In scena dal 21 al 23 aprile 2026 al Teatro Ivo Chiesa di Genova.
Nella drammaturgia ’“Anime morte” c’è un punto, nella visione di Peppino Mazzotta, in cui il romanzo di Gogol’ smette di essere un reperto letterario e torna a essere ciò che è sempre stato: un organismo vivente, un corpo satirico che pulsa, respira, si rigenera. Questa messinscena di Anime morte non si limita a “rappresentare” un classico: lo riattiva, lo riaccende, lo riporta nel nostro tempo come un virus culturale che non ha mai smesso di circolare.
Il punto di partenza è già dichiarato dal regista: Anime morte è un classico perché continua a dire ciò che deve dire, ma soprattutto perché il mondo continua a offrirgli materia.
La figura di Pavel Ivànovic Cicikov: burocrate, truffatore, uomo di impeccabile decoro e di totale assenza morale, diventa qui un archetipo antropologico, un “tipo umano” che attraversa i secoli come una malattia endemica.
Mazzotta non aggiorna Gogol’: lo lascia parlare. E ciò che emerge è un’eco inquietante, un ronzio familiare. Il romanzo ottocentesco diventa un saggio vivente sulla persistenza del malaffare, sulla banalità della corruzione, sulla plasticità del mascalzone rispettabile. Cicikov è un personaggio che non invecchia perché non invecchia il mondo che lo produce.
La regia costruisce un dispositivo teatrale che non imita la Russia gogoliana, ma ne distilla l’essenza: un paesaggio mentale, un altrove satirico dove tutto è deformato, amplificato, reso emblematico.
Le scene di Fabrizio Comparone funzionano come un teatro anatomico: superfici mobili, spazi che si aprono e si richiudono come organi di un corpo sociale in autopsia. I costumi di Eleonora Rossi non illustrano, ma interpretano: silhouette che oscillano tra caricatura e icona, tra folklore e contemporaneità. Le luci di Cesare Accetta scolpiscono un mondo che sembra emergere da un sogno febbrile, un chiaroscuro morale più che visivo. Le musiche e il disegno sonoro di Massimo Cordovani creano un tappeto acustico che non accompagna, ma commenta, come un coro invisibile.Il risultato è un ambiente scenico che non rappresenta la Russia, ma rappresenta la condizione umana quando è lasciata marcire.
Il cast, magnificato dal valore attoriale di Federico Vanni, Milvia Marigliano, Gennaro Apicella, Raffaele Ausiello, Massimo De Matteo, Antonio Marfella, Fulvio Pepe, Alfonso Postiglione, Luciano Saltarelli, lavora come un organismo plurale. Non c’è mai un personaggio isolato: ogni figura è un sintomo, un frammento di un sistema più grande, un ingranaggio di quella macchina sociale che Gogol’ smonta con feroce ironia.
La coralità diventa così strumento critico: non solo racconta una galleria di tipi umani, ma mostra come questi tipi si generino l’un l’altro, come la stupidità provinciale, l’avidità, la vanità e la servilità siano parti di un unico ecosistema morale.
Giulio Baffi ha parlato di “favola appena un po’ truce”, e la definizione coglie un punto essenziale: Mazzotta costruisce un mondo che ha la leggerezza del gioco e la densità della diagnosi sociale.
Il grottesco, in Gogol’, non è un eccesso: è un metodo di conoscenza. Mazzotta lo assume come lente d’ingrandimento, come bisturi drammaturgico. Cicikov, “simpatica canaglia”, è il punto di fuga di questa prospettiva: un uomo che appare perbene, educato, decoroso, e che proprio per questo è pericoloso.
Il male gogoliano non è spettacolare: è amministrativo, cordiale, ben vestito. La regia non lo demonizza: lo osserva. E nell’osservarlo, lo rende universale.
Questa edizione di Anime morte non è un omaggio museale, ma un atto politico nel senso più alto:
ci ricorda che i classici non sopravvivono perché li leggiamo, ma perché ci leggono. Il pubblico ride, si diverte, riconosce la caricatura. Ma sotto la risata c’è un brivido: la consapevolezza che quel mondo non è lontano, che quelle anime morte non sono fantasmi del passato, ma presenze del presente.
L’operazione registica di Peppino Mazzotta è insieme filologica e visionaria: Mazzotta rispetta Gogol’ senza idolatrarlo, lo tradisce per restituirlo vivo, lo porta sulla scena come un autore che non ha mai smesso di scrivere. Il risultato è uno spettacolo che funziona come un saggio teatrale, una parabola grottesca, una lente deformante che, deformando, rivela. Un Anime morte che non si limita a raccontare la corruzione: la mette in scena come un rito collettivo, un meccanismo eterno, una danza macabra che, purtroppo conosciamo fin troppo bene.
Giuliano Angeletti
Le anime morte
Produzione: Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale
Collaborazione alla drammaturgia Igor Esposito
Libero adattamento da Anime morte di Nikolaj Vasil’evič Gogol’
Regia: Peppino Mazzotta
Interpreti: Federico Vanni, Milvia Marigliano, Gennaro Apicella, Raffaele Ausiello, Massimo De Matteo, Antonio Marfella, Fulvio Pepe, Alfonso Postiglione, Luciano Saltarelli
Scene: Fabrizio Comparone
Costumi: Eleonora Rossi
Musiche e disegno sonoro: Massimo Cordovani
Disegno luci: Cesare Accetta.
Photo Ivan Nocera
Contributi digitali
Antonio Farina

