Opera in cinque atti, musica di Claude Debussy su testo di Maurice Maeterlinck, Pelléas et Mélisande fu composta tra il 1894 e il 1895, dopo che il musicista aveva assistito, con profondissima emozione, ad una rappresentazione parigina del dramma omonimo. L’opera, diventata uno dei titoli principali del teatro musicale del ‘900, ebbe a subire numerosi rifacimenti, che tennero il compositore impegnato su questo lavoro per quasi dodici anni. La prima ebbe luogo nella capitale francese, all’Opéra-Comique, il 30 aprile 1902, con Mary Garden e Jean Perier nei ruoli principali. Alla base del dramma di Maeterlinck sta la semplice ed eterna forma del triangolo amoroso; ma a raccontarla così, la trama, si rischia di frantumarla e disperderne il grande “charme” poetico del testo e la sua bellezza. Spogliare, lo scritto dei sottili tocchi del simbolismo è quasi come presentare i meravigliosi colori impressionistici di Monet, dipinti però in una copia in bianco e nero. Questo soggiogante dramma, Debussy l’ha rivestito di una musica di delicata raffinatezza e, al contempo, di suggestiva potenza. Spesso l’orchestra disegna uno sfondo decorativo mentre le voci, in primo piano, cantano in uno stile recitativo che segue da vicino la naturale inflessione del dialogo: nei momenti culminanti la musica balza in evidenza, raggiungendo punte di rimarchevole bellezza e forza emotiva, ma sempre nella funzione di servire e porre l’accento sul sentimento poetico del testo. La sera del debutto non fu, come troppo spesso si continua a sostenere, la stessa “battaglia” che si scatenò alla prima dell’Hernani di Victor Hugo, passata alla storia per le violenze e le peripezie accadute. Pelléas et Mélisande non venne contestata violentemente da una folla indignata; ci furono mormorii ironici, sogghigni irrispettosi, controversie di corridoio durante gli intervalli ma la rappresentazione si svolse senza grossi intoppi fino alla fine. Nota curiosa: il sarcasmo dei malcontenti e degli scettici non ebbe mai a bersaglio la musica, ma era provocato da ingenuità e puerilità del testo di Maeterlinck. Gli assillanti “petite père” che il giovane Yniold prodiga a Golaud scatenarono l’ilarità dei burloni, accorsi in massa allo spettacolo, che le previsioni davano votato a suscitare uno scandalo. La maestria degli artisti al debutto, la perizia del direttore musicale André Messager – che le cronache raccontano avesse conferito alla partitura un “colore” inimitabile – il talento di cantanti quali Jean Perier, Dufranne e, soprattutto, l’incontestabile bravura di Mary Garden portarono al rispetto la maggior parte degli spettatori. Si aggiungano il fervore e l’entusiasmo contagioso di alcuni convinti sostenitori del lavoro di Debussy, che galvanizzarono gli indecisi e i tiepidi, intimidendo gli esitanti, riuscendo nell’arduo compito di salvare la rappresentazione dal disastro prevedibile ed augurato da Maeterlinck (dopo la rottura con il musicista): il solo, a subire l’ironia burlona degli astanti. Il poeta aveva posto come condizione che la protagonista della “prima” fosse Georgette Leblanc, sua musa ispiratrice (ma dagli scarsi talenti vocali), prontamente ricusata da Debussy. Da qui la rottura dei rapporti tra i due artisti. Le ultime due edizioni del Pelléas et Mélisande sono comparse, sul palcoscenico del Teatro alla Scala con cadenza ventennale: dopo l’edizione 2005 diretta da Georges Prêtre (che tornava a dirigere il Pelléas alla Scala dopo le recite del 1973 e 1977) fu preceduta da quella del 1986, in cui Claudio Abbado diresse la versione curata da David Grayson sulla partitura privata di Claude Debussy, alla quale furono apportate numerose varianti. Il raffinato lavoro debussiniano torna ora al Piermarini con l’affascinante spettacolo creato da Romeo Castellucci che firma regia, scene, costumi e luci. D’impatto le fantastiche selve virate di colore, monumentali i blocchi immaginifici a scandire gli interni, l’immaginifico simbolismo acquatico ricorrente, la soluzione della torre da cui i capelli di Melisande letteralmente colano e precipitano, in sensuale rappresentazione, verso Pelleas che vi si ravvoltola. Deflagranti e abbacinanti luci nel dipanarsi del duetto d’amore tra i due amanti, che a vista si mutano in Pierrot e Pierrette inneggianti a sé stessi e alla luna, in tripudiante canto e turbinio di ballo. Gelide preziose bacheche di gioielli sono il tragico contenitore di morte del finale. Superba regia a rendere in un’atmosfera sabbiosa e incerta, nebbiosa a tratti, una visione filtrata da un velatino inquietante, del soffio di un sogno. Elaborato simbolismo che si ricava da gesti studiati e pregnanti, a rendere gli attori statuari, solenni in scena, quasi estranei gli uni agli altri, isolati a esplorare la propria vita interiore. Stessa estetica condivisa dal Direttore Maxime Pascal, interprete esperto della partitura, sceglie tempi poetici anche se preferisce la monocromia, solenne, con sciorinio di tempi raffinati, indugiando forse troppo in una dinamica ristretta, in estenuante languore, sospesa come di sogno, osservando la morte e la vita. Orchestra della Scala in grande prestazione. Efficace Bernard Richter, Pelléas dal timbro energico, più eroico che giovanile e tormentato, pur variegato interprete. Sara Blanch era Mélisande, attrice quanto mai duttile capace di agire profondamente in scena. Inizialmente ha qualche incertezza nel trovare la giusta emissione della voce, per poi consolidarsi e scendere in modo omogeneo al registro basso. Il fraseggio è meno convincente, in un’innocenza che appare poco virginale e fanciullesca, già drammatica in evocare il tragico destino. Golaud, aveva la voce sonora di Simon Keenlyside, ben proiettata ma afflitta da suoni fastidiosamente nasaleggianti, nel rendere la devastante tormento di un’anima tradita. Ad Arkël prestava la bella voce di basso dai toni profondi John Relyea, in toccante fraseggio. Généviève, Marie-Nicole Lemieux convincente nel suo racconto, ben esemplificando la lettera che a vista si “disfa”. Allegra Maifredi era un mercuriale petite Yniold , sicurissima in scena e con una invidiabile dizione francese non posseduta dai cantanti. Un médecin Zhibin Zhang, di voce cavernosa. Completava il cast Le berger di Geunhwa Lee. Calda accoglienza per la compagnia di canto, ovazione per il Maestro Maxime Pascal. Al Teatro alla Scala.
gF. Previtali Rosti

