Quando la paura si traveste da amore. I meccanismi neuropsicologici che portano la vittima a cercare il proprio aggressore

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Tra neuroscienze, psicologia del trauma e diritto
Intervista alla Dottoressa Valentina Pelliccia

C’è un comportamento che continua a generare fraintendimenti profondi nel dibattito pubblico e, talvolta, anche nelle sedi giudiziarie: una donna che, dopo aver subito una molestia o una pressione indebita, mantiene nei confronti dell’uomo un tono affettuoso, conciliante, talvolta persino premuroso.
Dall’esterno può sembrare adesione. In realtà, molto spesso, è una risposta sofisticata alla paura.
Per comprendere questa dinamica, abbiamo voluto raccogliere il punto di vista di Valentina Pelliccia, giornalista, esperta in comunicazione e marketing strategico, con formazione giuridica, studiosa e appassionata di neuroscienze. Per sette anni ha scritto per il quotidiano Il Tempo, affrontando anche il tema delle molestie sui luoghi di lavoro; ha contribuito con articoli e analisi per Harvard Business Review Italia ed è autrice del romanzo “Zucchero filato”, in cui affronta il tema della violenza. Da anni impegnata nella tutela dei diritti delle donne, è stata insignita nel 2024 del Premio Donna d’Autore, VIII edizione, presso la Montecitorio, come riconoscimento del suo contributo nel panorama italiano su questi temi.
In questo contesto, non potevamo non intervistare Valentina Pelliccia.

Nel dibattito pubblico, è corretto interpretare comportamenti apparentemente affettuosi come una forma di consenso o di coinvolgimento emotivo?

«È una delle distorsioni più radicate e, allo stesso tempo, più pericolose», osserva Valentina Pelliccia. «Il comportamento visibile non coincide necessariamente con la volontà reale. Il consenso, in senso giuridico, deve essere libero, consapevole e non condizionato. Quando esiste una asimmetria di potere, questa libertà viene compromessa in modo sostanziale».

Quindi ciò che appare come disponibilità può non esserlo?

«Esattamente. Può essere, e molto spesso è, una risposta adattiva alla minaccia. Per comprenderlo bisogna uscire da una lettura moralistica e entrare in una prospettiva neurobiologica e traumatologica».

Qual è il ruolo del cervello in queste dinamiche?

«È centrale. Il modello classico attacco o fuga è ormai superato. Oggi sappiamo, anche grazie agli studi di Stephen Porges sulla teoria polivagale, che il sistema nervoso autonomo attiva una gamma più ampia di risposte, tra cui il freezing e soprattutto la risposta di compiacenza.
Parallelamente, gli studi di Joseph LeDoux, in “The Emotional Brain”, dimostrano che l’amigdala è in grado di attivare risposte alla paura prima che la corteccia prefrontale intervenga. Questo significa che il comportamento può essere guidato da circuiti automatici, non da decisioni razionali».

Quindi una persona può comportarsi in modo contrario ai propri valori?

«Sì, ed è esattamente questo il punto. Non è incoerenza, è sopravvivenza. Come scrive Bessel van der Kolk in “The Body Keeps the Score”, il corpo sviluppa adattamenti quando la fuga non è possibile.

In queste condizioni, il sistema nervoso non cerca il conflitto, ma la riduzione del rischio. E una delle modalità più efficaci, dal punto di vista evolutivo, è la modulazione del comportamento verso la fonte della minaccia».

È qui che nasce il paradosso?

«Esattamente. Più la minaccia è percepita come concreta e incontrollabile, più il comportamento può diventare accomodante. Dall’esterno sembra vicinanza, dall’interno è gestione del pericolo».

Questo ha implicazioni anche sul piano giuridico?

«Assolutamente sì, ed è un passaggio fondamentale», sottolinea Valentina Pelliccia. «L’articolo 609-bis del codice penale ha una portata molto più ampia di quanto comunemente si pensi. Non richiede necessariamente violenza fisica. Include anche l’abuso di autorità e l’approfittamento di condizioni di inferiorità».
Negli ultimi anni, la giurisprudenza ha evoluto ulteriormente questa interpretazione.

«La Corte di Cassazione ha chiarito che la violenza può essere anche solo morale o psicologica, quando incide sulla libertà di autodeterminazione. Se una persona utilizza il proprio ruolo, il proprio potere o la propria capacità di incidere sulla vita dell’altra per ottenere un vantaggio di natura sessuale, il tema della libertà del consenso diventa centrale».

Quindi anche il timore di conseguenze può incidere sulla validità del consenso?

«Non solo può, ma deve essere considerato. Se una persona teme ritorsioni, perdita del lavoro, isolamento o danni alla carriera, il suo comportamento non è libero. E un consenso non libero, per definizione, non è consenso».

La psicologia ha descritto fenomeni simili?

«Sì. Martin Seligman ha parlato di “learned helplessness” nel libro “Helplessness”, descrivendo come, in condizioni di controllo percepito nullo, l’individuo modifichi il proprio comportamento rinunciando alla reazione.
Allo stesso modo, Judith Herman, in “Trauma and Recovery”, evidenzia che la priorità della vittima non è la giustizia, ma la sicurezza. Questo cambia completamente la prospettiva con cui dobbiamo leggere i comportamenti».

Cosa dovrebbe cambiare, allora, nella lettura di questi fenomeni?

«Dovremmo smettere di giudicare e iniziare a comprendere», conclude Valentina Pelliccia. «Finché continueremo a leggere comportamenti di adattamento come segnali di consenso, continueremo a produrre errori, non solo culturali ma anche giuridici.

Comprendere questi meccanismi significa restituire complessità alla realtà e, soprattutto, rafforzare la tutela delle persone più vulnerabili».

Marco Iacco

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