Tra scrittura istintiva e ricerca sonora: Luca Cescotti racconta “Mobili Credenze”

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Con Mobili Credenze, Luca Cescotti firma un disco che si muove in equilibrio tra mondi solo apparentemente lontani: pop d’autore, alternative rock, incursioni funk e sfumature ambient si intrecciano in un linguaggio personale e in continua mutazione. È un lavoro che non cerca una forma unica e definitiva, ma piuttosto una coerenza interna fatta di istinto, ascolto e stratificazione emotiva.

La sua formazione classica, unita a un immaginario che passa da Jeff Buckley ai Radiohead, fino alla tradizione italiana di Pino Daniele e Lucio Battisti, diventa il terreno su cui costruire un suono che non ha paura di mescolare, contaminare e rompere gli schemi. Anche la presenza della viola da gamba, strumento antico e poco convenzionale in questo contesto, non viene trattata come elemento ornamentale, ma come parte viva del linguaggio del disco.

In questa intervista Cescotti racconta il processo creativo dietro il progetto, il rapporto con i musicisti coinvolti e la scelta forte e consapevole di non pubblicare il disco su Spotify, gesto che apre anche una riflessione più ampia sul rapporto tra musica, piattaforme e responsabilità artistica. Tra arrangiamenti stratificati, strutture non sempre canoniche e una scrittura che nasce prima di tutto dalla musica, Mobili Credenze si presenta come un lavoro in cui ogni brano diventa un piccolo ecosistema autonomo.

Un disco complesso ma profondamente personale, che trova nella libertà — sonora e di pensiero — la sua forma più autentica.

Mobili Credenze esplora un linguaggio sonoro che va dal pop d’autore all’alternative rock con incursioni funk e ambient: come sei arrivato a questo equilibrio di suoni così diversi, e quali influenze ti hanno guidato nella scelta degli arrangiamenti?
Ascolto tante cose diverse che spaziano tra molti generi e penso che, istintivamente, la mia ricerca si rifaccia ad alcuni riferimenti musicali che ho ben presenti nella mia testa: da Jeff Buckley ai Radiohead, passando per Pino Daniele e Lucio Battisti. Inoltre, la mia formazione “barocca” gioca sicuramente un ruolo centrale, in una ricerca musicale che deve profondamente raccontarmi e rappresentarmi.

La decisione di non pubblicare l’album su Spotify è molto forte e coerente con un’idea di musica “più intenzionale”: puoi raccontare il ragionamento artistico e politico che ti ha portato a questa scelta?
Spotify mi ha deluso profondamente negli anni e, ultimamente, ho deciso di staccarmi e prendere una posizione più attiva nei suoi confronti. La piattaforma leader mondiale negli stream è quella che paga meno gli artisti (a volte fino a 10 volte meno) e, inoltre, ha deciso di investire nella guerra, finanziando il conflitto e il genocidio palestinese. Mi sono reso conto che di alternative a Spotify oramai ce ne sono tantissime e quasi sempre anche le altre piattaforme funzionano benissimo. Per me era fondamentale cambiare e lanciare un piccolo segnale per sentirmi bene con me stesso e con la mia coscienza.

Nel disco ci sono contributi di musicisti come Sergio Marcante (Rhodes e synth), Alberto Rassu (chitarra), Giovanni Zordan (basso) e Alessandro Barbieri (batteria): come hai lavorato con loro in fase di produzione e in che misura la loro presenza ha trasformato le tracce?
Dipende dal brano, ma in generale cerco sempre di avere un rapporto di condivisione artistica con i musicisti con cui lavoro. In questo disco hanno registrato diverse tracce e, durante le prove prima delle registrazioni, abbiamo trovato insieme un arrangiamento di massima da cui partire. Dopodiché, la decisione di come affrontare l’esecuzione sta a loro. Ovviamente ci si confronta e ci si consiglia, nonostante io abbia spesso le idee chiare sulla direzione che voglio che prenda il brano.

Alcuni brani del disco, come Mosca, Respiro e No Tu!, hanno identità sonore molto distinte: c’è un pezzo che rappresenta per te una svolta narrativa o emotiva all’interno dell’album?
Non saprei sceglierne uno. Come dici tu, le identità di ognuno di questi pezzi sono molto forti e, per questo, ognuno di loro è un pezzo per me a sé stante. Mosca ha una struttura molto interessante, evitando quasi il ritornello e dividendosi in fasi emotivamente diverse. Forse è quella che mi affascina di più tra queste, anche se è quella che forse richiede più tempo per essere apprezzata all’inizio: è lunga da digerire!

Vieni da una formazione classica (diploma in viola da gamba) ma qui mescoli strumenti antichi e moderni: com’è stato integrare la viola da gamba in sonorità pop/rock senza che risultasse un elemento “aggiunto”, ma piuttosto parte integrante del linguaggio del disco?
Non ho mai voluto dare un risalto forzato alla viola da gamba proprio perché penso che sia uno strumento come un altro. Può essere un solista, come in alcune parti di Mosca o come nell’assolo di Vera presente nel primo disco, oppure fare da tappeto per colmare le frequenze negli arrangiamenti che lo richiedono. Credo che sia molto interessante usare timbriche non convenzionali e la viola da gamba sicuramente fa parte di queste; poi però bisogna sapere che parte affidarle.

Dal punto di vista della scrittura, Mobili Credenze sembra raccontare immagini quotidiane e introspezione interiore: parti quasi sempre dal testo o dalla musica? E come avviene il tuo processo creativo tra queste due fasi?
Parto sempre dalla musica e cerco di metterci un testo che la rappresenti e, ovviamente, che mi rappresenti e mi racconti in una precisa fase della mia vita. Cerco sempre il gesto naturale e l’istintività nella creazione artistica, sia dal punto di vista musicale sia da quello della scrittura del testo, anche se non sempre è facile. Spesso bisogna ritagliarsi un momento speciale per scrivere, soprattutto in questo mondo così veloce e pieno di distrazioni.

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