Turandot vince sempre

Data:

 

Turandot, dramma lirico in tre atti e di Adami e Simoni, è l’ultima opera, incompiuta, di Puccini. Rappresentata per la prima volta alla Scala di Milano il 25 aprile 1926, dirigeva Arturo Toscanini; il compositore lucchese era morto da più di un anno. L’esito della rappresentazione potrebbe sembrare scontato: cast eccezionale (Miguel Fleta Calaf, Rosa Raisa Turandot, Maria Zamboni Liù), direttore venerato, popolarità del compositore, curiosità per il suo ultimo melodramma aureolato dal sentimento della scomparsa. Quindi resoconti trionfalistici? Non è così. La fama di spettatori competenti ed esigenti, del teatro milanese, non data certo dagli ultimi decenni! Il primo atto fu salutato con entusiasmo, il secondo suscitò un’accoglienza di pura cortesia. Il terzo atto, è storia nota, fu interrotto dopo la morte di Liù, quando Arturo Toscanini, abbassata la bacchetta, esclamò: “L’opera finisce qui, perché a questo punto è morto Puccini”. Nelle repliche successive Toscanini diresse l’opera per intero, come la conosciamo, completata da Franco Alfano su appunti tracciati dal musicista. La critica fu più tenera del pubblico, senza rinunciare a qualche riserva. L’ultimo lavoro pucciniano, tratto da una commedia fiabesca dall’identico titolo dell’abate Gozzi, è stato un continuo travaglio di ripensamenti. Fu Toscanini a incaricare Franco Alfano di terminare la composizione del terzo atto, che esisteva come indicazioni nelle linee generali. È curioso rilevare come Puccini, in alcune annotazioni ai margini della partitura, fosse indeciso sul taglio melodico del duetto conclusivo tra Turandot e Calaf; quando la principessa accetta l’amore che aveva sempre rifiutato. Come se il Maestro, per la prima volta in una sua opera, non credesse all’amore quale naturale conclusione: incerto di veder realizzata questa possibilità nella vita terrena. Come già per altri compositori, il melodramma che chiude la carriera di Puccini fu per lungo tempo meno popolare degli altri titoli, ma negli ultimi cinquant’anni Turandot si è guadagnata la fama che gli spetta. Con Turandot Puccini crea un mondo nuovo senza falsare il suo stile, elaborando una strumentazione di sconcertante modernità. Il Teatro alla Scala riprende, per festeggiare i cent’anni dalla creazione dell’opera pucciniana, l’allestimento felicemente andato in scena due stagioni orsono, spettacolo di coinvolgente impatto firmato da Davide Livermore, con originali scene di Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco e Davide Livermore, esaltato dalle scenografiche luci di Antonio Castro, impreziosito da costumi di fantasiosa originalità di Mariana Fracasso, integranti video di D-Wok e ficcanti coreografie. La parte musicale era dominata dalla direzione del Maestro Nicola Luisotti, inizialmente soverchiante nel rutilante andamento, trova nel prosieguo una precisa fisionomia alternando momenti corruschi e fulminanti a preziose sottigliezze e rimandi sinfonici novecenteschi intrisi di raffinatezze e languori pucciniani, ma mai declinanti nel sentimentalismo. Una direzione convincente, caratterizzata da una dinamica orchestrale molto ampia, cui un volume orchestrale meno esasperato avrebbe meglio giovato alle voci. A partire dalla protagonista, una convincente Anna Pirozzi, Turandot imponente nella presenza scenica, che il regista ha saputo muovere con pochi gesti preziosi e misurati. Vocalmente impressionante per certi versi, soprattutto nell’ottava alta dove si rileva la capacità di fraseggiare senza perdere la nitidezza della dizione; squillante e sicura negli acuti che sfoggia taglienti e svettanti. La voce non vanta altrettante risorse nella fascia centrale, dove ne scapita l’imperatività del fraseggio, inevitabilmente ridotto a una scarsa gamma di colori e, di conseguenza, a una limitatezza interpretativa, in parte riscattata nel duetto amoroso finale, in cui fa valere le caratteristiche fondamentalmente liriche del suo timbro. Roberto Alagna fa valere la sua decennale professionalità, disegnando un Calaf di bella presenza scenica e dal timbro giovanile, ardente e appassionato. Si fa apprezzare per un fraseggio intimo, uscendo dal cliché precostituito del personaggio baldanzosamente eroico, declinandolo in maniera misurata e matura, quasi piagata, di partecipe interpretazione, apportando raffinatezze alla caratterizzazione del personaggio. Voce di non cospicuo volume è sembrato in più punti in affanno, con tendenza a spingere negli acuti, per far squillare gli acuti. Meglio riesce in pagine quali Non piangere Liù che rende con tono accorato e sentito, a contrasto del gelo della principessa Turandot. Non tutto è ben risolto vocalmente, in pagine dove la tenuta si fa sentire: A me il trionfo! A me l’amore…No, no, principessa altera, ti voglio tutta ardente d’amor! e inevitabilmente scegliendo un approccio dal fraseggio più umano al tenorismo muscolare nel Nessun dorma. La generosità della sua azione scenica, il buon fraseggio unito all’intensità della gioia di calcare le scene, ne hanno fatto però un interprete credibile che convince il pubblico. Mariangela Sicilia, soprano dalla morbida voce, luminosa e perfettamente “avanti”, omogenea in ogni zona non ha nessun problema tecnico e risolve il personaggio di Liù screziandolo di passionalità femminile. Il timbro è bello, pastoso e sensuale, già oltre però quello della schiva Liù, figura in fondo troppo stilizzata e angelicata per la maturità della cantante. Signore ascolta lega e sfuma in fascinosi attacchi, impressiona con doppia forcella nel finale dell’aria. Ancor meglio in Tu che di gel sei cinta arricchita da struggenti filati in pianissimo e smorzature preziose. Efficaci le tre maschere, rese vivide con sapido canto in cui spiccava soprattutto la sonora voce di Ping di Biagio Pizzuti, accanto a Pang  Paolo Antognetti e Pong Francesco Pittari. Altoum era Gregory Bonfatti dalla voce ben proiettata anche se carente di “imperialità”; discreta la prova di Riccardo Zanellato, Timur poco dolente dal timbro velatamente opaco, mentre Alberto Petricca presta a voce sonora al Mandarino. Orchestra del Teatro alla Scala in gran spolvero e Coro in tagliente dizione e capace di mille sfumature. Il regista Davide Livermore calcola ogni gesto degli interpreti, muove le masse con intelligenza riempiono la scena di fluttuanti blocchi umani. È la conferma di uno spettacolo già salutato da consensi e che ha l’indubbio merito di proporre una rilettura credibile dell’opera, discostandosi dagli abusati cliché di una Cina immaginaria quanto spesso improbabile. Una messinscena in linea con i tempi, in cui l’immagine ha preso il sopravvento, mixando intelligentemente scene e video, richiamando l’attenzione dello spettatore ma senza invadere il terreno musicale. Alcune ingenuità nella pur ottima regia potevano esser risparmiate: quel fantasmatico cavallo e le cicogne svolazzanti, gli ammicchi erotici di Pong… Successo caloroso per l’intera compagnia di canto e il Maestro Luisotti, ovazione per Mariangela Sicilia. Al Teatro alla Scala.

gF. Previtali Rosti

Foto Brescia e Amisano

Seguici

11,409FansMi Piace

Condividi post:

spot_imgspot_img

I più letti

Potrebbero piacerti
Correlati