“Roméo et Juliette” di Gounod e “Romeo e Giulietta” di Shakespeare: un solo palco, un solo regista, un solo sguardo sulla storia

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8-24 maggio 2026. Palcoscenico del Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste. “Roméo et Juliette” di Charles Gounod e “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare si intrecciano, si porgono la mano, si scambiano sorrisi e lacrime, Amore e Morte, Eros (Ἔρως) e Thanatos (Θάνατος), note e versi sotto la sensibile e sapiente egida di Paolo Valerio. Il “Rossetti” e il “Verdi”, i maggiori teatri cittadini, per la prima volta in assoluto si sono incontrati per portare avanti un progetto di collaborazione volto a creare simbiosi, interscambio, cultura, arte, conoscenza. Finalmente lo abbiamo visto realizzato. Lo si attendeva da mesi, da quando è stato illustrato nelle conferenze stampa di presentazione di entrambi i cartelloni per la Stagione 2025-26. Adesso ne abbiamo contezza, abbiamo assistito ad un successo. Infatti, non è possibile concepire una recensione per ogni spettacolo. L’unione deve continuare anche con queste righe.

Venerdì 8 maggio 2026. Ore 20.00. Pubblico delle grandi occasioni, tanta eleganza e tanta attesa, da parte di tutti. “Roméo et Juliette” di Charles Gounod è un’opera rappresentata, prima d’ora, a Trieste solo due volte in cento anni: nel 1913 (un’unica rappresentazione nonché unica volta in cui è andata in scena in traduzione italiana al “Verdi”), e nel 2010, con la regia abile e visionaria di Damiano Michieletto. Opera molto apprezzata per le melodie bellissime, tra cui il famoso “Je veux vivre dans le revê” di Giulietta e i duetti d’amore come “Ange adorable”.

Tutti, dai puristi dell’opera, agli assidui frequentatori, ai turisti, ai maggiorenti, ai curiosi, ai dubbiosi, ripeto “tutti” avevano sul volto un’espressione piena di aspettative.

Consueta ritualità. Si spengono le luci. Il meccanismo del sipario si attiva e lascia spazio ad una rete sulla quale, durante la mirabile esecuzione dell’Ouverture, si susseguono le immagini di prime pagine di quotidiani italiani, in cui l’enorme strillo annuncia lo scoppio del Primo Conflitto Mondiale. Immagini di trincee, di truppe, di elmetti, di terreni di guerra aspri e intrisi di quel sangue che troppo spesso non perdona.

La rete piano piano diviene semitrasparente e a poco a poco rivela, sulla scena divisa in due orizzontalmente, una ordinata e mesta folla elegante e abbigliata in rosso e nero di Stendhaliana memoria (come colori, non come soggetto!): avanza lentamente ondeggiando come il mare di Trieste, mentre due elegantissime figure maschili mostrano e sollevano, elevandole verso il cielo, due urne cinerarie.

Poi quella divisione in due del boccascena comincia a modificarsi, a ruotare per dare spazio ad un immenso specchio obliquo che ci fa trovare nel bel mezzo di un ricevimento di alta classe nel salone delle feste del castello di Miramare, nel quale luccicano i lampadari di cristallo di Boemia. Le finestre permeano l’atmosfera della luce del tramonto e delle onde del mare che sembrano liquefare il pavimento, pronto ad inghiottire la duplice tragedia che si sta avvicinando: quella della famiglia Montecchi (nobile e ricca famiglia italiana) e quella dei Capuleti (alti ranghi dell’esercito dell’Impero Austriaco).

Tra danze e volteggi, frac e divise, medaglie e camicie candide, abiti femminili scicchissimi in tutte le sfumature del rosso, Juliette, una figurina vestita di rosa confetto, delicata e sognante entra soavemente e la sua voce si libra in questa festa, mentre irrompe sulla scena l’italianissimo e nobilissimo Romeo Montecchi, perfetto nel suo frac di lucente velluto di seta rosso bordeaux: il colore del vino che scorre a fiumi, dell’amore palpitante, del sangue.

Tutto è iniziato. Superfluo raccontare la storia. Superfluo raccontare l’Amore che pervade la musica incantevole e la totale messinscena dell’opera. È tutto molto appropriato, adatto, tutto molto adeguato, sebbene trasportato parecchi secoli in avanti.

Nel “Romeo e Giulietta” da William Shakespeare, adattamento e regia sempre di Paolo Valerio, lo scenario è lo stesso pur non essendolo.

Sipario aperto, rete su cui è proiettato un monogramma “R&G” senza spazi, un tutt’uno. A luci spente, dietro il monogramma compaiono le immagini originali e veritiere di gente che scappa, corre, con carretti, con buste della spesa, con i volti terrorizzati che s’aggirano in mezzo a macerie, rovine, devastazione, distruzione. Quando la rete diviene trasparente, due corpi avvolti in sacchi neri, cominciano a penzolare e, mentre lo specchio, basculando, fa la sua comparsa, inizia un andirivieni di persone vere che vivono gli stessi momenti dei reali protagonisti della proiezione.

Siamo a Sarajevo, durante l’assedio durato 1425 giorni dall’aprile1992 al febbraio1996 (l’assedio più lungo dell’età moderna). Niente cristalli, niente abiti lucenti e raffinati, niente orchestre da camera e valzer. Una festa balcanica, piena di musica con ritmi dai tempi dispari (o asimmetrici), chiamati “aksak” (parola di origine turca che significa “zoppo” o “zoppicante”) e piena di suoni inebrianti di ottoni e di passi di roteanti danze popolari. Lo sfondo è una casa sventrata dove solo una ricca biblioteca è rimasta in piedi. Si cerca di coprire l’orrore di quel bianco e nero con delle catene luminose che mestamente illuminano uno scenario distrutto e monocolore

Una fanciulla, col suo abito che richiama il folclore locale, appare fra le ghirlande di fiori e le corone floreali appoggiate sulle teste delle donne. Tutti i personaggi ballano e, provando a divertirsi, cercano di dimenticare la disperazione fra alcol, musica e travestimenti, fra naso da clown e mirror ball rossa, tra ali in cartone che simulano sia un angelo sia una colomba della pace con macchie nere e rosso sangue.

Un fanciullo irrompe mascherato: anche qui tutto sta per iniziare, mentre un immaginario Cupido scaglia i suoi dardi verso due persone che non potrebbero e non dovrebbero incontrarsi: Admira Ismić e Boško Brkić, lei musulmana e lui serbo. Anche qui è tutto molto appropriato, adatto, tutto molto adeguato, sebbene trasportato ancora più avanti nel tempo, molto più vicino a noi.

Il fil rouge continua imperterrito e le due storie si sfiorano e si intersecano, fino a sovrapporsi: la stessa folgorazione, la stessa promessa, la stessa unione, la stessa funzione, la stessa illusione, la stessa passione, lo stesso linguaggio: sempre e solo quello dell’Amore.

Quell’Amore improvviso e immediato, manifestato durante la notte attraverso un balcone, non importa se di marmo di Carrara con formelle in terracotta stile moresco o tenuto insieme da una ringhiera di ferro. La forza e la gioia di chiedere di rinnegare la famiglia e l’odio che ne consegue è lo stesso.

Il rito e l’unione delle anime e dei corpi è lo stesso. Davanti alla stessa Croce, con la stessa liturgia, le stesse posizioni, le stesse movenze.

Il vortice dell’amore e della passione nel quale cadranno i ragazzi è lo stesso: una galassia, una nebulosa, un ciclone, un letto roteante. Tutto è importante e non lo è, al tempo stesso.

Gli stratagemmi per sfuggire al destino maledetto e ingiusto, perpetuati dalla magia o dalla benevolenza di persone care, sono gli stessi.

La Nera Signora, pronta a colpire e a ingannare attraverso il tempo, il tempismo e la crudeltà intrisa di odio, è la stessa.

L’Amore giovane e giovanile che sopravvive a tutto per l’eternità è lo stesso.

La maestria dello specchio inclinato (scenografia ideata nel 1992 dallo scenografo ceco Josef Svoboda e portato per la prima volta in scena ne “Traviata degli specchi”, con riferimento all’opera di Giuseppe Verdi) che riflette, restituisce, moltiplica e amplifica le situazioni, le azioni, i sentimenti, è la stessa.

Due spettacoli davvero stupendi: si completano e si sovrappongono, colpiscono e commuovono, sconquassano e lasciano muti e attoniti, spaccano il cuore, mozzano il respiro. La storia si ripete, l’odio si ripete, l’Amore invece vola sempre più alto.

La ricchezza degli ambienti di inizio ‘900, la nobiltà e l’esercito, i tramonti, le stelle, i pleniluni si contrappongono alle macerie, alle violenze, alla disperazione, alla fuga.

“Roméo et Juliette” è un’opera musicalmente magnifica, soave. Il Maestro Leonardo Sini, per la prima volta sul podio del Verdi, ha diretto in maniera impeccabile l’attenta orchestra, dando i coloriti giusti e trasmettendo la passione, l’amore e il dolore in ogni nota.

Ho amato molto le voci degli interpreti, la passione e il calore che hanno messo in ognuno dei loro ruoli e l’emozione che hanno trasmesso. Galeano Salas è un Roméo forte e innamorato, con una voce chiara e potente, dolce e appassionata; Nina Minasyan è una Juliette sognante, sottile, uno scricciolo pervaso di amore, molto capace in una partitura molto complessa; Mercutio (Christian Federici) è bellissimo e potente, molto convincente, così come lo è anche Alessandro Abis (Frère Laurent); degna di nota, inoltre la bravissima Nina Van Essen, uno Stéphano con una voce calda, limpida e accattivante. E via via tutti gli interpreti (compreso il coro, molto presente e molto “recitante” in gran parte dello spettacolo), hanno dato il meglio di sé, con la passione e la consapevolezza di essere parte integrante di un momento davvero importante per la città e per tutto il nutrito pubblico.

9 maggio 2026. Ore 20.30. “Romeo e Giulietta” (prima rappresentazione), con testo adattato sempre da Paolo Valerio, ha dato spazio a dei giovanissimi talenti, bravissimi e pieni di forza, di furore e di amore per il testo e per il ruolo. Freschi e potenti, entusiasti e appassionati, elettrizzati ed elettrizzanti, attuali ed eterni. Romeo (Giacomo Albites Coen) è da brividi. Lui “è” Romeo, con la potenza e la forza di un innamorato adolescente che è inebriato dalla soave visione della ragazza della sua vita, che non ha la minima intenzione di soccombere alle stupidaggini e all’ottusità dei “grandi”. Caterina Turci “è” Giulietta, una Giulietta concreta, moderna, consapevole del dono che sta ricevendo, ribelle, disperata ma determinata: il suo futuro è nell’amore per Romeo. E basta! Ad ogni costo! Pietro Desimio è un Tebaldo arrogante, spaccone, violento nelle parole e nei gesti, che non vuole essere sopraffatto da quella che lui ritiene una “cosa fuori luogo”; Pietro Sparvoli è Mercuzio abile, sportivo, energetico, ossessionato e ossessivo, forse anche un po’ impaurito dalla situazione che comunque affronta da temerario. Tutti i giovani e meno giovani sono eccellenti. Hanno introiettato dei personaggi complessi e complicati, con un testo moderno ma antico, nobile ma spregiudicato. Una speciale menzione a Fulvio Falzarano, attore triestino di lungo corso, che ha interpretato il duplice e complesso ruolo della nutrice e del frate. Due personaggi chiave che l’abile magia del costume aiuta, con un semplice, gesto a trasformare ora nell’una ora nell’altro. Un perfetto italiano dai toni gravi nel frate, una deliziosa cadenza dell’Europa centrale nella fidata e affezionata nutrice.

Le musiche originali di Valter Silviotti sono magiche, centratissime e bellissime, piene di quelle caratterizzazioni delle note e dei ritmi balcanici che celano, affascinanti e scatenati, la tristezza e la dominazione di secoli.

La regia è davvero stupenda. Paolo Valerio è stato grande. A mio avviso, ha ideato e realizzato un evento che non ha nulla di meno del capolavoro di Leonard Bernstein.

Come dicevo all’inizio, i due spettacoli seguono un ritmo sinusoidale opposto, dove le semionde si oppongono per poi toccarsi e incrociarsi in momenti salienti e imprescindibili: la festa, l’incontro, il balcone, il progetto, il rito, l’amore, la fuga, l’allodola, la fiducia nel destino, l’inganno, la morte.

C’è tutto nella mente, nel cuore e nella direzione di Paolo Valerio.

Ci sono le immagini di mille storie d’amore contrastato presenti in tutta la Storia, in tutte le storie, le culture e le zone del mondo. Ci sono Ovidio con “Priamo e Tisbe”; “Tristano e Isotta”; Leonard Bernstein con “West Side Story”, George Gershwin con “Porgy and Bess”, Emily Brontë con “Cime tempestose”, “Titanic”, nonché le versioni indiane, africane, persiane…

Ci sono le risse dei giovani e le faide tra Montecchi e Capuleti che diventano conflitto armato e sono coreografate in maniera da ricordare “Beat it” di Michael Jackson.

C’è l’odio e lo scherno, l’odio inutile e lo scherno inutile, la violenza verbale e la violenza fisica, ci sono i cecchini “consueti” e l’orrore dei cecchini dei “safari umani”, cioè battute di caccia bene organizzate per far divertire (con tanto di listino prezzi per “preda”) annoiati e benestanti “macellai del mondo civile”.

C’è la dignità di due urne cinerarie e l’obbrobrio scandaloso e vergognoso di due giovani corpi freddati sul ponte Vrbanja (il ponte triste di Sarajevo) e rimasti a terra per otto giorni.

C’è tanto sangue che immaginiamo soltanto e non rende lo spettacolo cruento.

C’è il bianco e nero lugubre e triste che si macchia del rosso sì del sangue, ma anche dell’Amore

Ci sono tutte le vergogne dell’uomo (volutamente con la ”U” minuscola).

Sono endiadi su un solo palcoscenico, dove l’Amore (volutamente con la “A” maiuscola) si eleva nel cielo più alto e l’inutile odio nell’inferno più profondo.

In questo magnifico evento, storico per i due principali teatri di Trieste, intravedo una speranza per l’intero mondo, per tutti noi: che tra il rosso del “Rossetti” e il verde del “Verdi” arrivi presto il “Bianco” della Pace (perdonate il gioco di parole!)

Da Trieste per oggi è tutto

Rosa Zammitto Schiller

 

 

 

ROMÉO ET JULIETTE

Musica di Charles Gounod

Libretto di Jules Barbier e Michel Carré, tratto da “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare

Prima rappresentazione: Parigi, Théâtre Lyrique, 27 aprile 1867

Ed. musicali: E. F. Kalmus & Co.

 

Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste in coproduzione con Il Rossetti – Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia

 

Maestro Concertatore

e Direttore:                         Leonardo Sini

Regia:                                   Paolo Valerio

Scene:                                  Francesca Tunno

Costumi:                             Stefano Nicolao

Luci:                                      Claudio Schmid

Video:                                   Alessandro Papa

Coreografie:                      Daniela Schiavone

Maestro Coro                    Paolo Longo

Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste

 

Personaggi e interpreti

Juliette                                 Nina Minasyan

Roméo                                 Galeano Salas

Frère Laurent                     Alessandro Abis

Mercutio                              Christian Federici

Stéphano                            Nina Van Essen

Capulet                                Luca Dall’amico

Tybald                                   Gillen Munguía

Gertrude                              Caterina Dellaere

Duc De Vérone                 Fulvio Valenti

Pâris                                      Nelson Martinez

Benvolio                              Enrico Iviglia

Gregorio                              Nicolò Lauteri

 

ROMEO E GIULIETTA

Di William Shakespeare

Adattamento di Paolo Valerio

 

Nuova produzione di Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, Teatro Biondo Stabile di Palermo, Teatro Stabile di Catania, Centro Teatrale Bresciano

 

Regia:                                   Paolo Valerio

Scene:                                  Francesca Tunno

Costumi:                             Stefano Nicolao

Musiche Originali:           Valter Sivilotti

Coreografie:                      Monica Codena

Luci:                                      Claudio Schmid

Video:                                   Alessandro Papa

Aiuto Regia:                       Giulia Bonghi

Fonico E Video:                Alberto Pozzolo

Elettricista:                        Alessandro Macorigh

Direttore Di Scena           Paolo De Paolis

 

Orchestra della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste

 

Konzertmeister

e violino solista                Stefano Furini

violoncello solista           Maria Giulia Lanati

trombone solista             Domenico Lazzaroni

collaboratore musicale Davide Coppola

 

Personaggi e interpreti

Romeo:                                Giacomo Albites Coen

Benvolio:                             Sebastiano Caruso

Tebaldo:                               Pietro Desimio

Padre Capuleti:                Alessandro Dinuzzi

Frate/Nutrice:                   Fulvio Falzarano

Lina/Yuri:                             Francesca Masini

Mamma Capuleti:           Giulia Perelli

Principe/Cecchino:        Stefano Scandaletti

Mercuzio:                            Pietro Sparvoli

Giulietta                              Caterina Truci

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