo smarrimento è negazione, e per questo allora assai ricca nei suoi riscatti. Perché tutto è luminoso e amore, tremante come un uccello “nelle mani di un bambino./Si serve di parole/perché ignora/che le mattine più limpide/non hanno voce”. Come le palme dei suoi paesaggi le parole “invulnerabili – così nude.» E invulnerabili noi, il corpo dell’amato impetuoso come un fiume in cui irrompere puri e completi nell’avvicinamento al cielo. Poeta del continuo movimento così De Andrade nella meraviglia di spazi che non si perdono ma si riacquistano nella sonorità degli stupori e delle apparizioni (“ma ad ogni gesto che facevano/un passero nasceva dalle dita/e abbagliato penetrava”), la poesia stessa “fremente di luce, aspra di terra,/rumoreggiante di acque e di vento”. “Metamorfosi della casa” secondo autodefinizione, di una casa il cui possesso in realtà è solo nel verso, in quel sogno e in quel volo che è solo in lei, laddove il mondo torna ad essere bosco, e fonte” dove un rumore d’acqua è solo silenzio”. Non a caso, andando a concludere, nell’esemplarità e singolarità del percorso proposto: “Scrivo per arrivare/alle origini./E tornare a nascere”.
Gian Piero Stefanoni

