“La Storia” inascoltata lezione di vita

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Affabulatrice nata e incantatrice della parola, Andrée Ruth Shammah apre la serata ammaliando il pubblico della prima milanese inanellando racconti e le avventure capitate allo spettacolo, ricordando chi l’ha creato e fatto rivivere. Sul palcoscenico del Teatro Franco Parenti “La Storia”, liberamente ispirato all’omonimo romanzo scritto da Elsa Morante nel 1974. Sulla copertina della prima edizione de Gli Struzzi campeggia la scritta Uno scandalo che dura da diecimila anni a significare l’eterno “scandalo” delle guerre. La scrittrice mostra in uno squarcio drammatico Roma (e un pezzo d’Italia) nell’imperare del secondo conflitto mondiale, e lo fa servendosi dello sguardo di Ida Ramundo, che ben esemplifica gli occhi degli ultimi, coloro che la guerra non l’hanno né cercata né voluta, subendo decisioni fatte calare dai potenti di turno. Una storia che parla di tragedie personali che rimangono nella ristretta cerchia del privato, non potendo confluire nel grande racconto della Storia con la S maiuscola.  Lo sguardo verso i poveri e il loro trattamento, unito alla capacità di una persona di operare un cambiamento interno, sono i motivi portanti del racconto. La scrittrice stabilisce un evidente parallelo tra la situazione storica e politica del tempo con la vicenda che marchia la vita della protagonista, vedova ebrea e i suoi figli Nino e Useppe, frutto quest’ultimo di violenza subita da un soldato tedesco. La Storia ci inabissa fra continuo dolore e precarietà del vivere che accomuna persone povere o prive di potenzialità, su un orizzonte senza speranza che pur trova sprazzi di poesia, illuminando il racconto della gioiosa vitalità, quasi disperata ma dirompente, che impregna i due giovani figli, e i cani, e la natura circostante. “Tutti i semi sono falliti eccetto uno, che non so cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia” Queste le parole di speranza con cui si chiude il romanzo… e la Storia continua…Il libro della Morante al suo apparire fece scalpore, divenendo un vero e proprio caso letterario sia per il numero altissimo di copie vendute (record difficilmente raggiunto in seguito), sia per l’inevitabile dibattito suscitato, fra immancabili stroncature e difese appassionate. L’autrice, per la prima tiratura, pretese da Mondadori un prezzo contenuto per favorire l’accessibilità dell’acquisto. Uno spettacolo che si avvale della drammaturgia di Marco Archetti; produzione del Teatro Franco Parenti / Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival / Centro Teatrale Bresciano. In palcoscenico, diretti dalla forte regia di Fausto Cabra capace di stamparsi nelle nostre menti, tre validissimi interpreti. Franca Penone impersona, tremebonda e sfiduciata nel tempo di guerra che sta vivendo, la figura della vedova Ida Ramundo, preoccupata di occultare le sue origini ebree (si percepisce nell’asciuttezza del tono, quasi senza colori di voce, così come senza sentimenti è la sua anima, sigillata a ogni empatia umana o scintilla vitale se non di pura sopravvivenza). L’attrice rende l’ombrosa solitudine di Ida di cui, quasi a corazza, si è rivestita per sopravvivere, inserendola in un paesaggio romano livido e tragico tradotto dal regista in un descrittivismo immaginifico quasi palpabile, una specie di “ring”, alle cui spalle scorrono, proiettate, le date della catastrofe che deflagra. La sapiente e immersiva regia di Fausto Cabra ci fa “vedere”, con semplici mezzi – evocativi quanto pregnanti all’immaginazione – luoghi e volti dei veri protagonisti, tanta ha infusa nei tre attori la capacità di renderli vivi e presenti. E nella Penone pregnante si fa il terrore, mai prima provato nel suo apatico isolamento, alla grande violenza dello stupro subito e poi di quello dei bombardamenti che privano lei e il figlio della casa. Cupo, quasi ermetico si fa allora il tono, spettrale, e i nostri sensi sentono lo stridio e la ferocia bestiale del suo vivere. La miseria umana ci appare in reale dimensione, disillusione dello spirito schiacciato e calpestato. Raggiunge toni strazianti nelle ragioni che la spingeranno nelle spire della pazzia, decidendo di morire insieme a suo figlio. Ida “balla” fin dall’inizio come una nave in balìa delle onde. Balla la danza dell’esistenza dura e difficile di chi porta dentro una sofferenza, ma fuori esibisce una faticosa immagine di forza e autosufficienza. Alberto Onofrietti in continuo, opposto mutar di colori da voce a Nino e Davide Segre il giovane intellettuale ebreo sopravvissuto alla persecuzione della sua famiglia, personaggi fra loro così differenti, resi in distinta caratterizzazione – vocale innanzitutto – ma anche nella postura e nei gesti. Per Nino usa il linguaggio irruento di una giovanile fisicità che sembra non conoscere limiti. Il regista idealmente lo sdoppi sotto i nostri occhi, in serrato dialogo sotto luci fascianti. Per Davide l’attore sceglie il registro dei sentimenti e della memoria che lo perseguita, in profonde contraddizioni ideologiche e disperazione, sbalzate in tormentata caratterizzazione e forza interpretativa. Usa l’arte attorale a scavare una parola drammatica per misurarsi con questo testo per esaltarlo e mostrarne l’energia con una verità e lacerante riflessione, conferendo a questa “storia quotidiana” la forza di un classico. A Francesco Sferrazza Papa è riservato il duplice personaggio del soldato tedesco violentatore e Useppe, reso con toni di purezza e sensibilità, soavi e accattivanti, in un tripudio vocale di doviziosa e semplicissima felicità, suscitando scintillio di buon umore, del suo vissuto accanto al cane Bella. Lo fa interpretandoli con innegabile e gustosa partecipazione che si trasforma in empatia contagiosa. Commosso si fa il ricordo, poetico e sereno, con toni quasi trasognati e ilari di ritrovata libertà per la rocambolesca salvazione dal bombardamento e per lo scampato annegamento. La regia estremamente lucida e coinvolgente di Fausto Cabra permea il raccontare evocativo, sbalzando le situazioni con tragica intensità, e marcandole con luci sciabolanti di Marco Renica e dello stesso Cabra. Scene e costumi di Roberta Monopoli. A fine serata la tensione accumulata dell’irretito pubblico, si scioglie in finale applauso liberatorio d’intensa partecipazione. Teatro Franco Parenti di Milano.

gF. Previtali Rosti

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