Valentina Pelliccia: reputazione e verità pubblica. Fonti, dossier e costruzione della delegittimazione

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Ci sono storie che non iniziano da un fatto, ma da una percezione. Non da un evento, ma da una progressiva alterazione dello sguardo collettivo. Una persona diventa meno credibile, meno affidabile, più esposta al dubbio. Da quel momento, ogni elemento che la riguarda smette di essere neutro e inizia a essere interpretato.
Questa analisi si colloca su un piano teorico e generale, fondato su fonti accademiche, opere giornalistiche e contributi pubblici verificabili. Non riguarda fatti specifici, ma meccanismi ampiamente studiati e documentati nella letteratura scientifica e nel dibattito pubblico.
Per approfondire questi temi abbiamo raccolto il punto di vista di Valentina Pelliccia, giornalista ed esperta di comunicazione strategica con formazione giuridica, che da anni studia il rapporto tra narrazione, potere e percezione pubblica.

Quando si parla di reputazione e delegittimazione, esiste davvero un meccanismo strutturato?

«Sì, ed è ampiamente documentato», osserva Valentina Pelliccia. «Il concetto di “character assassination” è analizzato nel volume accademico “Character Assassination Throughout the Ages” (Lexington Books, 2014), curato da Sergei A. Samoilenko, Michael I. Shiraev e altri studiosi, dove viene definito come “un insieme coordinato di azioni comunicative finalizzate a compromettere la credibilità di un individuo presso un pubblico”. Non si tratta quindi di una dinamica casuale, ma di una strategia comunicativa».

Siamo quindi davanti a una costruzione narrativa?

«La letteratura e il giornalismo investigativo lo mostrano chiaramente», prosegue. «Bob Woodward e Carl Bernstein, nel libro “All the President’s Men” (1974), che ricostruisce l’inchiesta sul Watergate per il Washington Post, evidenziano come il potere agisca non solo attraverso ciò che viene nascosto, ma anche attraverso ciò che viene organizzato e reso credibile. È un passaggio fondamentale: la costruzione della narrazione può precedere e orientare la lettura dei fatti».

Questo meccanismo ha radici teoriche più profonde?

«Assolutamente sì», spiega Valentina Pelliccia. «Walter Lippmann, in “Public Opinion” (Harcourt, Brace and Company, 1922), scrive: “For the most part we do not first see, and then define, we define first and then see”. È una delle formulazioni più citate nella teoria della comunicazione. Michel Foucault, nelle lezioni al Collège de France e nei suoi studi sul rapporto tra sapere e potere, ha mostrato come ciò che viene considerato “vero” nello spazio pubblico sia spesso legato ai dispositivi che ne determinano la visibilità».

Cosa accade quando una persona diventa scomoda?

«Il primo passaggio è la delegittimazione», osserva. «Non è necessario escludere formalmente qualcuno dal discorso pubblico. È sufficiente ridurne la credibilità. Il magistrato Nino Di Matteo, in interviste e interventi pubblici riportati da diverse testate nazionali, ha parlato di strategie di isolamento costruite anche attraverso insinuazioni e ricostruzioni parziali. È un meccanismo che non richiede prova immediata, ma circolazione del dubbio».

In questo contesto si inserisce il tema dei dossier?

«Sì, ma va inquadrato correttamente», chiarisce Valentina Pelliccia. «Nel dibattito giornalistico e accademico, il dossier può essere inteso anche come costruzione narrativa. Seymour Hersh, premio Pulitzer e autore di numerose inchieste pubblicate su testate come The New Yorker, ha evidenziato come il contesto in cui un’informazione viene inserita possa determinarne il peso nella percezione pubblica, indipendentemente dalla sua origine. È la coerenza narrativa a renderla credibile».

Questa costruzione può precedere eventi rilevanti?

«In alcuni contesti, sì», osserva. «La letteratura sulla comunicazione mostra come si possano creare nel tempo condizioni narrative capaci di orientare la lettura di eventi successivi. Non è necessario che ogni elemento sia pienamente verificato. È sufficiente che sia coerente con l’immagine costruita».

Esistono casi reali che mostrano questa complessità?

«Sì, ma devono essere letti con rigore», precisa. «È fondamentale distinguere tra verità giudiziaria e narrazione pubblica. Il caso di David Rossi è stato oggetto di approfondimenti giornalistici. La trasmissione Report, in diverse puntate andate in onda su Rai 3, ha raccolto interrogativi emersi nel dibattito pubblico, mentre il giornalista Davide Vecchi, nel libro “Il caso David Rossi” (Chiarelettere, 2022), ha ricostruito la vicenda sulla base di fonti e documenti. Questo non sostituisce le conclusioni delle autorità competenti, ma evidenzia come il contesto narrativo possa incidere sulla percezione collettiva».

Quindi il problema è il meccanismo, non il singolo caso?

«Esattamente», afferma. «La reputazione diventa il primo terreno di intervento. Si costruisce una rappresentazione della persona e, successivamente, quella rappresentazione diventa la lente attraverso cui ogni elemento viene interpretato».

È questo il passaggio più critico?

«Sì, perché è difficilmente contrastabile», spiega. «Louis D. Brandeis, nel saggio “Other People’s Money and How the Bankers Use It” (1914), rifletteva già sul rapporto tra potere economico e percezione pubblica, evidenziando come la reputazione potesse essere compromessa anche senza prove formali. È un’intuizione che trova oggi una forte conferma nei sistemi mediatici contemporanei».

Qual è il ruolo del giornalismo?

«È centrale», conclude Valentina Pelliccia. «Glenn Greenwald, giornalista investigativo e vincitore del Premio Pulitzer per le rivelazioni su Edward Snowden pubblicate sul Guardian nel 2013, ha più volte sottolineato nei suoi articoli e nel libro “No Place to Hide” (2014) come il potere si rafforzi quando le narrazioni non vengono messe in discussione. Il compito del giornalismo è esattamente opposto. Verificare ciò che viene costruito, distinguere il sospetto dalla prova, evitare di amplificare rappresentazioni non fondate. La delegittimazione non è un effetto collaterale. È spesso il primo passaggio. E quando una persona viene resa non credibile, non è più necessario dimostrare altro. È sufficiente che il dubbio resti. Una società libera si misura anche dalla capacità di non distruggere la credibilità di qualcuno prima ancora che venga ascoltato».

Ringraziamo Valentina Pelliccia per la disponibilità e per la profondità delle riflessioni condivise in questa intervista, nata da una nostra richiesta di approfondimento su temi complessi e centrali nel dibattito contemporaneo. Il suo contributo offre una chiave di lettura rigorosa e documentata su dinamiche che riguardano non solo il giornalismo, ma il funzionamento stesso dello spazio pubblico.

Monica Manfredi

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