In scena dal 31 marzo al 1°aprile 2026 al Teatro Petrarca di Arezzo.
Relitti e portenti: l’ammiraglio davanti al metadietro.
C’è un uomo in blu elettrico che tenta di salvare una nave già oltre la deriva. Non è un eroe, non è un comandante: è un superstite che ancora crede nella possibilità di un gesto, di un ordine, di un respiro che tenga insieme ciò che resta. Attorno a lui, un equipaggio che non è carne di mare ma carne di mercato, figure che si muovono secondo vettori privati, logiche di profitto, micro‑interessi che frantumano ogni coralità. Nessuno è colpevole, e proprio per questo la frattura è definitiva: l’ammutinamento non è ribellione, è fisiologia di un organismo che non sa più riconoscersi.
Metadietro si apre come una fenditura: un teatro che non rappresenta, ma espone. Rezza attraversa la scena come un corpo che non vuole essere simbolo e finisce per esserlo, mentre l’habitat di Mastrella (quell’ecopentagono che sembra un oggetto precipitato da un’altra era) genera un vuoto che risucchia, deforma, costringe. È materia che si comporta come algoritmo, spazio che si fa dispositivo, architettura che non accoglie ma espelle.
Viviamo, dicono le note, una nuova preistoria. E qui la preistoria non è un ritorno al selvatico, ma la sua impossibilità: un’umanità che tenta di ricordare la propria funzione e la trova mortificata, confusa, inadatta. I personaggi invisibili che fiancheggiano l’edificio non sono presenze spettrali, ma impulsi, interferenze, sollecitazioni che attraversano il corpo vivo come un campo magnetico. La crudeltà tecnologica non è un tema: è un clima, un odore, una pressione costante sul diaframma.
Rezza, con la sua consueta precisione anarchica, non interpreta: incide. Cavaioli, presenza laterale e necessaria, amplifica la frizione tra gesto e habitat, tra volontà e struttura. La scena è un organismo che si ribella ai suoi stessi abitanti, un teatro che non vuole essere abitato ma attraversato.
E allora l’espatrio evocato nelle note non è fuga geografica, ma allontanamento dalla propria volontà, perdita di governo su sé stessi. L’ammiraglio non salva la nave perché la nave non vuole essere salvata; l’equipaggio non segue perché non ha più un luogo da raggiungere. Tutti, alla fine, diventano relitti e portenti: resti di un mondo che non c’è più e segnali di un mondo che non sappiamo ancora leggere.
La scomparsa dell’eroe non è tragedia, ma diagnosi. In questo teatro che si piega e si spezza, l’eroe non serve: serve un corpo che resista alla pressione del metadietro, che accetti di essere attraversato, che faccia della propria inadeguatezza un atto politico. Metadietro è un rito di disorientamento.
Un’opera che non consola, non spiega, non accompagna. È un varco: chi entra ne esce spostato, come dopo un’improvvisa variazione di gravità.
Giuliano Angeletti
METADIETRO
Antonio Rezza
di Flavia Mastrella, Antonio Rezza
e con Daniele Cavaioli
assistente alla creazione Massimo Camilli
(mai) scritto da Antonio Rezza
habitat Flavia Mastrella
voci fuori campo Noemi Pirastru e Mauro Ranucci
foto di Annalisa Gonnella, Giulio Mazzi e Flavia Mastrella
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello e Rezza Mastrella

