JESI — C’è una verità che attraversa i secoli senza consumarsi: la guerra nasce dall’incapacità di governare gli uomini e, prima ancora, dall’incapacità degli uomini di governare se stessi. La Lisistrata di Aristofane che Serena Sinigaglia porta in tournée nelle Marche — dal Pergolesi di Jesi al Feronia di San Severino, fino allo Sperimentale di Pesaro — non si limita a riproporre Aristofane, ma ne restituisce tutta la più scomoda attualità.
Il meccanismo comico della commedia è noto: le donne, stremate da un conflitto interminabile, decidono di negarsi ai propri uomini finché non verrà ristabilita la pace. Ma qui l’invenzione non è mai trattata come semplice espediente farsesco. Diventa, piuttosto, un atto politico radicale, una forma di disobbedienza che incrina la logica stessa della guerra. Il riso, lungi dall’alleggerire, colpisce e smaschera.
La regia di Sinigaglia si muove con lucidità entro questa ambivalenza: non attenua la violenza del testo, non indulge in facili attualizzazioni, e tuttavia costruisce uno spettacolo che parla con precisione al presente. Il malgoverno, l’inerzia delle classi dirigenti, la dissociazione fra potere e responsabilità emergono con nettezza, senza bisogno di sovrastrutture. Aristofane basta a se stesso, purché lo si lasci risuonare.
Al centro si impone Lella Costa, interprete di una Lisistrata di raro equilibrio. Nessuna concessione all’enfasi, nessuna ricerca di complicità immediata con il pubblico: la sua presenza persuade per rigore, per esattezza del tono, per una qualità del dire che trasforma la parola in gesto morale. Non domina la scena per impeto, ma per una misura interiore che si traduce in autorità, composta e quasi severa. Ne scaturisce un personaggio che lambisce la dimensione tragica: isolato nella sua lucidità, tenace nel sostenere una ragione che il mondo, ormai, sembra avere smarrito.
Attorno a lei, il cast lavora con ammirevole compattezza. Marco Brinzi, Francesco Migliaccio, Stefano Orlandi, Maria Pilar Pérez Aspa, Giorgia Senesi e Irene Serini costruiscono un tessuto corale mobile, nel quale la caricatura non cancella mai la verità dei rapporti. Il coro — elemento decisivo nella concezione registica — non è ornamento, ma struttura: voce collettiva, corpo politico, misura del conflitto.
Di forte impatto risulta l’impianto visivo. La scena ideata da Maria Spazzi costruisce una trama di fili rossi che avvolge, stringe, quasi intrappola lo spazio, traducendo con immediatezza l’immagine di un mondo aggrovigliato, incapace di ritrovare misura e ordine. I costumi di Gianluca Sbicca si dispongono invece entro una dominante di bianco, diffuso e quasi spettrale, che uniforma i corpi e li espone in una condizione di fragilità disarmata. Su questo sfondo si staglia il rosso vivo dell’abito di Lisistrata, che assume valore simbolico di alterità, di resistenza, di vigile coscienza. Da tale opposizione cromatica prende forma l’intera architettura visiva dello spettacolo.
Le luci di Alessandro Verazzi accompagnano con intelligenza i passaggi drammaturgici, modulando atmosfere ora calde e avvolgenti, ora più nette e interrogative. Le musiche di Filippo Del Corno, sostenute dalla consulenza di Sandra Zoccolan, e le coreografie di Alessio Maria Romano contribuiscono a una partitura compatta, sorvegliata, priva di cedimenti.
Ciò che resta, al termine, è un senso di inquietudine più che di consolazione. Questa Lisistrata non offre soluzioni né indulge in speranze facili. Mostra, con una chiarezza quasi implacabile, quanto sia fragile l’equilibrio civile quando il desiderio si trasforma in dominio e la politica in irresponsabilità. E tuttavia affida a una donna — e al suo gesto semplice, scandaloso, irriducibile — la possibilità di interrompere la catena.
È in questo scarto fra riso e tragedia che lo spettacolo trova la sua necessità. E ricorda, senza retorica, che la pace non è un’astrazione, ma una scelta.
Andrea Carnevali

