Con il nuovo progetto “Lumache”, Bonje In Yurt racconta il Cammino di Santiago da una prospettiva lontana sia dalla retorica spirituale che da quella “performativa” del viaggio. Al centro non c’è l’impresa, ma le persone: le loro fragilità, i motivi spesso invisibili che le spingono a mettersi in cammino e il bisogno di attraversare un tempo sospeso per rimettere ordine dentro di sé.
In questa intervista, l’artista riflette sul rapporto tra viaggio fisico e interiore, sull’evoluzione della scrittura in italiano e su un approccio musicale che mescola folk, world music e cantautorato senza appartenere a una scena definita. Ne emerge un racconto profondamente umano, in cui le canzoni diventano uno spazio di osservazione più che di risposta.
Intervista – Bonje In Yurt
“Lumache” racconta il Cammino di Santiago in un modo molto diverso da quello più spirituale o “sportivo” che si vede spesso: quando hai capito che volevi parlare soprattutto delle fragilità e delle persone che si portano dietro?
L’ho capito dopo pochi giorni. All’inizio avevo anche io un’idea più romantica o “sportiva”, poi ti accorgi che il centro sono le persone e quello che si portano dentro. Le fragilità erano la cosa più vera che avevo davanti. Mi si è aperta una vera e propria enciclopedia di personalità che facevano il cammino per motivi completamente diversi. Però tante cose accomunavano queste persone: un senso elevato di smarrimento e la voglia di fare ordine nella loro testa, una ricerca di un “paracetamolo”, una sorta di bisogno di stare in un limbo per il tempo necessario a capire. È lì che ho capito che volevo raccontare soprattutto questo, più che l’aspetto spirituale o sportivo.
Nei tuoi brani sembra esserci sempre un forte legame tra viaggio fisico e viaggio interiore: per te scrivere canzoni è più un modo per trovare risposte o per imparare a convivere con le domande?
Scrivere canzoni per me è sempre stato più un modo per imparare a convivere con le domande. Le risposte, quando arrivano, sono quasi sempre parziali o temporanee. Il viaggio fisico ti mette davanti a situazioni reali, persone, imprevisti, mentre quello interiore è più lento, meno controllabile. Le canzoni stanno esattamente lì in mezzo: sono il tentativo di dare una forma a quel movimento continuo, senza per forza chiuderlo.
Dopo tanti anni in inglese, hai scelto di scrivere in italiano: cosa ti ha dato questa lingua in più rispetto al passato, e cosa invece ti ha tolto?
L’italiano mi ha dato una profondità diversa. È una lingua che sento più “pericolosa”, perché non puoi nasconderti: ogni parola ha un peso più diretto, più riconoscibile. In inglese avevo più libertà ritmica e una certa distanza emotiva che a volte aiutava. In italiano invece sei più esposto, ma anche più vero. Quello che ho perso forse è un po’ di immediatezza sonora, quello che ho guadagnato è una connessione molto più forte con quello che sto dicendo.
“Resta” e “Lumache” sembrano due facce diverse dello stesso modo di raccontare i rapporti umani: da una parte la distanza, dall’altra il bisogno di perdersi. Ti senti in una fase in cui stai scrivendo canzoni sempre più autobiografiche?
Sì, mi sento in una fase più autobiografica, ma non nel senso di raccontare i fatti in modo diretto. Piuttosto nel modo in cui filtro le cose. “Resta” e “Lumache” sono due modi diversi di stare fuori e dentro le relazioni, fuori e dentro se stessi. Gli altri svolgono sempre un ruolo fondamentale nella vita di tutti noi perché scandiscono un perimetro di autovalutazione dei gesti e dei pensieri. È sempre tutto autobiografico, anche quando un cantautore parla di un fatto di cronaca o un fatto storico che non ha vissuto cerca di creare una connessione “viva” con quella vicenda come se l’avesse vissuta.
Il tuo progetto tiene insieme folk, world music, pop e cantautorato, senza appartenere davvero a una scena precisa: vivi questa libertà come un vantaggio o a volte senti il rischio di essere difficile da incasellare?
Il fatto di non appartenere a una scena precisa lo vivo più come un vantaggio. È chiaro che a livello di comunicazione a volte può essere più complicato, perché le persone hanno bisogno di riferimenti chiari. Però per me è fondamentale mantenere quella libertà: le canzoni nascono sempre da chitarra acustica e voce, e poi si aprono a quello che serve, senza dover rispettare un perimetro preciso. È lì che sento di essere più onesto.
Hai già un tour in partenza e molti dei tuoi pezzi sembrano pensati per creare un legame forte con il pubblico: c’è una canzone che senti già destinata a diventare il momento più emotivo dei live?
Sul live credo che “Lumache” abbia tutte le caratteristiche per diventare un momento molto forte. Non tanto per la struttura, ma per quello che porta dentro. È una canzone che crea facilmente uno spazio condiviso, quasi sospeso, dove le persone si riconoscono. Però anche “Resta”, in modo diverso, ha un impatto emotivo molto diretto. Cosa che generalmente non si dice o non si chiede mai è che “Lumache” è una delle nuove canzoni che mi piace particolarmente suonare dal vivo.

