Il diavolo veste Prada 2: il potere oggi è essere letti

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C’è chi ricorda la prima volta al cinema, chi lo ha recuperato dopo, magari già dentro un altro immaginario. Ma Il diavolo veste Prada non è stato solo un film: è stato un linguaggio. Un modo di stare nel lavoro, nel potere, nell’ambizione.

Tornare oggi, a vent’anni di distanza, non è un’operazione nostalgica. È una verifica.

La domanda non è tanto se questo secondo capitolo sia all’altezza del primo, ma se quel mondo, così definito, così verticale, esista ancora. E, soprattutto, se abbia ancora senso desiderarlo.

La struttura è familiare: un ambiente competitivo, gerarchico, seducente nella sua crudeltà. Miranda Priestly, interpretata da Meryl Streep, è ancora il centro magnetico, una figura che non si negozia: si impone con tutte le sue convinzioni e i suoi limiti. Andy Sachs, Emily Charlton, Nigel Kipling: le relazioni tengono, i ruoli si spostano. Ma quello che cambia davvero è il terreno sotto i piedi.

Perché il mondo attorno a Runway non è più lo stesso. Il giornalismo cartaceo si è progressivamente sgretolato, lasciando spazio a un sistema più veloce, più esposto, più fragile. Non si legge come prima: si scorre, si reagisce, si consuma. L’informazione si è piegata alla visibilità, e la visibilità a sua volta a un’economia che misura tutto in presenza.

In questo passaggio si inserisce una regia volutamente invisibile, che lascia spazio ai corpi e ai dialoghi, ma si adatta a un ritmo più rapido, quasi frammentato, riflettendo il modo in cui oggi consumiamo immagini e informazioni.

Il film non lo racconta in modo esplicito, ma lo lascia filtrare nelle dinamiche, nei dialoghi, nei silenzi. Ed è lì che si gioca la sua tensione più interessante.

C’è una scena, in particolare, in cui Miranda viene messa di fronte a un nuovo codice del suo stesso mondo: non più solo eleganza e potere, ma attenzione al linguaggio, ai corpi, alle rappresentazioni. Body positivity, inclusività, comunità LGBTQ+ non sono slogan, ma parametri dentro cui il suo modo di stare al comando viene interrogato. Non è una caduta, ma uno slittamento. E per la prima volta Miranda non è completamente sovrana del campo.

Il suo sguardo resta affilato, il controllo quasi intatto, ma sotto affiora qualcosa di diverso: non fragilità, ma attrito. Il sistema che l’ha resa intoccabile sta cambiando forma, e con lui anche il modo di esercitare il potere.

Andy è il controcampo necessario. Non più la ragazza che cerca il proprio posto, ma una donna che ha già scelto, che ha costruito, che si confronta con le conseguenze di quelle scelte. La sua traiettoria non è più ascendente, è negoziale. Si muove dentro un presente in cui il valore del lavoro creativo (scrivere, raccontare, costruire un pensiero) è costantemente messo in discussione.

È qui che il film trova il suo punto più preciso: non nel conflitto tra due donne, ma nello spazio che si apre tra essere visibili ed essere letti.

Perché oggi non basta più esserci. Non basta più firmare, pubblicare, esistere dentro un sistema. Bisogna attraversarlo, senza esserne completamente assorbiti. E non è detto che sia possibile.

È anche qui che il film mostra il suo limite: più consapevole, forse, ma meno tagliente nella sua capacità di colpire con la stessa immediatezza del primo capitolo.

Il ritorno di Emily Charlton, ancora interpretata da Emily Blunt, è uno dei movimenti più interessanti del film. Il personaggio conserva la lama del primo capitolo, ma si espande in una direzione più complessa: resta feroce, tagliente, a tratti volutamente insopportabile, ma lascia emergere una fragilità che non la indebolisce, la rende più pericolosa. È insieme felina e vulnerabile, capace di occupare lo spazio e di ritrarsi un istante dopo, in una oscillazione continua che finalmente la rende piena.

Accanto a lei, Nigel Kipling, il braccio destro di Miranda, interpretato da Stanley Tucci, trova finalmente un respiro diverso. Più posato rispetto al caos che lo circonda, riesce qui a prendersi uno spazio autonomo, quasi una forma di risoluzione rispetto al primo film. Non cambia natura, ma posizione: non è più solo il mediatore, ma qualcuno che si riappropria della propria traiettoria.

Il film evita la tentazione più facile: non replica il primo, non rincorre le sue battute, non costruisce un museo di sé stesso. Lavora per slittamenti, spostando il fuoco dalla moda al lavoro, dall’estetica alla permanenza, dal desiderio alla rilevanza.

Eppure la moda resta, eccome. Non come semplice decorazione, ma come linguaggio. I corpi, i tessuti, le silhouette continuano a dire qualcosa su chi detiene il potere e su come sceglie di mostrarlo. Milano, in questo senso, diventa un punto di convergenza tra immagine e industria, tra costruzione e mercato.

Anche il piano musicale segue questa traiettoria: non invade, ma dialoga con il presente. La presenza di un brano originale legato a Lady Gaga si inserisce in questo equilibrio tra cultura pop e branding, rafforzando l’idea che la moda oggi non sia più solo estetica, ma sistema culturale.

Meryl Streep resta il baricentro. Non ha bisogno di alzare il tono: basta una pausa, un’inflessione, un movimento minimo. Questa volta lascia filtrare qualcosa di più sottile, una stanchezza lucida che non indebolisce il personaggio ma lo rende più esposto, quindi più interessante.

Anne Hathaway sceglie invece la sottrazione. La sua Andy è meno reattiva, più consapevole, ma non disillusa. Tiene insieme ambizione e misura senza trasformarsi in una replica di Miranda. Ed è proprio questa distanza a tenere aperto il conflitto.

Il film respira, si prende il suo tempo, alterna momenti più serrati a pause che permettono ai personaggi di esistere fuori dalla funzione narrativa. Gli echi del primo capitolo ci sono, ma non diventano mai ingombro: funzionano quando restano laterali, come una memoria condivisa più che come un richiamo obbligato.

Non era un sequel necessario, ma trova una sua ragione proprio nel modo in cui sceglie di interrogare il presente invece di replicare il passato.

Alla fine, più che una storia, resta una sensazione: entrare in quel mondo significa essere visti. Restarci significa essere riconosciuti. Ma oggi, forse più che mai, significa una cosa sola: essere letti.

E non è più scontato.

Il diavolo veste Prada 2 è ora al cinema distribuito da The Walt Disney Company Italia.

Federica Guzzon

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