In scena il 13 marzo 2026 al Teatro Sala Banti di Montemurlo.
La drammaturgia Non si fa così è nata dalla creatività di Audrey Schebat. Nel teatro di Audrey Schebat la coppia non è un tema, ma un organismo rituale che si consuma sotto gli occhi dello spettatore. Non si fa così non rappresenta una crisi: la evoca, la convoca, la lascia sedimentare come un sedimento geologico di anni non detti. La coppia contemporanea appare come un corpo a due teste che ha smarrito il proprio ritmo cardiaco: non pulsa più all’unisono, ma in asincronie che diventano fenditure. In questo senso, la pièce si colloca nella linea di un teatro che non descrive la relazione, ma la mette in scena come campo di forze, come luogo di collisione tra identità che non riescono più a specchiarsi.
Il quasi‑suicidio di Giulio non è un evento psicologico, ma un atto performativo che interrompe la grammatica della coppia. L’assenza di un biglietto, quel vuoto di parole, quel rifiuto di lasciare un segno, è la vera detonazione drammaturgica. Schebat sembra suggerire che la crisi non nasce dal dolore, ma dall’impossibilità di narrarlo. Il gesto mancato diventa così un atto di non comunicazione, un buco nero che inghiotte il senso, un rituale abortito che lascia Francesca davanti a un altare senza officianti.
La scrittura alterna tragico e comico non per alleggerire, ma per spostare continuamente il terreno sotto i piedi dello spettatore. Il comico non è sollievo: è un taglio di luce che rivela la struttura del dolore. Il tragico non è gravità: è un’eco che amplifica il ridicolo dell’umano. Schebat lavora su questa oscillazione come su un diapason: la coppia vibra, si incrina, risuona in frequenze che non coincidono più. È un teatro che non cerca la coerenza, ma l’attrito.
Francesco Zecca costruisce una regia che sembra operare su soglie sottilissime: soglia tra parola e silenzio, tra gesto e immobilità, tra confessione e reticenza. La scena diventa un laboratorio fenomenologico, un luogo in cui l’emozione non è rappresentata ma osservata mentre accade. Zecca non impone una lettura: apre un varco. Non interpreta la crisi: la lascia emergere come un fenomeno atmosferico, come un temporale che si addensa senza bisogno di spiegazioni.
Lucrezia Lante della Rovere e Arcangelo Iannace non interpretano Francesca e Giulio: li attraversano. La Rovere porta in scena una corporeità che non teme la frattura: una Francesca che non implode, ma si espande, come se il dolore fosse un’onda che cerca un contenitore. Iannace, invece, lavora sulla sottrazione: un Giulio che si ritrae, che si sfibra, che si lascia guardare proprio nel punto in cui vorrebbe scomparire.
Insieme, costruiscono una coralità a due voci che non si armonizza mai del tutto: ed è proprio in questa dissonanza che nasce il teatro.
La domanda che attraversa la pièce. Come si sopravvive insieme al tempo? Non riceve risposta. Schebat non cerca soluzioni, ma mette in scena la coppia come interrogazione infinita, come luogo in cui il soggetto è costretto a rinegoziarsi continuamente. La longevità non è un traguardo, ma un esercizio di resistenza.
La coppia diventa così un dispositivo epistemologico: un modo per pensare la fragilità contemporanea, la precarietà del legame, la fatica del restare.
Non si fa così è un’opera che unisce analisi e vibrazione, pensiero e carne. La produzione di Argot Produzioni e Infinito, sostenuta dalla Regione Toscana, valorizza questa doppia natura: un teatro che non consola, ma chiarifica; che non giudica, ma espone; che non chiude, ma apre. Non si fa così È un testo che non si limita a raccontare una crisi: la trasforma in un rito, in un varco, in un luogo in cui lo spettatore è chiamato non a capire, ma a pensare.
Giuliano Angeletti
NON SI FA COSI’
Lucrezia Lante della Rovere
Arcangelo Iannace
regia di Francesco Zecca
Una produzione Argot Produzioni e Infinito con il contributo di Regione Toscana

