Joanna Longawa è una scrittrice, giornalista e curatrice che unisce Italia, Polonia e America Latina, trasformando il proprio lavoro culturale in una vera infrastruttura di dialogo. Nata in Polonia (si è laureata a Cracovia), ha vissuto e lavorato a Roma per quasi due decenni e, negli ultimi cinque anni, ha consolidato legami con il Perù, l’Argentina e la Bolivia, dove ha soggiornato temporaneamente. Figura poliedrica della cultura contemporanea, Joanna è giornalista plurilingue (polacco, italiano, inglese e spagnolo) con oltre quindici anni di esperienza. È anche scrittrice premiata, curatrice d’arte, PR e art manager.
Fondatrice e direttrice di JL Interviews (www.jlinterviews.com), magazine e piattaforma in inglese dedicati alle interviste internazionali, Joanna è inoltre Editor in Chief di Serendipia.pl, rivista di lusso per i polacchi nel mondo. Attraverso i suoi canali ha saputo dare forma a una passione che è diventata metodo: visibilità, ascolto e racconto. Ne sono esempio JL INTERVIEWS TV AMERICA, canale pensato per il pubblico di lingua spagnola in America Latina, e il format podcast/video “JL INTERVIEWS – 15 Minutes with… (Italia)”, con episodi recenti dedicati ad artisti italiani come Emiliano Donaggio e Mauro Conciatori. Oltre a intervistare talenti emergenti e affermati, Joanna contribuisce a far circolare l’arte italiana, polacca e latinoamericana. Sul profilo Instagram @artunplugged__ ha creato uno spazio dedicato agli artisti, in cui la loro visione dell’arte trova voce diretta.
Il suo impegno artistico e letterario trova un punto di massima espressione nel libro “Le prove dell’esistenza” (pubblicato a Roma nel 2020) e nella versione spagnola “Las pruebas de la existencia” (Madrid, 2023). L’opera utilizza l’arte come strumento contro la violenza di genere e a sostegno dei diritti umani, ottenendo lo Switzerland Literary Prize e il premio italiano “Profumi d’autrice” dell’Associazione Culturale Pegasus.
Esperienze come Art Manager e International Press Office per il progetto europeo MarteLive Europe (con il coordinamento di artisti in sei Paesi e il dialogo con Ambasciate a Roma), oltre al lavoro di curatrice di eventi (ad esempio Art in Progress in Sardegna e l’esposizione di Roberto Strano a Palazzo Merulana, a Roma), confermano il suo ruolo di promotrice instancabile dell’arte senza confini. In questa intervista, Joanna ripercorre il proprio percorso di scrittrice, giornalista e redattrice, raccontando come l’arte possa diventare voce di resistenza, dialogo e bellezza tra Italia, Polonia e America Latina.
Joanna, sei nata in Polonia, hai vissuto 19 anni a Roma e gli ultimi cinque li hai divisi tra Italia e America Latina. In che modo queste tre culture hanno plasmato la tua identità di scrittrice, giornalista e art curator?
Viaggiare è una ricchezza: non solo ti fa conoscere mondi diversi, ma ti aiuta anche a conoscere te stesso. Una persona saggia disse che non è importante il viaggio in sé né la strada che fai, ma le persone con cui lo condividi. Penso davvero che sia così. Le nuove terre affascinano, ma la vera ricchezza dei viaggi sono gli incontri.
In Perù, a Lima, ho sviluppato il mio programma culturale JL INTERVIEWS TV AMERICA, prodotto con i miei partner Casatomada Libreria: prima con il fotografo Manuel Buitrón e poi con Miguel Flores Monroe. Da quella esperienza nasce oggi la mia scrittura: racconto un “nuovo mondo” filtrato dagli occhi di una europea profondamente inserita nella cultura polacca e italiana. Racconto ciò che mi ha colpito, nel bene e nel male, lasciando spazio anche alle curiosità che emergono lungo il cammino. Oltre a vivere in Perù, Bolivia e Argentina, ho avuto modo di visitare anche Messico, Colombia e Cile.
Ti definisci “cultural ambassador” e promotice dell’intercultural dialogue. Cosa significa, per te, essere un ponte vivo tra l’arte italiana, polacca e latinoamericana?
Oggi mi sento connessa con due grandi mondi: l’Europa e l’America del Sud. Promuovere la cultura è fondamentale, anche se spesso viene meno valorizzata e molti Paesi scelgono di ridurre proprio questi investimenti. Eppure la cultura—che include la lettura—è la base della nostra umanità, la nostra essenza.
Scrivere, inoltre, è un atto di dialogo. Alla base di JL Interviews c’è la convinzione del potere trasformativo della conversazione. L’idea, ispirata a Michail Bachtin, è che il dialogo sia uno scambio aperto e in continua evoluzione: i significati non sono mai definiti una volta per tutte. Ogni incontro apre nuove possibilità di comprensione. Bachtin afferma anche che la conversazione sia un viaggio in atto, incompleto ma ricco di potenzialità.
In un mondo in cui nulla è definitivamente stabilito, ogni voce contribuisce al racconto collettivo: il discorso resta vivo, aperto e orientato al futuro. Per questo, essere “ponte” significa anche creare condizioni di ascolto e relazione: solo così è possibile avvicinarsi a verità nuove, ancora da scoprire.
Il tuo libro “Le prove dell’esistenza” (2020) e la versione spagnola “Las pruebas de la existencia” (2023) hanno vinto lo Switzerland Literary Prize e il premio “Profumi d’autrice”. Qual è il messaggio centrale che volevi trasmettere sul potere dell’arte contro la violenza di genere e per i diritti umani?
Nel libro “Le prove dell’esistenza” il messaggio centrale è che arte, letteratura e cultura siano una salvezza reale dal male, e un antidoto potente contro la violenza. Attraverso i monologhi della protagonista—un’artista di Cracovia senza nome, vittima di un abuso—il testo esplora i traumi prodotti dalla violenza fisica, verbale e psicologica. Di fronte a questa frattura interiore, l’impegno nell’arte diventa lo strumento con cui ricomporre un’anima in frantumi, riunendo ciò che era spezzato.
Immortalarsi nella creatività e nelle opere di figure luminose e coraggiose (come Frida Kahlo o Virginia Woolf) permette alla vittima di ritrovare l’identità smarrita: la propria essenza e il proprio talento. Nel libro, inoltre, la lettura e la cultura sono presentate come “armi attive” contro l’aggressività: la vicinanza ai libri può rendere le persone—e il mondo—più tolleranti e sensibili.
In questo percorso di guarigione, l’arte e la ricerca della bellezza diventano una “luce in fondo al tunnel”: una forza capace di aiutare a rialzarsi, superare i traumi e mantenere viva la speranza.
Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro proprio in quel momento della tua vita? C’è un’esperienza personale o un incontro che ha acceso la scintilla?
Questo libro non nasce in un solo momento, ma è il risultato di due fasi distinte. La primissima stesura risale al 2003, quando studiavo all’Università Jagiellonica a Cracovia. Posso dire di essere una “figlia del postmodernismo”: la scintilla iniziale è stata alimentata dalle mie letture giovanili e dall’impatto che hanno avuto su di me pensatori come Jacques Derrida e Roland Barthes. Le loro teorie hanno influenzato la mia formazione, spingendomi a creare un testo frammentario e intertestuale, capace di riflettere la frantumazione psicologica e l’incertezza.
Dal punto di vista personale, ho concepito questo racconto come uno specchio della mia anima: uno specchio in frantumi, in cui si intravedono solo alcune schegge. È un autoritratto parziale: proietto qui la mia esistenza, il mio amore per l’Italia (già presente in quegli anni) e il mio rapporto con il mondo, di cui mi sento osservatrice instancabile.
Il momento decisivo per completare e pubblicare l’opera arriva però quindici anni dopo, nel 2020, durante la quarantena dovuta alla pandemia. L’isolamento in Italia mi ha dato tempo materiale—quello che, nella frenesia quotidiana, non avrei mai trovato—per riprendere il testo, riformularlo e tradurlo in italiano. In quel frangente, l’esperienza traumatica del lockdown si è fusa con l’essenza dell’opera.
Il mio libro, quindi, non è solo una voce contro ogni forma di violenza: è anche una metafora della pandemia. L’ho pensato per coloro che si sono ritrovati chiusi tra quattro mura, alla ricerca di sé in un mondo post-Covid improvvisamente sconvolto. Il mio desiderio più grande è mostrare che cultura, lettura e arte possono darci la forza per risollevarci e sopravvivere ai momenti più bui.
Per quasi dieci anni sei stata corrispondente italiana per il magazine di lusso polacco Trendy. Art of Living. Come hai promosso contemporaneamente la cultura italiana e quella polacca in quel ruolo? Quali sono stati i momenti più emozionanti di questa collaborazione?
Come corrispondente da Roma per Trendy. Art of Living, a partire dal 2010 ho avuto l’opportunità di costruire un ponte tra Italia e Polonia. Ho promosso la cultura italiana raccontando ai lettori polacchi le ultime novità e le atmosfere della capitale attraverso le mie corrispondenze. Allo stesso tempo, ho esplorato l’arte e la cultura in senso ampio, intervistando per il magazine artisti, scrittori e figure del cinema—polacchi e internazionali.
I momenti emozionanti, nel corso di questa lunga collaborazione, sono stati tanti. Tra tutti, ricordo l’intervista al regista polacco Krzysztof Zanussi: abbiamo conversato nella caffetteria dei Musei Capitolini, soli, immersi in quello scenario romano, e per me è stata un’esperienza straordinaria. Un ricordo indelebile è anche l’intervista a casa della grande Lina Wertmüller, la prima donna candidata all’Oscar per la regia: non è stata una conversazione facile, molto impegnativa, ma proprio per questo mi ha lasciato emozioni e memoria intensa. Conservo anche la dolcezza dell’intervista allo scrittore italiano Federico Moccia, una persona straordinaria che ama profondamente la Polonia; in seguito, mi ha onorata scrivendo una nota dentro il mio libro. E, sul piano emotivo, non posso dimenticare il nervosismo prima di intervistare al telefono il mio autore di gialli preferito, Jo Nesbø, che si è poi rivelato un uomo meraviglioso.
Sempre in quel periodo (e più in generale nel corso della tua carriera) hai intervistato grandissimi artisti e personaggi famosi, tra cui, già menzionati Jo Nesbø, Lina Wertmüller, Federico Moccia, ma anche Patty Pravo, Miriam Leone e Abel Korzeniowski. Quale intervista ti ha lasciato il segno più profondo e perché?
Negli anni ho realizzato migliaia di interviste. Ogni scrittore, artista o personaggio noto è, per me, una fonte di ispirazione: durante un’intervista ciascuno di loro mi dona qualcosa di unico. Tuttavia, ci sono incontri che restano più a lungo nella memoria.
La figura più importante e ispiratrice, per me, è Federico Moccia. L’ho conosciuto anni fa proprio durante un’intervista per Trendy. Art of Living. Federico è una persona splendida e un autore eccezionale: mi ha ispirata e sostenuta fino al punto di onorarmi inserendo un pensiero all’interno del mio libro “Le prove dell’esistenza”. Porto nel cuore anche un traguardo molto speciale: l’intervista con lo chef Heinz Beck e Antonello Colonna.
Hai fondato JL Interviews (www.jlinterviews.com) e JL Interviews TV América. Qual è la missione di questi due canali e perché hai deciso di creare un format interamente in spagnolo dedicato al pubblico latinoamericano?
Ho fondato JL Interviews a Roma nel 2015 con una missione precisa: celebrare la ricca e diversificata eredità artistica del nostro mondo e promuovere l’unità sociale attraverso il dialogo. Mi sono ispirata alla visione di Dante nel De Monarchia, in cui si teorizza una comunità globale unita (Civitas Universalis Humani Generis), e alle idee di Michail Bachtin, già menzionato, sul potere trasformativo della conversazione. Volevo creare uno spazio multilingue in cui le interviste ai creativi non fossero testi chiusi, ma percorsi aperti, capaci di avvicinare le culture e abbattere le barriere attraverso l’arte.
Per JL Interviews TV América, la scelta di lanciare un canale YouTube e un format interamente in lingua spagnola è stata conseguenza naturale del mio percorso di vita. Dopo quindici anni in Italia, mi sono trasferita temporaneamente in Perù. Entrata in America Latina, mi sono trovata immersa in una cultura vibrante, incontrando artisti locali di altissimo livello—come il pittore peruviano David Rejas o Victor Delfin, direttrice del museo MALI Sharon Lerner—oltre a talenti della musica e della scultura sudamericana.
Da qui nasce l’esigenza di dare voce alla realtà artistica latinoamericana e portarla sulla scena globale. Ho scelto lo spagnolo perché lo trovo melodioso e affascinante, ma soprattutto perché è lo strumento che mi consente di connettermi in modo autentico e diretto con il territorio che mi ospita. È un modo per unire il mio bagaglio europeo alla scoperta di un’energia creativa incredibile, dialogando faccia a faccia con artisti, musicisti e intellettuali del Perù, del Cile, dell’Argentina e oltre.
Nel tuo format “JL INTERVIEWS – 15 Minutes with… (Italia)” stai intervistando artisti italiani, tra cui Emiliano Donaggio e Mauro Conciatori. Quale incontro ti ha colpito di più finora e perché?
È difficile scegliere un incontro in assoluto, perché ogni intervista è una finestra sull’anima di chi ho davanti. Posso però dire che sia Emiliano sia Mauro mi hanno lasciato emozioni e riflessioni profonde, per motivi diversi.
Di Mauro Conciatori mi ha colpito l’umiltà unita alla sua straordinaria eredità culturale. È stata una conversazione stimolante, che mi ha fatto “viaggiare” nella storia d’oro del cinema italiano. Mi ha affascinato sentirlo raccontare atmosfere magiche della “Dolce Vita” attraverso i ricordi di suo padre Emilio (un grande artista) e l’esperienza fondamentale al fianco di un gigante come Michelangelo Antonioni, che gli ha insegnato il vero significato delle immagini. Mi ha toccata anche la sua visione poetica e modesta della regia: i suoi film sono “piccoli granelli di sabbia”, il cui scopo è entrare nell’intimo delle storie di uomini e donne. C’è poi un legame speciale tra noi: Mauro ha diretto il booktrailer del mio libro “Le prove dell’esistenza”.
L’incontro con Emiliano Donaggio, invece, mi ha trascinata nel suo “caos poetico”. Emiliano è veneziano e straordinariamente poliedrico: dalla pittura sui tessuti—le cui giacche sono state indossate da star come Madonna, Elton John e Robin Williams—fino alle sculture uniche in vetro di Murano. Quello che mi ha davvero sorpreso e ispirata è la radice profondamente umana e familiare della sua creatività. Quando racconta di aver dipinto una racchetta per Roger Federer, non celebra i trionfi sportivi: si concentra sui sentimenti e sulla famiglia del campione. Mi ha lasciato un segno indelebile anche la sua riflessione sul tempo: se il corpo e le mani invecchiano, la mente e il cuore—secondo lui—restano capaci di mantenere l’arte “fresca e viva”.
I protagonisti del podcast includono anche Pavel Zelinskiy, attore italo-russo, e Marco Iacobini, un musicista italiano di fama internazionale. Prossimamente arrivano gli altri.
Come Editor in Chief di Serendipia.pl, la rivista di lusso per i polacchi nel mondo, quali storie stai raccontando in questo momento e come si collega questo progetto al tuo lavoro su JL Interviews?
Serendipia nasce da un sentimento molto personale: la mia profonda nostalgia per la Polonia. Come caporedattrice, sto lavorando a una rivista di lusso pensata per gli emigrati polacchi—per persone come me che vivono da molti anni lontano dalla patria e desiderano mantenere un accesso vivo e costante alla cultura.
Al momento, le storie che pubblico e promuovo sono incentrate su tematiche culturali e sociali di alto livello artistico, presentate con una cura estetica molto precisa. Desidero che la nostra comunità all’estero sia orgogliosa di questo progetto. Per darti un’idea dei contenuti, nel primo numero ho voluto coinvolgere Karolina Szymczak, attrice, modella e moglie di Piotr Adamczyk, un attore riconosciuto in Polonia e anche all’estero.
L’obiettivo che porto avanti è pubblicare la rivista online gratuitamente, come trimestrale in formato PDF: per questo sto lavorando attivamente anche alla ricerca di sponsor.
Questo progetto si collega in modo naturale e intimo al lavoro di JL Interviews. Le due riviste condividono anima e filosofia: la fiducia nel potere dell’arte, della cultura e del dialogo. Se con JL Interviews la mia visione è celebrare la diversità dell’eredità artistica globale e promuovere l’unità sociale attraverso uno scambio interculturale continuo e multilingue, con Serendipia applico la stessa ricerca meticolosa di qualità giornalistica ed estetica a un pubblico più specifico e a me molto caro.
In sintesi, il fil rouge che unisce i due progetti è l’uso del giornalismo culturale per abbattere le distanze: con JL Interviews costruisco ponti tra i creativi di tutto il mondo; con Serendipia ricreo un ponte verso casa, riconnettendo i polacchi sparsi per il mondo alle loro radici culturali.
Come Art Manager e International Press Office per il progetto europeo MarteLive Europe hai coordinato artisti in sei Paesi, dialogato con le Ambasciate e curato eventi come Art in Progress. Qual è stata la sfida più grande e la soddisfazione più grande di questa esperienza?
Il mio ruolo di artistic manager e curatrice delle arti visive per MArteLive Europe mi ha messo al centro di un progetto di grande scala. È stata un’esperienza straordinaria: abbiamo lavorato per un anno e mezzo in un processo di ricerca che ha portato a visionare e raccogliere oltre 1.100 talenti emergenti provenienti da più di 40 Paesi europei.
Tra i risultati più tangibili e gratificanti, che porto nel cuore, c’è la collaborazione per la realizzazione della residenza artistica Art in progress CAGLIARI 2022, parte del progetto STORIE DI MANIFATTURA realizzato da Impatto Teatro e Karim Galici in collaborazione con Sardegna Ricerche, con il contributo di Comune di Cagliari e Fondazione di Sardegna. Ho inoltre curato e co-organizzato, con grande dedizione, le semifinali dell’area “East-West Connection”, portando l’evento in scenari mozzafiato come il Castello di Krasiczyn, nella mia Polonia.
Ho sempre creduto in questo festival e, per questo, ho sostenuto l’iniziativa anche come giornalista: JL Interviews magazine è stato media partner dell’evento e ho definito pubblicamente l’ambiente e le persone coinvolte come “meravigliosi” e “fantastici”. Anche se non posso raccontarti l’ostacolo più duro legato alle Ambasciate, contribuire a rompere il “soffitto di cristallo” che spesso separa i giovani talenti dal mondo dell’arte europeo rappresenta, senza dubbio, una delle grandi vittorie della mia carriera culturale.
Quali sono i tuoi progetti più importanti per il 2025-2026? Nuovi libri, eventi, collaborazioni televisive o un nuovo format?
Come accennavo, sto scrivendo racconti sudamericani. Il titolo e la forma sono ancora in fase di definizione. Continuerò a seguire Serendipia.pl e JL Interviews, mantenendo attiva anche la parte podcast. Inoltre, continuerò a invitare artisti e autori negli spazi che progetto e sostengo, inclusa la nuova sezione su Instagram @artunplugged__ Altri progetti? Mi occuperò di mia figlia, nata qualche mese fa: Mila Maria. Per me è “la mia piccola opera d’arte”, e il progetto più bello della mia vita.

