CALLAS CALLAS CALLAS …

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In scena il 12 aprile 2026 al Teatro Comunale Eduardo De Filippo di Cecina. Inizio modulo

In CALLAS CALLAS CALLAS ci sono figure che il teatro e la danza non possono “rappresentare” senza tradirle. Maria Callas è una di queste. Ogni tentativo di narrarla, di contenerla, di ridurla a biografia o a gesto mimetico, scivola inevitabilmente nell’icona, nel cliché, nella superficie. CALLAS CALLAS CALLAS sceglie invece un’altra via: non raccontare la Callas, ma evocare le Callas. Non inseguire la donna, ma inseguire le sue risonanze. Non imitare la voce, ma ascoltare ciò che la sua voce ha lasciato nell’aria.

Adriano Bolognino, Carlo Massari e Roberto Tedesco non costruiscono un trittico, ma un prisma. Ogni coreografia è una faccia che rifrange la stessa figura, scomponendola in vibrazioni, posture, tensioni. La Callas non è mai al centro: è un’assenza che struttura la presenza dei danzatori. È un vuoto che genera movimento. Il gesto non descrive, non illustra, non cita: allude. E in questa allusione si apre lo spazio poetico. La danza contemporanea, qui, diventa un linguaggio di sottrazione: ciò che resta è un’eco, un’impronta, un residuo emotivo. La Callas come fantasma che non appare, ma che modifica la temperatura della scena.

Gli interpreti: Giuliana Bonaffini, Emiliano Candiago, Matheus De Oliveira Alves, Ginevra Gioli, Giulia Orlando, Giovanni Russo, Sara Schiavo e Frederic Zoungla, non incarnano la diva, ma la sua eredità sensoriale. I loro corpi diventano superfici di risonanza: tremori, sospensioni, slanci trattenuti, cadute che sembrano respirare ancora l’aria di un’aria.

La coralità dell’ensemble non è mai decorativa: è un organismo che si espande e si contrae come un diaframma. La voce della Callas: frammentata, filtrata, talvolta appena accennata, non accompagna il movimento, ma lo disturba, lo attraversa, lo incrina. È un suono che non guida, ma che interroga.

Le sonorità elettroniche, innestate su frammenti di celebri arie, creano un paesaggio acustico che non vuole essere nostalgico. Non c’è celebrazione, non c’è museo. C’è un continuo slittamento tra antico e contemporaneo, tra sacro e profano, tra la purezza della linea melodica e la sua disarticolazione digitale. È come se la voce della Callas venisse ascoltata da dentro un sogno: riconoscibile eppure irraggiungibile. I costumi di Santi Rinciari e le luci di Giacomo Ungari non illustrano la scena: la scrivono. Nel corso dello spettacolo, le silhouette si fanno icone mobili, quasi pittoriche, mentre le luci scolpiscono un altrove che non è né teatro né concerto, ma un territorio intermedio, sospeso, dove la Callas può esistere solo come immaginazione.

Ogni gesto sembra emergere da un chiaroscuro emotivo: la luce non illumina, rivela; il costume non veste, traccia. La Callas non è un soggetto, ma un dispositivo percettivo. Non è un contenuto, ma un modo di guardare. Ogni spettatore è invitato a trovare la propria Callas o a scoprirne una nuova, mai pensata, suggerita dal movimento astratto. La danza, qui, non racconta la leggenda: la riapre. La rende porosa, attraversabile, vulnerabile. La Callas diventa un campo di forze, un’energia che si deposita nei corpi e li trasforma.

CALLAS CALLAS CALLAS non è un omaggio, non è un ritratto. È un insieme di correnti, di pressioni, di vibrazioni che evocano una presenza senza mai fissarla. È un invito a ricordare che la grandezza non si rappresenta: si lascia risuonare. E in questa risonanza, fragile e potentissima, la Divina torna a essere ciò che è sempre stata: non una donna, non una voce, ma una condizione dello spirito.

Giuliano Angeletti

CALLAS CALLAS CALLAS
coreografie Adriano Bolognino, Carlo Massari, Roberto Tedesco
interpreti Giuliana Bonaffini, Emiliano Candiago, Matheus De Oliveira Alves, Ginevra Gioli, Giulia Orlando, Giovanni Russo, Sara Schiavo, Frederic Zoungla
costumi Santi Rinciari Photo Paolo Bonciani Bolognino
light designer Giacomo Ungari
produzione COB Compagnia Opus Ballet
coproduzione Fondazione Festival La Versiliana

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