Carissima Hollywood – Montgomery Clift – Il Principe

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Edward Montgomery Clift detto “Monty”, nacque il 17 ottobre 1920 a Omaha, (Nebraska), in una famiglia benestante. Suo padre, William Brooks Clift, era il vicepresidente di una società di assicurazioni.  Sua madre Ethel Fogg Clift detta “Sunny” si occupava dell’educazione dei figli. Clift aveva anche una sorella gemella, Roberta detta”Ethel” e un fratello maggiore, William Brooks Clift Jr. Monty aveva antenati inglesi e scozzesi-irlandesi da parte di padre. Sua madre, Sunny, era stata adottata; era convinta che i veri bisnonni materni di Clift fossero il direttore generale delle poste degli Stati Uniti Montgomery Blair. In un numero del 1957 della rivista McCall’s, Monty affermò scherzando: “La mia fanciullezza è stata un incubo, i miei genitori viaggiavano molto… Questo è tutto ciò che ricordo della mia infanzia.”   Jane Fonda – attrice: Non si era mai visto un uomo così attraente e anche così vulnerabile e non lo nascondeva… Quello che Clift ha insegnato è che tu puoi essere un uomo e puoi anche piangere, essere dolce e soffrire davvero. E tutto questo affascinava la gente.  Brooks Clift, fratello  Trovo molto difficile, per me, separare l’attore, e l’uomo, dalla figura del fratello. Le tre cose sono unite insieme. Io ero il più grande. diciotto mesi dopo di me nacquero i gemelli: Ethel e poi, qualche ora più tardi, Monty.  Patricia Bosworth -biografa:  Sua madre, Sunny Clift, era orfana, cresciuta con genitori adottivi, e solo all’età di diciotto anni scoprì di essere figlia di aristocratici.  Il suo vero padre era il colonnello Robert Anderson, che aveva comandato Fort Sumner e uno dei nonni era stato segretario di Abramo Lincoln. Per tutta la vita cercò di farsi riconoscere dalla sua vera famiglia, ma non ci riusci mai. Eppure volle ad ogni costo che Monty, sua sorella e il fratello fossero allevati come aristocratici.  Brooks Clift: Passammo la nostra infanzia alle Bermude, Francia, Saint Moritz, Monaco, Vienna. E anche a Milano e a Napoli. E in tutti questi posti eravamo assistiti da istitutori francesi e tedeschi. E’ curioso, forse da un punto di vista psicologico. Finchè vivemmo in Europa, nostra madre ci vestì sempre come tre gemelli: portavamo gli stessi calzoncini corti, lo stesso taglio di capelli… Monty fece la sua prima recita all’età di otto anni, nel nostro piccolo appartamento in Svizzera, vicino a Saint Moritz, davanti a una platea che comprendeva sua madre, i nostri istitutori e la nurse. Mia sorella e io andammo al college, ma mio fratello Monty odiò sempre essere costretto a studiare. Quindi fu per lui una fortuna ottenere una parte con una compagnia estiva, in una commedia che andò molto bene che poi fu portata a Broadway, dove fu replicata per sei mesi.  Patricia Bosworth: Diventò così un attore bambino e Sunny fu la tipica madre da palcoscenico: lo portava alle prove, gli diceva come parlare, gli dava lezioni, c’era sempre una limousine per accompagnarlo a teatro e riprenderlo. Lo viziava e lo coccolava. Non faceva che dirgli: sei il più grande, sei il migliore, sei un aristocratico. William Le Massena-attore e amico Nella primavera del 1940 ebbi una parte in una commedia:“There shall be no night” Monty era già famoso, quando lo incontrai la prima volta, ero molto interessato a vederlo recitare, ammiravo la sua bravura. Volevo che diventassimo amici, e così fu; restammo amici per tutta la sua vita. Monty aveva 19 anni. Io credo di non aver mai conosciuto un ragazzo con tanta vitalità fisica, uno  completamente libero da blocchi psicologici, uno che possedeva tutte le doti che in un giovane si possono desiderare: aveva il fisico, una bella mente e parlava due lingue oltre all’inglese. Non aveva mai toccato alcoolici né mai fumato una sigaretta. Robert Lewis- regista e fondatore dell’ actor studio: Vidi Monty la prima volta quando diventò mio allievo. Dev’essere stato verso il 1940. Poi misi su una commedia, che si chiamava “Mexican Mural” (“Murale Messicano”) nel’42, nel cast c’erano parecchi ragazzi del mio corso… Uno era Monty, un altro Kevin Mc Carthy.  Kevin Mc Carthy, attore e amico: Diventammo amici fin dal primo istante. Lui era una persona non comune. Era veramente il piccolo principe della fiaba, aveva tutte le doti migliori. Voleva  raggiungere qualunque vetta, non fermarsi mai. Monty diceva:“Voglio essere il meglio. Voglio per me la vita più intensa e più feconda”.  Augusta Dabney: attrice e amica:  Io, allora, ero sposata a Kevin Mc carthy. Nacque con tutti una grande amicizia. La cosa singolare, di lui, è che era molto amato, da uomini e donne. E poi possedeva anche una straordinaria qualità, era divertente. Robert Lewis: Ad ogni nuova commedia, riceveva ottime critiche. Arrivavano subito quelli del cinema con delle grosse offerte, perché era bello, il classico tipo da protagonista,  anche se, a differenza di molti altri attori, aveva anche l’aria di uno che sa leggere e scrivere. La sua risposta era sempre no. Jean Levy: Quando Fred, mio marito, lasciò l’aviazione, nel novembre del ’45, eravamo a Palm Springs. Monty era in California per la prima volta. aveva delle trattative in corso, e questo era il suo primo vero contatto con Hollywood, cioè con l’industria del cinema. Lui era fuori di sè, come un pazzo, non voleva farlo: voleva restare in teatro. Eppure in qualche modo capiva che il mezzo cinematografico era importante. Gli dicemmo: “Prendi un aereo e vieni qui”. Avevamo una sola camera da letto, in quella casa, con due letti gemelli, dove ci eravamo sistemati noi. Poi c’era un vecchio divano, nel soggiorno, e lì dormiva Monty. La sera eravamo sfiniti, correvamo a letto E Monty si affacciava, come un bambino, alla porta della stanza, e diceva: “Mi sento solo, di là, è buio” e così univamo i letti e stavamo tutti insieme. Non c’era sessualità. Eravamo come dei bambini.  Augusta Dabney: Tutte le ragazze e le donne, erano pazze di Monty e lui sembrava innamorato di ognuna di noi. Non era un caso che ciascuna di noi fosse sposata… e non pensavamo nemmeno di divorziare, nè lui lo avrebbe voluto. Sono convinta che proprio questa “protezione” rendeva bello il nostro rapporto.  Jean Levy: Faceva caldo a New Orleans, una sera Monty ci disse: “Esco per conto mio”. E Fred era contento, perché poteva andarsene a dormire. Io dissi a Monty: “Posso venire con te?” “No, voglio andare da solo”. Mi dette un buffetto sul viso e disse: “Ho bisogno di star solo, lo capisci?” “Capisco“ dissi io.  Robert Lewis:  Nel 1947 Elia Kazan e io aprimmo l’Actor’s Studio e dividemmo i corsi in due sezioni. Nel mio gruppo, c’erano quelli con più esperienza,  offrii a Monty di recitare nel Gabbiano, era un ruolo perfetto per lui. Disse: “Non voglio farlo, troppo sensibile”. Lui mi disse: “Devo rompere quest’idea che si sono fatti, che io possa recitare  solo questo tipo di cose: voglio mostrare che sono capace di fare ruoli da duro” E io: “Che cosa intendi dire?” “Mi hanno offerto di fare un film in cui andrò pure a cavallo”D.B.:  “Fiume Rosso” (1948) di Howard Hawks con John Wayne, Montgomery Clift,  Walter Brennan, Giovanna Dru e altri. Il film racconta l’avventura  della prima transumanza di bestiame dal Texas al Kansas lungo la pista Chisholm.  Robert La Guardia:  Monty era uno degli attori più emozionanti del suo tempo. Oggi è difficile immaginare come elettrizzasse la gente. I teenagers impazzivano per lui, urlavano addirittura durante i film di Montgomery Clift. Monty era davvero una presenza magnetica sullo schermo… non era solo un sex symbol, suscitava come un istinto materno: tutti volevano proteggerlo, coccolarlo. Nessun attore di cinema aveva mai avuto un impatto cosi sorprendente, e la sua influenza dura ancora oggi.  D.B.: “Un posto al sole” (1951) regia di George Stevens, con: Montgomery Clift, Shelley Winters, Elizabeth Taylor, Raymond Burr, Anne Revere e altri.  La sceneggiatura è tratta dai libri ispirati alla storia vera dell’omicidio di Grace Brown nel 1906. Un ambizioso e bel giovane di provincia, George Eastman, inizia a lavorare presso la fabbrica di proprietà del facoltoso zio. Lavora seriamente sperando in una promozione. Si lega con l’operaia Alice Tripp segretamente per evitare il licenziamento ma lei rimane incinta. George conosce  anche una ragazza ricca, Angela Vickers, e s’innamorano. Alice muore e George viene arrestato, processato e condannato a morte per omicidio premeditato e giustiziato.  Patricia Bosworth: Monty voleva vedere come una persona aspetta la morte in prigione; doveva recitare il ruolo di un condannato a morte, e così mio padre, che era avvocato, lo aiutò a fermarsi anche la notte, nella prigione di San Quentin, nel braccio della morte. Il rapporto di Monty con Elisabeth Taylor, fu qualcosa di straordinario. Cominciò quando lei aveva diciotto anni, e lui, circa ventisette, giravano “Un posto al sole” e lei si innamorò di lui, e lui di lei.  Robert La Guardia:  Monty arrivò fino a un certo punto, in questa relazione, poi si presentò sul set con un ragazzo,  un uomo giovane, ovviamente legato a lui… Naturalmente lo fece per mostrare a Elizabeth qual’era, in realtà, la sua vita. Elisabeth confidò, in seguito,di non aver capito perché Monty avesse agito così. Quel che lei fece, alla fine, fu che lo chiamò da parte e gli disse: “Qualunque cosa vuoi fare,  qualunque cosa vuoi, io sono qui”.   Kevin Mc Carthy: Si stava girando “Miracolo a Milano” (1951) scritto da Cesare Zavattini. Monty e io andammo a Milano per incontrare De Sica.  Poi un paio di volte ci invitarono a delle feste a Roma, perchè Luchino Visconti sperava di avere Monty in un suo film.  Kevin Mc Carthy: Noi cominciammo a renderci conto che qualcosa non funzionava, che qualcosa stava cambiando, in Monty  Era un temerario, voleva provare tutto, sfidare perfino la morte. Ricordo, quando eravamo a Firenze,  stavamo in un albergo sul Lungarno. Monty penzolava fuori del balcone e restava appeso, sei o sette piani sopra la strada che costeggiava l’Arno. Quando tornavamo dall’Italia, sul Queen Mary, ci fu una tempesta molto violenta.  Monty disse: “Perchè non facciamo una bella foto? Io vado giù in cabina, spalanco l’oblò, prendo un cappello e una valigetta, e magari un ombrello, e mi aggrappo al di fuori dell’oblò dicendo: Io esco” Io dissi: “Non voglio vedere” e mi rifiutai di guardare, perché ero assolutamente certo che si sarebbe ammazzato.  William Gunn:  Quelli che sfidano la morte così, secondo me sono sempre convinti che il mondo dovrebbe proprio girare all’incontrario, per farsi del male. Monty aveva come un incredibile velo protettivo intorno a sè. A volte, mi capitò di vederlo sbattere, o ferirsi, ma lo faceva di proposito, come per sfidare questa specie di protezione che aveva.  Judy Balaban: Compivo appena diciott’anni, e Monty aveva da poco finito di girare un posto al sole.  Io credo che tutti noi che eravamo suoi amici in quei giorni e parlavamo con lui, avevamo l’impressione che lui ci guidasse verso il meglio di noi stessi. Metteva una generosità insolita in questi rapporti. Sì, eravamo innamorati. Io sicuramente ero molto innamorata di lui, ma credo anche lui di me. Siamo stati insieme quasi un anno. Era chiaro per me in quei giorni, che Monty aveva dentro una strana energia, che era causa della sua allegria ma anche del suo opposto. Blaine Waller: -Noi ci divertivamo pazzamente insieme, ma Judy era una sua amica molto intima. Passavamo davvero un sacco di tempo insieme, e Io credo che loro due fossero molto affiatati, molto innamorati, allora. Patricia Bosworth: Era sempre costretto a nascondere… Faceva una doppia vita: aveva  storie con donne,e con uomini, e doveva tenerle molto segrete. Io penso che questo era logorante per lui. Ma arrivò a crearsi dei meccanismi di difesa per nascondere la sua doppia vita. Lo ammise anche, di odiare questo gioco, forse era proprio questo che lo tormentava e quindi cercò scampo nell’alcool e nelle droghe.  Judy Balaban: Monty era il tipo che non amava andare alle anteprime di gala… la sua vita sociale era modesta. Ma credo che, per via della Paramount (di cui mio padre allora era capo ) e per il fatto che noi stavamo insieme, decise di partecipare alla prima di “Un posto al sole”.  A serate del genere lo si vedeva raramente e i fans attorno al teatro lo presero d’assalto. Era un delirio, quando arrivammo, la nostra macchina fu quasi capovolta.  Montgomery Clift discorso ufficiale alla prima di “Un posto al sole” 1951 :  “Debbo dire che è un piacere trovarmi qui e una parte del piacere credo derivi dal fatto che il film è finito e che non devo rifarlo da capo”. D.B.: “Io confesso” (1953) diretto da Alfred Hitchcock, con: Montgomery Clift, Anne Baxter, Karl Malden, Otto Eduard Hasse, Brian Aherne etc… Padre Logan è un presbitero di una chiesa di Québec, in Canada, assume due immigrati tedeschi con problemi economici. Uno di loro una notte chiede a padre Logan di potersi confessare. Gli racconta di essere andato a rubare a casa di un ricco avvocato e di averlo ucciso perchè avendolo scoperto, voleva chiamare la polizia…  Jack Larson: Aveva lavorato insieme a Mira Rostova (insegnante di recitazione). E riusciva a tirarti tutto fuori, probabilmente perché aveva questo intuito brillante, proprio da attore di teatro e gli piaceva lavorare sui testi e sulle battute. Diventammo amici e lui cominciò a spiegarmi le sue idee sulla recitazione… Ricordo che doveva girare una scena, nel ruolo di un prete, nel film di Hitchcock  “Io confesso”  Mi chiese di andare da lui per parlare della scena che stava facendo: penso che fosse il miglior attore americano, ed era straordinario assistere al suo lavoro  D.B.: “Da qui all’eternità” (1953) regia di Fred Zinnemann, è un film di guerra drammatico romantico, scritto da Daniel Taradash , tratto dall’omonimo romanzo di James Jones. Racconta le vite di tre soldati dell’esercito degli Stati Uniti, interpretati da Burt Lancaster, Montgomery Clift, Frank Sinatra, in servizio alle Hawaii qualche mese prima del tragico attacco giapponese a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941. interpreti femminili: Deborah Kerr e Donna ReedWilliam Le Massena: Monty beveva per un motivo: visto che la cosa diventava grave, pericolosa, io cominciai a chiedermi perché, quale fosse il motivo… Secondo me, egli era uno di quegli uomini  che prendono sopra ai sè i peccati del mondo, e sembrano essere predestinati a questo, a diventare dei redentori. Se vedeva un bambino trattato male, era lui a soffrirne. Era incapace di tener testa al mondo e questo lo portava a cercare l’anestesia nell’alcool o in droghe ancora più forti  Robert La Guardia:  Monty sentiva molto il bisogno di coltivare relazioni con donne più  mature di lui: ce ne sono state diverse, nella sua vita. Libby Holman in quel momento, aveva quasi cinquant’anni e aveva avuto parecchie tragedie: e stranamente, c’erano sempre stati di mezzo uomini più giovani di lei, dell’età di Monty. Il suo primo marito e il secondo si erano suicidati. Era una donna sofisticata che aveva vissuto molto. Si è fantasticato sulla sua influenza nella vita di Monty:, fu lei a distruggerlo… ad iniziarlo alle pillole…a portarlo verso ogni stravaganza sessuale. Niente di tutto questo è accertato. Potrebbe anche essere stata preziosa per lui.  Kevin Mc Carthy: Mia sorella, Mary Mc Carthy disse, molto tempo fa: “C’è qualcosa di strano, in Monty. Il suo comportamento è infantile, è come una “schizofrenia ebefrenica” Era capace di prendere una bistecca dal piatto e di tagliarla sul pavimento.  Robert Lewis:  Se tu odi te stesso, è un guaio. Conosco decine di persone così, in teatro, che si distruggono lentamente per questa ragione. Una volta ho detto, parlando di Monty, che il suo è stato il suicidio più lungo nella storia del teatro.  Jean Levy:  Eppure, secondo me, Monty era il miglior attore che l’America avesse avuto mai.  Robert Lewis:  Lui… non voleva questo tipo di “attenzione speciale” che a tanti piace, e la cercano ad ogni costo. Lui non l’ha mai voluta. Voleva essere uno qualsiasi, in un mondo dove non è possibile passare inosservati. Cosi a poco a poco rischiò di sembrare villano o peggio, il che in effetti non era: in realtà soffriva, maledettamente.  Jean Levy: Quello che Monty sognava… era la possibilità  di realizzarsi in pieno come attore, cioè di recitare l’ Amleto. Io sono uno dei pochi a cui è capitato di ascoltare il suo Amleto, ci lavorava di continuo. Monty sentiva un bisogno profondo di misurarsi con questi grandi ruoli. L’ultima cosa che fece in teatro fu “Il gabbiano”. Andando in scena mi disse: “Ecco, io vado in scena con 4 milioni di dollari di pubblicità sopra la mia testa”. Tutto era cambiato, non aveva più niente con cui confrontarsi. D.B.: “L’albero della vita” è un film in costume del 1957 di Edward Dmytryk. Con Montgomery Clift, Elizabeth Taylor, Eva Marie Saint, Lee Marvin, Rod Taylor e altri. Il titolo originale “ Raintree County”  è una contea immaginaria dell’Indiana, dove, nel 1862, il giovane poeta John, interpretato da Clift, fidanzato con Nell Gaither, conosce la seducente Susan Drake, di cui si innamora. Rompe il fidanzamento con Nell e sposa Susan, anche perché è rimasta incinta. Scoppia la guerra di secessione e John è costretto a partire per il fronte.  Kevin Mc Carthy:  Al tempo dell’“Albero della vita” lui voleva rimettersi in sesto, riportare il suo fisico alla forma migliore, disintossicarsi… Comunque sia, quella sera del 12 maggio 1956  c’era un party, andai su per la Beverly Estates Drive, nella bella casa dove vivevano Liz Taylor e Michael Wilding e trovai Monty in buona forma, non beveva niente e si comportava benissimo. Ci fermammo a parlare per un po’, insomma, era veramente depresso dalle sue esperienze sul set, dinanzi alla macchina da presa. Poi prendemmo le macchine, io cominciai ad andar giù per la dicesa, che era piuttosto ripida… A quel tempo, la Beverly Estates Drive non era tutta costruita, era una strada piuttosto solitaria, e giù per la collina c’erano un paio di curve a gomito molto strette.  D.B.: Clift aveva sbandato in una delle curve e si schiantò contro un palo.  Kevin McCarthy, che aveva assistito alla collisione, avvertì la Taylor, che si precipitò e trovò Clift sotto il cruscotto distrutto, cosciente ma con il viso sanguinante .  Gli mise una mano in bocca per evitare che rimanesse soffocato prima di portarlo verso l’ ambulanza.   Jean Levy: In seguito, durante la convalescenza, arrivò Libby Holman, e restò con lui. Io passavo con Monty i fine-settimana e i pomeriggi. Monty era deciso a riprendere il film “L’albero della vita” e a terminarlo. Il suo aspetto era terribile, la testa di Monty aveva battuto contro il parabrezza, il dolore era fortissimo e prendeva quantità enormi di calmanti… Monty tornò a lavorare. Aveva quasi finito le riprese del film, e un sabato io mi trovavo con lui, accanto alla piscina, ad un tratto sparì. Preoccupata, rientrai in casa e sentii Monty che piangeva, singhiozzava. Tornai fuori e mi sdraiai. Monty riapparve quasi un’ora dopo. Mi disse che quando era entrato in casa per la prima volta dopo l’incidente, si era guardato allo specchio. “Sai” – mi diceva – “credo di poter ancora avere una carriera, credo di poter ancora lavorare.” D.B.: “I giovani leoni”(1958)  è un film drammatico ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, diretto da Edward Dmytryk con Marlon Brando, Montgomery Clift e Dean Martin e altri.  Maureen Stapleton: Aveva girato un film, dopo l’incidente – “I giovani leoni”, mi telefonò e mi disse che ci sarebbe stata una proiezione: e io ero invitata, perché… lui sentiva veramente di aver lavorato molto bene nel film. Io ero tanto più stupita che egli dicesse una cosa del genere, dal momento che mai aveva detto una cosa simile di se o del suo lavoro. Andai a vedere il film, e mentre il suo lavoro di attore, naturalmente, era molto buono come sempre, il mutamento fisico, in lui, per me era impressionante. Era come quando si dice “prima” e”dopo”.  Patricia Bosworth:  Quel che colpisce, nei film girati dopo l’incidente, sono gli occhi, il modo di usare il corpo, ma non il modo di usare la faccia o la bocca, perché non poteva muoverla. Cosi imparò a usare la sua faccia in un modo diverso, ma era cosi sconvolto… dall’aver perso la sua bellezza, che tolse tutti gli specchi che aveva in casa e ce n’erano dovunque, perchè gli piaceva guardarsi. William Le Massena: Il coraggio di quest’uomo, era incredibile. Io non l’ho mai sentito lamentarsi del dolore, fisico o spirituale, mai. Patricia Bosworth: Prese a bere di più, perché nessuno lo riconosceva: per lui era un’altra sofferenza. Poteva camminare per la strada notissimo com’era e non lo riconosceva nessuno, magari andava incontro a qualcuno e lo salutava… E’accaduto proprio a me. Ero all’Actor’s Studio, per vedere Marilyn Monroe per la prima volta in palcoscenico. a un tratto mi sento toccare la spalla; mi volto e vedo questo viso devastato che mi guarda e mi fa cenno, ma io non capivo chi fosse. E lui “Sono Monty, Monty Clift”D.B.: “Fango sulle stelle”.(1960) diretto e prodotto da Elia Kazan con Montgomery Clift, Lee Remick, Jo Van Fleet e altri. L’ingegnere Chuck Glover, che lavora alla costruzione di una diga sul fiume Tennessee, è incaricato di acquistare o, se necessario, espropriare i terreni che verranno sommersi dal nuovo lago. L’unica ad opporsi è Ella Garth, un’anziana che vive su un’isoletta insieme ai figli e alla giovane nipote Carol. Ella rifiuta di cedere la terra su cui ha trascorso tutta la vita e dove è sepolto il marito… Lee Remick, attrice:  Quando girammo “Fango sulle stelle”. Sapevo che il personaggio che lui avrebbe interpretato era stato scritto, all’inizio, per un altro tipo di uomo, un maschio più convenzionale, un “macho”, per intendersi. Monty però non era in alcun modo il tipo di maschio con la “M” maiuscola.. Era piuttosto un uomo gentile …. Sicché tutto quello che venne fuori alle prove, e tutto quello che c’è nel film venne proprio da lui e dal suo modo originale di misurarsi con questa storia d’amore. Non aveva alcuna fiducia in se stesso come attore, come uomo, come persona. La sua mancanza di stima per se stesso era toccante.  D.B.:  “Gli spostati” (1961) diretto da John Huston, film drammatico, scritto da Arthur Miller, adattando un suo racconto. Con Clark Gable, Marilyn Monroe, Montgomery Clift, Thelma Ritter, Eli Wallach e altri. E’ la storia della bella e ingenua Roslyn, da poco divorziata che stringe amicizia con due uomini: Gaylord, un cowboy divorziato, e Guido, meccanico e aviatore. Respinti gli approcci di quest’ultimo, Roslyn  si innamora del cowboy che la ricambia, apprezzandone la profonda sensibilità e umanità… Patricia Bosworth: L’amicizia con Marilyn Monroe fu importante per lui… Lui la adorava, proprio: insieme, erano come bambini… Forse avvertivano,  l’uno nell’altra, la stessa vulnerabilità, la stessa debolezza… Soffrivano di insonnia cronica, e non parlavano altro che di come prender sonno .… Durante le riprese del film, Monty si era addirittura fatto mandare il suo letto a Reno. Una volta, Marilyn Monroe disse: “Montgomery Clift è l’unico che conosco che stia peggio di me!”  SusannahYork: I rapporti fra Monty e Houston erano tremendi. Mai visti due tipi più opposti. Houston era un omone scontroso, una specie di colonna incrollabile. intollerante, impaziente. difficile e crudele. E Monty era esattamente il contrario, era proprio l’opposto: erano insomma due persone che non si prendevano, senza nessun punto d’incontro tra loro.  D.B.:  “Freud” è un film drammatico biografico del 1962 diretto da John Huston. Basato sulla vita del neurologo austriaco Sigmund Freud, con Montgomery Clift nel ruolo di Freud e Susannah York in quello della sua paziente Cecily Koertner. Robert La Guardia:  Houston, come poi ammise, si era lasciato incantare dalla grande prestazione di Monty ne “Gli spostati”, dalla ”carica” che egli mostrava nel film. Durante le riprese di “Freud”, invece, Houston si rese conto che le energie di Monty avevano limiti enormi… Ma aveva affrontato questo progetto con tante ambizioni che proprio non riuscirono più ad andare d’accordo. Susannah York: Era assolutamente solo. Era terribilmente introverso, molto egoista, come la maggior parte degli artisti ma aveva un rispetto enorme per la verità, un impegno a dare il meglio di sé in quel che faceva, nel suo lavoro. Brooks Clift:  John Houston gli intentò causa, ingenerosamente, anche se alla fine Monty la vinse. Ma nessuno più gli accordava la copertura assicurativa per partecipare ad altri film, così restò quattro anni inattivo. E per Monty, non lavorare era terribilmente deprimente. Jean Levy:   Una sera Fred lo trovò che era salito su per la scala antincendio e stava sul tetto di casa sua in pigiama, ubriaco e sotto l’effetto di… Non so cosa avesse preso, ma stava letteralmente camminando sul parapetto, barcollante. E Fred lo afferrò, e a quel punto Monty… Quel suo corpo meraviglioso, quel fisico incredibilmente forte e perfetto era finito, non rimaneva più niente… Freddie lo sollevò, se lo mise in spalla come un sacco di farina, lo portò di sotto e lo mise a letto: ancora una volta, come tante altre volte ma quella fu l’ultima. Veramente, credo che quello sia stato il mio addio a lui. Lo tenevo tra le mie braccia, era semiincosciente, ma non riusciva ad addormentarsi. Era come se non ce la facesse a lasciarsi andare Cosi lo cullai, proprio, tra le braccia come altre volte. Gli accarezzavo i capelli, gli parlavo, e lo sentivo rilassarsi. Robert La Guardia:  L’infermiere, Larry, doveva accompagnarlo per strada, e sostenerlo. Non c’era nulla che si potesse fare per lui. Diventò quasi una leggenda in quei giorni. La gente lo vedeva per strada e diceva: “Ma è lui? Dio mio! Ma che gli è successo? Kevin Mc Carthy: Alla fine smettemmo ai vederlo; Era diventato troppo penoso, perché non c’era, veramente, niente da fare. Lui non faceva altro che… era ossessionato da quel che faceva o doveva fare, e i suoi pensieri vagavano sempre.  Blaine Waller:  Piano piano, uno dopo l’altro, gli voltarono tutti le spalle, a causa di quel suo modo di comportarsi che non riuscivano a sopportare… E certo lui faceva, a volte, delle cose molto strane. Ma è anche vero che per tanto tempo lui aveva dato a tutti la sua amicizia e poi, quando  ebbe più bisogno di loro, non si trovò accanto nessuno.  Robert La Guardia:  Mi chiederete perché… non è una risposta semplice. Mi ricordo di aver parlato una volta con uno dei suoi medici, che mi disse: “Credo che la vera risposta stia in sua madre: è lei la radice di tutti i suoi problemi”  William Le Massena:  La reazione di Monty contro suo padre e sua madre era – non so se uso il termine giusto – un fatto paranoico, una reazione eccessiva. Ma lavarsene le mani dando tutta la colpa alla signora Clift, e alla sua personalità estremamente forte, per l’infelicità o le sofferenze di Monty o per il suo alcolismo… mi sembra sbrigativo. Non credo proprio che sia questa la risposta.  Patricia Bosworth:  Erano come in gara fra loro, e per certi aspetti si somigliavano: ma la odiava, anche. Credo, perchè lei si prendeva troppo spazio nella sua vita. Doveva essere difficile vivere cosi. Ma lei era una donna incredibilmente forte, e Monty lo sapeva bene. Quando fu operato per le cataratte, erano anni che non si vedevano, lui non voleva incontrarla… Lei si precipitò dentro la stanza, all’ospedale, si sedette e cominciò a ricordargli la sua infanzia in Europa e tutte le cose meravigliose che lei aveva cercato di dargli. E a un tratto lui disse: “O Ma’, dammi la tua forza, ne ho bisogno!”  Blaine Waller:  L’ho fatto venire nel mio studio e ho piazzato le luci. Lui aveva idee molto precise su come voleva essere fotografato. Voleva avere un’espressione molto fragile. Mi chiese se era possibile riprenderlo con una lacrima nell’occhio, poi mi domandò se avevo dei pin spots, piccolissime luci che potevo mettere vicino alla macchina, puntandole sui suoi occhi. Perché lui credeva molto che gli occhi, il contatto degli occhi con la macchina fosse molto più espressivo delle parole. Lui si liberava delle cose in più, conosceva la macchina da presa. Poteva dire con i suoi occhi qualcosa che due interi brani di dialogo non potevano rendere. Patricia Bosworth: Monty restò sconvolto dalla morte di Clark Gable e di Marilyn Monroe. Disse: “La morte viene sempre in tre…” e’ una credenza diffusa, tra la gente di spettacolo, che quando due persone che hanno lavorato insieme in un film muoiono, ci sarà sempre un terzo. Gli attori ci credono, e Monty ci credeva, e cosi è successo.  D.B.:  “L’affare Goshenko”  (1966) diretto da Raoul Lévy. fu girato nella Germania Ovest da febbraio ad aprile 1966. Con Montgomery Clift,  Hardy Krüger, Roddy McDowall, Macha Méril etc… Il professor Bower, fisico statunitense, viene ricattato da un losco agente di nome Adam per aiutare la CIA a reclutare nelle proprie file il professor Goshenko, uno scienziato russo disertore. Sebbene riluttante, Bower si finge collezionista di antiquariato e si reca nella Germania dell’Est, dove incontra Heinzmann, un consigliere che è anche un agente segreto  sovietico. William Larson:  (Monty) Allora senti di dover dimostrare a tutti che lui poteva essere assicurato.Prima (di firmare il contratto per “riflessi in un occhio d’oro”) lavorò in questo film, “L’affare Goshenko”. Robert La Guardia: Andò in Germania insieme con Larry, il suo infermiere e Mira Rostova, sua ex maestra di recitazione, e con molta fatica portò a termine il film. Ma fu un’agonia, per lui, superare quei giorni: E Mira non faceva che ripetergli: “Devi solo arrivare alla fine, Monty. Il resto non conta”. Voleva solo che ne uscisse vivo. Brooks Clift:   Dopo “l’affare Goshenko” fu come l’inizio di una nuova vita. Era come rinascere, per lui, perchè aveva dimostrato a tutti che riusciva a ricordarsi le battute, al contrario di quanto aveva detto John Houston. Robert La Guardia: Proprio alla fine, quando disperatamente cercava di tornare al cinema, la sua vecchia amica Elisabeth Taylor pensò di aiutarlo, e fece una cosa grandiosa. Lei guadagnava, a quel tempo, un milione di dollari a film, ed era stata chiamata per interpretare “Riflessi in un occhio d’oro” Disse: “Io farò questo film solo se accanto a me ci sarà Montgomery Clift.” Quando Elisabeth si impuntò per Monty, tutti si opposero, dicendo che Monty non veniva coperto dalle banche, che ci avrebbero rimesso un patrimonio… Ma lei disse:” Garantisco con la mia intera paga – cioè un milione di dollari – per assicurare Monty”.  D.B.: Nel 1963 il  romanzo “Riflessi in un occhio d’oro” di Carson McCullers veniva adattato per il cinema alla Seven Arts Productions. Per iniziare le riprese, la produzione aveva accettato di scritturare Montgomery Clift come aveva richiesto la  Taylor che lo voleva come protagonista accanto a lei. Purtroppo Clift morì prima dell’inizio dell’inizio del film. così Il suo ruolo andò a Marlon Brando.  Patricia Bosworth: L’ultimo giorno della sua vita lo passò in casa, da solo, anche se c’era Larry. Voleva stare solo, non voleva parlare così Larry lo lasciò per conto suo. La porta della sua camera da letto era chiusa. A un certo punto – era già sera tardi – Larry si accorse che in televisione davano “Gli spostati” e pensò che forse a Monty sarebbe piaciuto vederlo. Cosi bussò alla porta e disse: “Danno Gli spostati in televisione. Vuoi vederlo?” E Monty: “No, assolutamente no”. Fu l’ultima cosa che Larry gli senti dire. Se ne andò quella stessa notte per un collasso cardiaco, cosi mi disse il medico legale era il 23 luglio 1966. D.B.: Durante l’autopsia si osservò anche una tiroide ipoattiva. che tra l’altro, abbassa la pressione sanguigna; questo potrebbe aver fatto sembrare Clift drogato o ubriaco  quando invece non lo era affatto.  Dopo il funerale nella chiesa di St. James sulla Madison Avenue di New York, a cui erano presenti anche Lauren Bacall , Frank Sinatra e Nancy Walker, Clift fu sepolto nel cimitero di Prospect Park a Brooklyn. Elizabeth Taylor, da Roma, inviò dei fiori, così anche Roddy McDowall, Judy Garland , Myrna Loy e Lew Wasserman.  Robert La Guardia: Notai che al funerale la gente si ignorava, fingeva di non conoscersi… Stavano tutti seduti in zone distinte della chiesa senza parlare. E questo diceva molto della sua particolare esistenza, della sua vita e dei suoi rapporti con la gente.  Jean Levy: Era come se ci fossero due lati di Monty. Uno era questo attraente, bellissimo, incredibile essere umano. Poi c’era un altro lato, di lui, che era oscuro… Tutta la sua vita fu una battaglia, una lotta. E quel lato oscuro lo ha ucciso. Il Monty autodistruttivo, distrusse l’altra persona.  Brooks Clift: Faccio spesso un sogno, un sogno ricorrente, che mio fratello è vivo e che noi ci incontriamo in una libreria, ci sediamo al tavolo e parliamo, e lui mi domanda che cosa ne penso io della sua resurrezione. E io rispondo beh, io non credo che tu sia mai morto… Ecco, ho l’impressione che sia proprio cosi… che Monty non morirà mai… Grazie.

Donatella Baglivo         

 

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