In scena il 28 marzo 2026 al Teatro degli Industri di Grosseto.
La danza di La Duse non racconta: evoca. Non spiega: trattiene. Non imita la Duse: ne percepisce il respiro. Tutto il lavoro si muove come un corpo che cerca un’origine che non può più toccare. La danza diventa allora un territorio di passaggio, un luogo dove il gesto tenta di afferrare ciò che la storia ha disperso, ciò che la memoria ha velato, ciò che la biografia non può contenere.
Nella prima parte, il movimento è un tessuto teso, lucidissimo, quasi fragile nella sua compostezza. Le danzatrici (Giuliana Bonaffini, Rosaria Di Maro, Ginevra Gioli, Ines Giorgiutti, Gaia Mondini, Giulia Orlando, Margherita Petrosino, Cristina Roggerini, Sara Schiavo, Rebeca Zucchegni) abitano una scrittura che sembra chiedere loro di essere sia figure che presenze.
I corpi si offrono come superfici levigate, come maschere che non hanno ancora deciso se cedere o resistere. La loro è una danza che porta addosso il peso dell’artificio, come se ogni gesto fosse un ricordo di ciò che la Duse ha dovuto mostrare al mondo: la forma prima della ferita, la posa prima del tremore.
Poi, lentamente, la danza si incrina. Si apre. Si lascia attraversare.
Nella seconda parte, il movimento diventa un soffio che non vuole più essere trattenuto. Le danzatrici non cercano più di “fare” la Duse: la lasciano accadere. Il gesto si fa poroso, inclinato, vulnerabile. Le braccia non disegnano linee: cercano appoggi nell’aria. Le schiene non si inarcano: cedono. I passi non avanzano: esitano. È una danza che non vuole rappresentare, ma ricordare. Una danza che non vuole mostrare, ma scavare.
In questo spazio, la coreografia trova la sua verità: la Duse non è un’immagine da ricostruire, ma una qualità del movimento, una luminosità che filtra tra le dita, un silenzio che si posa sulle spalle.
La “luce immacolata” dell’ultima Duse non è un simbolo: è un modo di vivere, un modo di consumarsi senza rumore.
La musica di Giuseppe Villarosa accompagna questa metamorfosi come un respiro che non vuole disturbare, mentre la guida di Giuseppina Santagati tiene insieme l’ensemble con una cura che permette alle interpreti di oscillare tra rigore e abbandono.
Ma è proprio in questa fedeltà al corpo, che il lavoro trova la sua poesia più profonda. La danza ci restituisce la Diva delicatamente sfiorandola, come un’ombra che passa accanto a un’altra ombra. E in quello sfiorarsi, in quel quasi-tocco, accade qualcosa di vero. La Duse non appare. La Duse non viene imitata. La Duse è viva luce immacolata.
Giuliano Angeletti
COB – compagnia Opus Ballet
LA DUSE
di Adriano Bolognino e Rosaria Di Maro produzione COB Compagnia Opus Ballet
musiche originali di Giuseppe Villarosa
maitre de ballet Giuseppina Santagati: Photo Roberto De Biasio
interpreti Giuliana Bonaffini, Rosaria Di Maro, Ginevra Gioli, Ines Giorgiutti, Gaia Mondini, Giulia Orlando, Margherita Petrosino, Cristina Roggerini, Sara Schiavo, Rebeca Zucchegni
produzione COB – compagnia Opus Ballet

