In scena il 31 marzo 2026 al Teatro Comunale Cesare Galeotti di Pietrasanta.
C’è un momento, nel buio della sala, in cui il legno del Pequod sembra scricchiolare davvero, come se il teatro stesso si piegasse al volere di una maledizione antica. È lì che la versione di Moby Dick firmata da Guglielmo Ferro rivela la sua natura più profonda: non un semplice adattamento, ma un rito scenico, un’invocazione al mito, un naufragio condiviso.
Moni Ovadia, Achab dalla voce cavernosa e febbrile, non interpreta: officia. Ogni suo gesto è un colpo di remo contro l’ignoto, ogni parola un frammento di profezia. Il suo Achab non è un uomo, ma una ferita che cammina, un sacerdote della propria ossessione, e il pubblico come testimone impotente di una diagnosi senza cura.
La regia di Ferro costruisce un mondo che pulsa: tempeste che sembrano respirare, canti che salgono come fumi rituali, bonacce che gelano il tempo. La scena di Fabiana Di Marco è un ventre di nave e di destino, un altare di legno su cui ogni attore sacrifica un pezzo di sé. I costumi di Alessandra Benaduce, intrisi di sale e di memoria, restituiscono la fatica di un’umanità sospesa tra superstizione e fede. Le musiche di Massimiliano Pace non accompagnano: profetizzano. Sono mare, vento, presagio.
Il gruppo attoriale Matteo Milani, Giorgio Borghetti,Giuliano Bruzzese, Moreno Pio Mondi, Marco delle Fratte, Nicolò Giacalone, Pap El Hadji Samb e Filippo Rusconi compone una coralità viva, un equipaggio che non è sfondo ma organismo, carne collettiva che vibra sotto la maledizione del doblone d’oro e del patto di sangue. Nei loro canti e nei loro riti si avverte la vertigine di un’umanità che cerca un senso e trova solo un orizzonte che non risponde. I video di Renzetti e Bruno attraversano la scena come presenze, come scie luminose lasciate da un animale che non si mostra mai, ma che tutti sentono incombere.
E quando il Pequod sprofonda nel suo destino, non è la balena a vincere: è l’ossessione. È l’idea stessa di inseguire ciò che non può essere afferrato. È la tragedia shakespeariana che Melville aveva nascosto tra le onde e che questo spettacolo riporta alla superficie con una forza quasi rituale.
Si esce dalla sala con il sale che brucia sulla pelle, come un marchio. Non è solo la storia di una balena a inseguirci fuori dal teatro, ma il respiro stesso dell’ossessione, che continua a vibrare nelle ossa. E allora ci si accorge che Moby Dick non è rimasta in scena: ci accompagna, ci scruta, ci abita.
Perché ognuno di noi porta con sé una creatura bianca che non si lascia nominare, un orizzonte che arretra, un richiamo che lacera. E mentre il ricordo del Pequod affonda lentamente nel buio della sala,
qualcosa in noi rimane sospeso, come un arpione mancato: la domanda che non smette di mormorare,
la domanda più antica del mare, la domanda più ostinata del destino.
Quale abisso inseguo io, e quale abisso, silenzioso, sta inseguendo me.
Giuliano Angeletti
Moni Ovadia è
MOBY DICK
di Herman Melville
adattamento Micaela Miano
regia Guglielmo Ferro
e con Matteo Milani, Giorgio Borghetti, Nicolò Giacalone, Pap Hadji Yeri Samb, Filippo Rusconi, Moreno Pio Mondi, Giuliano Bruzzese, Marco delle Fratte.
scenografie Fabiana Di Marco
costumi Alessandra Benaduce, foto di scena Riccardo Bagnoli
musiche Massimiliano Pace
video Igor Renzetti e Lorenzo Bruno
produzione Centro Teatrale Bresciano / Teatro Quirino / Compagnia Molière

