”Lettere a Bernini”: empatizzare con un “immenso” dopo 360 anni grazie alla sinergia Martinelli-Cacciola

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“Lettere a Bernini” è andato in scena dal 23 al 26 aprile 2026 al ridotto del teatro Rossetti (Sala Bartoli ) a Trieste, per il rush finale degli appuntamenti della stagione “Scena contemporanea”.

La rappresentazione, realizzata da uno dei principali esponenti della ricerca teatrale italiana, Marco Martinelli nonché interpretata mirabilmente da Marco Cacciola, si ambienta nella Roma barocca, durante la giornata del 3 agosto del 1667.

Nel suo studio, Gian Lorenzo Bernini, acclamato scultore, pittore e architetto di quasi settant’anni, massimo protagonista e figura eminente dell’arte figurativa barocca, si trova a fronteggiare la perfida corrispondenza di Francesca Bresciani, intagliatrice di lapislazzuli, che ha collaborato con lui alla Fabbrica di San Pietro. Di fronte ai cardinali, la Bresciani lo accusa di non averle riconosciuto un equo compenso per il lavoro svolto. Nel manifestare il suo estremamente irritato disappunto nei confronti della donna, Bernini richiama la figura del rivale Francesco Borromini, noto architetto ticinese (“’o svizzero”, così apostrofato dal Bernini, il quale era nato e cresciuto a Napoli da padre fiorentino e madre napoletana,). Tale richiamo “in absentia”, è paragonabile a quello rivolto agli allievi: Bernini si rapporta con loro discutendo, predisponendoli per le pose e dirigendoli nelle rappresentazioni teatrali da lui scritte, al fine di guidarli nell’apprendere e nel trasferire nel marmo l’afflato, le emozioni e i sentimenti necessari.

Quando giungerà, in quel famoso e infausto giorno, la notizia inattesa del suicidio di Francesco Borromini, l’indignazione lascerà spazio a un sentimento di pìetas per la profonda depressione in cui era caduto il suo antagonista negli ultimi anni e per la costante competizione che contraddistingue gli artisti, impegnati in una continua rivalità all’interno della propria comunità professionale.

Gian Lorenzo Bernini arriverà in extremis a rivalutare l’opera del collega, riconoscendone il notevole valore artistico. La grandezza di un artista può essere pienamente compresa solo da chi possiede una formazione o un’esperienza analoga nel campo, come un rivale, un avversario o un pari.

I due principali fac-totum della pièce sono due pilastri del teatro italiano.

Marco Cacciola, l’iconico Gian Lorenzo Bernini, nel 1999, si è diplomato giovanissimo all’Accademia dei Filodrammatici di Milano, vincendo, nello stesso anno, il premio come Miglior Attore alla VI Rassegna Nazionale delle Accademie e Scuole di Teatro. Negli anni successivi ha studiato ancora con Danio Manfredini, Peter Clough, Monique Arnaud, Peter Brook, Bruce Myers, Sotigui Kouyaté, Andriy Zholdak, Theodoros Terzopoulos. Per più di 10 anni è stato artisticamente legato ad Antonio Latella ed ha partecipato, sotto la sua direzione, a molti spettacoli in Italia e all’estero (Lione, Barcellona, Skopjie, Lille, Hannover, Lisbona, Parigi, Colonia, Berlino). Ha lavorato anche con Guido De Monticelli, Bruno Fornasari, Andrée Ruth Shammah, Stefano Tomassini, Elio De Capitani, Ferdinando Bruni, Corrado Accordino, Sergio Fantoni, Ottavia Piccolo, Claudio Autelli, Giorgio Albertazzi, Konstantin Bogomolov, Michele Sinisi, Pier Lorenzo Pisano. Nel 2010, insieme a Michelangelo Dalisi e Francesco Villano, ha dato vita alla Compagnia indipendente “InBalìa”. Ha firmato diversi spettacoli come regista e come autore, ottenendo importanti premi e riconoscimenti. Nel 2015 si è avvicinato al linguaggio del set, recitando sia in produzioni cinematografiche che televisive. Dallo stesso anno porta avanti la sua personale ricerca in teatro, prediligendo il confronto con i più giovani, come regista e come attore.

Marco Martinelli è l’abile e sensibile drammaturgo e regista dello spettacolo. Nel 1983 ha fondato il “Teatro delle Albe”, insieme a Ermanna Montanari, con la quale condivide la vita e la direzione artistica. Le sue drammaturgie sono pubblicate e messe in scena in Italia e nel mondo, tradotte in altre dieci lingue. Numerosi i riconoscimenti nazionali e internazionali ricevuti: sette Premi Ubu (l’Oscar del teatro italiano) come regista, drammaturgo, pedagogo; il Premio Mess del Festival di Sarajevo, il Premio Hystrio alla regia, il Premio alla Carriera assegnato dal Festival “Les Journées Theatrales de Carthage” (Tunisi). Nel 2016 pubblica “Aristofane a Scampìa “(Ponte alle Grazie) in cui racconta l’esperienza della “non-scuola”, nata a Ravenna e divenuta un paradigma pedagogico in ambito internazionale. Il libro, tradotto in francese e pubblicato da Actes Sud, ha ricevuto il Prix de la Critique come “miglior libro sul teatro” del 2021. Nel campo cinematografico ha realizzato i film “Vita agli arresti” di Aung San Suu Kyi (2017), “The Sky over Kibera” (2019), “ER” (2020), “fedeli d’Amore” (2021).  Nel 2024 è stato nominato, insieme a Ermanna Montanari, alla direzione artistica del Festival Internazionale Ciclo dei Classici del Teatro Olimpico di Vicenza. E questo è solo un breve sunto!

La vociante sala Bartoli si riempie piano piano. Negli sguardi degli spettatori c’è attesa. Ci si guarda attorno e ci si interroga su ciò che si sta per vedere. La sala Bartoli è un vero “ridotto”: senza sipario, palco piccolo, quintature nere, poltrone che sfiorano il palcoscenico che, non essendo rialzato, sfiora le gambe degli spettatori della prima fila. Generalmente la scena è poco arredata, se non totalmente spoglia. Stavolta siamo davanti ad una scena pienissima. Ti sembra di cogliere l’odore della pietra, della polvere, della pittura. Anche le quintature e il fondale nero sono scomparse, per dare spazio a delle ampie tende bianche. Il palco è ricoperto di un telo di nylon bianco opaco. Si ha la sensazione che tutto si svolga all’interno di un bozzolo o di un’ostrica. La scena è piena di luce e di oggetti, alcuni recenti, altri senza tempo: una altissima scala a pioli di legno, uno sgabello porta attrezzi sempre in legno, un trabattello con un panno di velluto rosso appoggiato da un lato, una lastra di lucido e riflettente metallo, un secchio di pittura che funge da appoggio per un canestro di frutta, una frugale scrivania con, sul piano, lo schermo di un computer e una lampada da studio e tanti oggetti non identificabili, un transpallet manuale, tre grandi casse di compensato di legno, adatte a trasportare le opere d’arte, tutte con i segni convenuti e i numeri di inventario, un blocco di marmo bianco a forma di parallelepipedo posto in orizzontale, ricoperto da un pesante telo di nylon tutto impolverato, fissato da cinghie. Si ha la sensazione di un altare. Si attende la liturgia.

Stavolta c’è tanta luce, tanto bianco, bianco come il marmo che lo scultore, che abita e lavora in quello studio, accarezza, ama, odia, condanna, libera. Un’ altare che ti abbraccia e sul quale si immola l’arte.

Il brusio degli spettatori è notevole, le luci non si spengono, l’inizio è in ritardo. La stizza è talmente tanta che non si accorgono che una figura, con un eskimo verde militare e il cappuccio tirato su, entra in scena e comincia a muoversi quasi furtivamente, avvicinandosi alla scrivania. Si toglie l’eskimo, indossa un camisaccio blu, sempre col cappuccio alzato. Le luci cominciano lentamente ad abbassarsi, il pubblico capisce.

Gian Lorenzo Bernini è là, iracondo, inviperito, tira fuori dal camisaccio pezzi di carta, comincia a raccontare, a raccontarsi, afferra la lastra/specchio e mima facce orrende, che urlano urla soffocate che rievocano dolori antichi e attuali, dipinti e statue viventi. Immagini ben note (“Testa di Medusa” di Caravaggio, ad esempio).

Il “Bernino” viene fuori nella sua totalità: misogino e intollerante con le “femmine”, disposto a tutto per affermare la sua potenza e prepotenza su di esse, rievoca il tentato omicidio del fratello che gli aveva portato via l’amata Costanza, nonché il truffaldino contratto con quella grande intagliatrice di lapislazzuli, artista come lui, che fu Francesca Bresciani, definita “la longobarda”. Viene fuori la sua sanguigna napoletanità, cosa che accadeva anche a sua madre (e capisco molto bene!).

Viene fuori il livore verso Borromini, viene fuori il teatro che porta nelle vene fin da piccolo, viene fuori il pretenzioso maestro, viene fuori l’artista che segue il potere e cerca di discostarsi. Ma vuole e deve rimanere il più grande.

Spalanca la cassa centrale (in palcoscenici più grandi le spalanca tutte e tre) e appare un ledwall con un filmato in bianco e nero con un concerto diretto da Wilhelm Furtwängler, in cui il Maestro eseguiva, presso lo stabilimento della AEG, nel 1942, l’Ouverture de “I maestri cantori di Norimberga” (“Die Meistersinger von Nürnberg”) di Richard Wagner. Sugli schermi campeggia la scritta “Hoc Theatrum Labor Est” (Questo teatro è Lavoro) mentre scorrono i visi delle maestranze che assistono, assieme ai gerarchi delle SS, alla direzione del grande maestro asservito al potere, che conduce l’orchestra come un burattino senza fili ma con i fili invisibili e algidi della dittatura.

Il “Bernino” adopera gli scalpelli come spade, come linee traccianti nello spazio, come donatore di sangue pulsante al gelido marmo.

Adopera la maschera da saldatore e il drappo rosso per mettere in scena “Coviello”, (aferesi – caduta di una vocale o di una sillaba all’inizio di una parola – di Iacoviello, ovvero “Giacometto”, diminutivo di Giacomo e traduzione del Jacques francese), maschera della commedia dell’arte, di area centromeridionale e soprattutto napoletana. Coviello non ha un ruolo definito; anche il suo abbigliamento e perfino il suo aspetto fisico cambia a seconda delle esigenze teatrali: alcune volte è aggressivo, altre volte stupido, può essere un oste o taverniere oppure un servo sciocco, altre volte è padre di famiglia, comunque uno “stupido che voleva darsi le arie“ (Tant’è vero che in napoletano c’è il termine “jacovella” che significa garbuglio complicato, caotico, quasi irrisolvibile). Diventa così anche il Maestro di Teatro che si rivolge ai suoi giovani allievi e, dalla stasi scenica della prima parte, comincia a saltare, arrampicarsi in un dinamismo che prelude la tragedia vera, inaspettata, terribile e temibile.

Il presagio oscuro che campeggia nascondendosi dietro uno pseudo numero di inventario posto sotto un’indicazione di “Alto-Basso” su una cassa, altro non è che la data del suicidio di Borromini (3-8-1667), quando una parte di Bernini muore con lui e prende il sopravvento nel potente finale: Gian Lorenzo si immola disteso sull’altare di marmo, circondato da un trittico di illuminati rettangoli che richiamano finestre o muri ancora da affrescare o occhi che giudicano, mentre il “Miserere” di Jean-Baptiste Lully pervade ogni angolo della sala con un crescendo musicale e di volume. Da brividi.

È uno di quegli spettacoli che vorresti rivedere subito, per rigoderti ogni attimo di quei circa 75 minuti di pienezza assoluta.

La scrittura di Marco Martinelli è meravigliosa, (lo so, mi ripeto, ma devo assolutamente farlo) e l’interpretazione di Marco Cacciola è sublime. Gli abiti polverosi, le scarpe antinfortunistica, i capelli scomposti, la barba a pizzetto ma incolta, quella recitazione intensa, passionale e appassionata che diventa oscura, addolorata, quasi spenta e quasi morente, con delle frasi in un napoletano praticamente perfetto,  quegli occhi blu intensissimi e quasi spiritati che diventano malinconici e mesti, ti fanno volare in un mondo senza tempo.

Il tutto coadiuvato da una colonna sonora stupenda, da Almamegretta a Lully (ebbene sì!) e un gioco di luci stratosferico, ti catapultano in un attimo dal laboratorio semi buio, dove solo una fessura porta la luce, a una cattedrale con rosoni e arabeschi.

Un capolavoro. Un capolavoro che non deve essere nascosto a nessuno. (infatti sta per concludere la seconda stagione di repliche per arrivare alla terza nel calendario entrante). Bernini non è più soltanto colonnato, baldacchino, Dafne, anima dannata, anima beata, Enea, Proserpina, Costanza, Nilo, Danubio, Papi, Re, Medusa…è un genio, folle, prepotente, illuminato, geniale, sublime, poliedrico, universale, prolifico, dominante, carismatico, ambizioso, innovativo, ardito, enfatico, luminoso, rivoluzionario, corporeo, caldo, sensuale, carnale, ascetico, audace, sperimentatore, instancabile: è un uomo stanco, avvilito, deluso. Solitario. Solo. E tutti noi, grazie ai due “Marchi”, gli faremo compagnia. Per sempre.

 Da Trieste per oggi è tutto.

Rosa Zammitto Schiller

 

 

LETTERE A BERNINI

di Marco Martinelli

 

ideazione: Marco Martinelli, Ermanna Montanari

regia: Marco Martinelli

in scena Marco Cacciola

disegno luci: Luca Pagliano

scenografia: Edoardo Sanchi

musiche originali e sound design: Marco Olivieri

tecnico audio: Paolo Baldini

voce del cardinale Rinaldo D’Este: Ivan Simonini

voce del primo allievo: Gianni Vastarella

voce del secondo allievo: Riccardo Savelli

realizzazione immagini video: Filippo Ianiero

tecnici video: Filippo Ianiero, Fagio

realizzazione scene: Antonio Barbadoro con la squadra tecnica delle Albe Alessandro Pippo Bonoli, Gilberto Bonzi, Fabio Ceroni, Enrico Isola, Danilo Maniscalco, Lorenzo Parisi in collaborazione con Rinaldo Rinaldi

assistente alla scenografia: Laura Pigazzini

consulenza linguistica: Valeria Pollice, Gianni Vastarella

organizzazione: Silvia Pagliano, Francesca Venturi

ufficio stampa: Alessandro Gambino-GDG Press, Federica Ferruzzi

fotografie dello spettacolo Enrico Fedrigoli

coproduzione: Albe / Ravenna Teatro – Emilia-Romagna Teatro ERT / Teatro N

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