Sbagliamo, restiamo umani

Data:

Di Tommaso Chimenti

Lo ammetto subito: per redigere questo articolo mi sono avvalso non dell’Intelligenza Artificiale ma della preziosa collaborazione, competenze, intuizioni e annotazioni, di Alessandro e Francesco, rispettivamente di 10 e 12 anni che l’hanno decisamente migliorata con le loro idee. Questi sono gli spettacoli (per bambini di ogni età) che fanno bene ai ragazzi tentando di insegnare loro, attraverso il gioco e il play del teatro, che è impossibile essere perfetti, che nessuno lo può essere, anzi che lo sbaglio, l’errore è umano e che nessuno si può sentire migliore degli altri né tanto meno prenderlo in giro (oggi diremo bullizzarlo): siamo tutti fragili, deboli, perdenti, per questo dobbiamo perdonarci e perdonare. L’Orto degli Ananassi (bellissimo nome, non mi stancherò mai di dirlo; mi ricorda sempre il Mercante in Fiera e qualche meta esotica), compagnia ventennale di Livorno, al secolo Ilaria Di Luca e Andrea Gambuzza, hanno creato questo piccolo gioiello che già dal titolo è una perla: “WroOng” (visto al Teatro Magnolfi di Prato, all’interno della programmazione del Metastasio) che unisce lo sbaglio in inglese a quell’Ong, che pare proprio una sigla di un organismo sovrumano, meccanico, altro rispetto a noi comuni mortali, e un motore che si mette in azione. Il tema è semplice ma sottolinearlo per le nuove generazioni, abituate alla perfezione instagrammabile, alle pose da copertina, ai filtri di photoshop, risulta essere sempre più necessario e vitale.

Questi due scienziati pazzi, molti spunti divertentemente fanno riferimento al Frankenstein mentre Gambuzza ha un che di Epifanio la dolcissima maschera di Antonio Albanese, sorta di Ispettori Clouseau, sono vestiti con uniformi identiche, grigie, monotone, capiremo dopo il perché. I due inventori stralunati e strampalati, imbranati e pasticcioni litigano, si bisticciano, fin quando non portano in scena il terzo personaggio, il protagonista attorno al quale ruota tutta la narrazione: si chiama semplicemente “Machine” ed è una struttura a metà tra una cabina telefonica londinese, un armadio e un juke box ed è piena di cavi, fili, tubi, turbine, ingranaggi, carrucole, leve, camini, trapani, pompe. Anche la macchina è abbigliata, addobbata come i due, forse è proprio l’opposto, forse i due luminari sono un prodotto della ferraglia stessa. Tutti e tre con addosso completi di scacchi scozzesi ma smorti, senza colori, mosci, come, in definitiva, è la perfezione, ovvero noiosa, senza spunti interessanti, senza scossoni, prevedibile. Il grande computer, che ci parla con la faccia dello Smile, processa gli oggetti e una volta ingurgitati li fa riapparire modellati, cambiati, migliorati secondo le sue regole facendoli diventare degli stessi colori smunti di quella tonalità di grigio spento. La macchina attraverso i suoi test e poteri magici e alchemici, dice testualmente, “può aiutarti a diventare perfetto”; sembra quasi il Paese dei Balocchi collodiano: l’orsetto di pelouche vecchio diventa una Barbie, un calzino usurato diventa un paio nuovo con le stesse fogge, un album usurato diventa un quadernone con gli stessi ornamenti.

La macchina non vuole che ci si metta le dita nel naso (qui diventa un po’ mamma), che si sudi, che si pianga, ci vuole insensibili e irreprensibili, molto poco umani. Chi rispetta questi dettami vince una coccarda in un sistema di ricompense e punizioni. Ma la troppa perfezione fa perdere il gusto del gioco, del divertimento, dell’improvvisazione e rende tutto dello stesso monotono colore, senza gioia, senza sprint, senza quella felicità data dalla caduta e dal rialzarsi. La macchina fagocita la scienziata che era entrata dentro per guarirla, curarla, aggiustarla dopo che era andata in tilt; gli umani, seppur sbagliati come tenta di argomentare Machine, hanno prima ideato il congegno e poi lo sistemano anche così da chiarire, se ce ne fosse ancora bisogno, chi è il creatore di chi. Quando la ricercatrice esce fumante dalla cabina abbiamo avuto il déjà vu di Geppetto risputato dal pescecane o, ancora più biblicamente, di Giona espulso dalla balena dopo tre giorni. Tra gli uomini e la macchina i primi saranno sicuramente più smodati e farlocchi, aggeggioni e arruffoni mentre la seconda sarà perfetta e irreprensibile, precisa e sempre eccezionale ma tra le due categorie non c’è gara, non c’è competizione. La vita è letteratura e non matematica: nella vita 2 più 2 può fare 22, si chiama creatività, fantasia, immaginazione, e nessun computer, nessuna Intelligenza Artificiale potrà mai arrivarci. L’uomo, seppur perdente, con l’astuzia e la sagacia, con l’inventiva e un’intelligenza, sviluppata in milioni di anni di tentativi ed errori, potrà sempre dire la sua. Gli uomini possono ridere, questa è la loro più grande arma.

Seguici

11,409FansMi Piace

Condividi post:

spot_imgspot_img

I più letti

Potrebbero piacerti
Correlati

Ieri sera, 14 ottobre, si è svolta presso il St.Regis hotel,  la 18 edizione...

  L'incontro è stato moderato dalla giornalista e conduttrice televisiva...

“Battlefield”. Anestetico Brook

Dall’11 al 15 Maggio 2016 al Teatro Argentina di...

Rispetto, inclusione, amore e coraggio: Il pride per Rose Villain

  Queste 4 parole (rispetto, inclusione, amore, coraggio) illumineranno il...