Goldoni alla prova del presente: ad Ancona uno Smirne giovane e inquieto

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Sono uscito dal Teatro Sperimentale di Ancona con l’impressione di avere assistito non a una semplice ripresa di Goldoni, ma a un’operazione teatrale che tenta davvero di misurarsi con il presente. L’impresario di Smirne, liberamente ispirato all’eponima commedia, è il primo progetto produttivo della Compagnia dei Giovani di Marche Teatro, con testo, regia, scene e luci di Giuseppe Dipasquale e costumi di Stefania Cempini. Andato in scena ieri sera ad Ancona, con repliche fino al 9 aprile, lo spettacolo si presenta come una scommessa precisa: affidare un classico della piena maturità del drammaturgo veneziano a una compagnia di giovani interpreti e sottoporlo a una decisa torsione contemporanea.

La scelta di Dipasquale è netta sin dall’impianto concettuale. La Smirne del testo goldoniano viene riletta come emblema di una nuova terra promessa: la Dubai di oggi, luogo-simbolo di ambizione, ascesa sociale e ricerca del successo. È una traslazione che, nelle intenzioni e in buona parte anche negli esiti, non ha nulla di ornamentale: serve invece a rimettere in moto la satira goldoniana e a farne emergere la persistente attualità. Ed è proprio qui che l’allestimento mostra la sua prima qualità: pur spostando il baricentro dell’azione in un immaginario contemporaneo, non disperde affatto il nucleo essenziale del testo. L’opera mette infatti in scena un ambiente teatrale dominato da vanità, rivalità, ambizione, interesse economico e artificio. Al centro vi è Alì, non più mercante di stoffe, ma magnate del petrolio e del tech, deciso a reclutare artisti italiani per trascinarli nell’orbita di un nuovo miraggio orientale. Attorno a questo progetto si muove un piccolo universo di personaggi: cantatrici presuntuose, intermediari opportunisti, artisti gelosi del proprio prestigio, che parlano molto di talento ma rivelano, in realtà, amor proprio e calcolo materiale. E su questo punto la regia coglie con lucidità la natura insieme comica e impietosa della scrittura goldoniana.

Questa fedeltà al nucleo polemico della commedia si traduce con coerenza anche sul piano scenico. Ciò che più mi ha convinto, infatti, è il modo in cui l’idea registica si fa spazio teatrale. La scena è scarna, essenziale, quasi rarefatta; ma proprio per questo acquista forza. I teli, il vuoto, gli elementi mobili, la disposizione dei corpi nello spazio costruiscono un ambiente teatrale nel quale il gesto e la presenza degli attori diventano centrali. Non c’è alcun cedimento alla ricostruzione d’epoca: tutto tende, invece, a una teatralità asciutta, esposta, ritmica.

Da questa essenzialità scaturisce anche uno degli elementi più persuasivi dell’allestimento: il ritmo. Il testo goldoniano, già affollato di cantanti, di ambizioni e di competizioni, viene qui attraversato da una sensibilità nuova, nutrita di suggestioni sonore e di immaginari pop contemporanei. Dipasquale innesta sulla matrice originaria un lessico scenico che guarda alla trap, ai talent show, ai contratti in streaming, ai follower, ai social media; e questa matrice si avverte in scena come energia di fondo, come impulso che agita i personaggi e ne ridefinisce posture, cadenze e relazioni.

L’adattamento, tuttavia, funziona perché sviluppa possibilità già presenti nel testo drammaturgico. Goldoni, del resto, in questa commedia parla già del teatro come mercato, delle rivalità, delle vanità, della febbre del successo, della fragilità di chi si espone al giudizio altrui. La regia riporta in superficie ciò che nella scrittura è già vivo: ripicche, provocazioni, gelosie, calcoli e risentimenti che appartengono da sempre al mondo del teatro e dello spettacolo. Viene quasi da pensare, per analogia, a quella linea del teatro novecentesco che ebbe nella Compagnia dei Giovani di Giorgio De Lullo uno dei suoi momenti più alti: un teatro capace di rinnovarsi, ma anche di mostrare le proprie incrinature.

Si inserisce con piena coerenza in questo quadro anche il lavoro del cast, composto interamente dagli attori della Compagnia dei Giovani di Marche Teatro: Nicolò Ausili, Sabrina Caliri, Federica Clementi, Silvia Donzelli, Marco Gabrielli, Michele Augusto Magni, Zelia Pelacani Catalano, Alma Poli, Arianna Primavera, Matteo Principi, Luca Quarchioni e Francesco Santarelli. Del loro lavoro compisce di più che il singolo “virtuosismo” e il movimento corale sulla scena: una recitazione mobile, fisica, scandita, che trova proprio nella giovinezza degli interpreti la sua risorsa più evidente. C’è slancio e c’è anche rischio che rende il teatro qualcosa di più di una macchina perfettamente oliata.

Proprio da questa evidenza scenica emerge, a mio giudizio, una certa profondità dello spettacolo. La Compagnia dei Giovani di Marche Teatro si presenta infatti come uno spazio reale di crescita e di formazione professionale, nato da una lunga selezione e pensato come vivaio stabile di talenti. Questa dimensione non resta esterna allo spettacolo, ma vi entra dentro con forza: vedere giovani attori interpretare personaggi travolti dalle dinamiche della fama, della competizione e dell’apparire aggiunge una nota ulteriore, quasi metateatrale, che rende la messinscena insieme ironica e amara.

Per questa ragione, anche le eventuali asperità del noviziato non appaiono come un limite, bensì come il segno naturale di un processo vivo e di crescita. Non tutto, naturalmente, è già perfettamente assestato, né sarebbe giusto pretenderlo da un progetto che rivendica la vitalità di un’officina in formazione. Ma è proprio questa energia non ancora del tutto pacificata a dare allo spettacolo la sua verità migliore. Ho visto un allestimento che non teme di forzare il classico, ma lo fa con intelligenza; che non sacrifica Goldoni al presente, ma usa il presente per farlo risuonare meglio.

Infine, questo L’impresario di Smirne mi è parso uno spettacolo vivo, coerente, visivamente riconoscibile e sostenuto da una chiara idea di teatro. Più che un omaggio a Goldoni, è una verifica della sua tenuta nel nostro tempo. E il risultato, al netto di qualche inevitabile asperità, è persuasivo, perché rimette al centro, con leggerezza solo apparente, una domanda che riguarda il teatro ma anche la società di oggi: quanto dell’essere sia stato ormai sostituito dall’apparire.

La compagnia porterà poi lo spettacolo anche fuori Ancona: il 22 aprile a Fabriano, all’Istituto Volterra, e il 24 aprile a Fermo, alla Sala degli Artisti, in collaborazione con AMAT.

Andrea Carnevali

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