Colpi di timone: Gilberto Govi rivive in Tullio Solenghi…

Data:

In scena il 2 e il 3 maggio 2026 al Teatro Civico della spezia.

L’interpretazione di Tullio Solenghi in Colpi di timone si configura come uno dei più rari fenomeni di metempsicosi teatrale del nostro tempo: non un atto imitativo, non un esercizio di stile, ma la riattivazione di un codice attorale che sembrava irripetibile. In Solenghi, Govi non è un modello: è una presenza che ritorna, si deposita, vibra nel corpo dell’attore fino a trasformarlo in archivio vivente. La metamorfosi di Solenghi, sostenuta dal lavoro millimetrico di Bruna Calvaresi su trucco e parrucco, non è travestimento, ma conoscenza. Il volto diventa superficie di memoria, la voce luogo di risonanza, il gesto strumento di riattivazione. Solenghi non cerca la somiglianza, ma la continuità: non “rifà” Govi, lo attraversa.

In questo attraversamento si produce un sapere nuovo, che riguarda tanto la maschera di Govi quanto il corpo contemporaneo che la ospita. L’attore nell’interpretarlo si fa medium, ma un medium consapevole, critico, capace di modulare la distanza tra filologia e invenzione. Nel personaggio dell’armatore Giovanni Bevilacqua, Solenghi trova una figura etica in negativo: non un moralista, ma un uomo che ha imparato a leggere il mondo come si leggono le maree. La diffidenza diventa forma di intelligenza, l’ironia strumento di sopravvivenza, la verità un gesto minimo, mai un proclama. La sua interpretazione costruisce un Bevilacqua che vede più di quanto dica, che intuisce più di quanto ammetta. In questo sguardo laterale, obliquo, risiede la dimensione morale del personaggio: non giudicare, ma smascherare; non condannare, ma illuminare.

La comicità, filtrata da Solenghi, si rivela come un dispositivo di rivelazione. La risata non è decorativa, ma conoscitiva: scrosta, mette a nudo, espone le micro‑ipocrisie del vivere. Far ridere, in questa prospettiva, significa far vedere. La tradizione ligure del comico si innesta così in una dimensione quasi filosofica: il riso come atto di riconoscimento, come presa di coscienza, come forma di lucidità condivisa.

Attorno a Solenghi si dispone una compagnia che non è semplice contorno, ma tessuto drammaturgico: Mauro Pirovano (Pietro, fattorino) incarna un umorismo fisico e vigile, sguardo dal basso che registra tutto. Barbara Moselli (Paola, segretaria) lavora sulle sfumature del non detto, figura liminare tra lealtà e convenienza. Claudia Benzi (Teresa, domestica) porta in scena la memoria silenziosa della casa, testimone invisibile delle crepe. Daniele Corsetti (Bonetti, cassiere) è il punto in cui il denaro incrina la coscienza, corpo esposto al conflitto tra scrupolo e opportunismo. Stefano Moretti (avv. Baratti) dà forma alla retorica della rispettabilità, linguaggio che copre più che chiarire. Roberto Alinghieri (prof. Brunelli) incarna il sapere che si presta alla maschera, l’intellettuale che partecipa al gioco delle apparenze. Stefania Pepe (Lola) introduce la linea del desiderio e della seduzione, vettore di instabilità e di proiezioni. Federico Pasquali (conte Terzani) rappresenta il potere sociale, la nobiltà di facciata che convive con la fragilità morale. Lorenzo Scarpino (capitano Negri) richiama il mare come destino professionale e simbolico, figura che rimette in circolo il tema della rotta, dell’orientamento, dello smarrimento. Insieme, questi interpreti compongono un coro civile: non semplici caratteri, ma funzioni drammaturgiche che circoscrivono il campo d’azione di Bevilacqua/Solenghi, rendendo visibile la rete di relazioni entro cui la verità tenta di farsi strada.

Il progetto scenografico di Davide Livermore agisce come un dispositivo mentale più che come un ambiente realistico. Ogni oggetto sembra custodire un segreto, ogni soglia un sospetto, ogni disposizione spaziale una gerarchia di potere e di sguardi. La scena diventa così il luogo in cui la verità non esplode, ma affiora per accumulo, per attrito, per inevitabilità. È uno spazio di coscienza, in cui la maschera genovese, riattivata da Solenghi, può dispiegare tutta la sua potenza critica.

L’interpretazione di Tullio Solenghi in Colpi di timone rappresenta una delle più alte forme di “archeologia vivente” del teatro italiano contemporaneo. Non un recupero nostalgico, ma un atto di trasmissione. Non un omaggio, ma una riattivazione. Non un ritorno al passato, ma un modo di interrogare il presente attraverso una maschera che continua a parlare, a ferire, a far ridere. In Solenghi, Govi non rivive: continua. un organismo vivo, capace di parlare al presente con una forza che sorprende e, a tratti, commuove.

Giuliano Angeletti

COLPI DI TIMONE
RIDUZIONE E ADATTAMENTO DI Tullio Solenghi
CON LA COLLABORAZIONE DI Roberto Alinghieri
TRUCCO E PARRUCCO Bruna Calvaresi
REGISTA ASSISTENTE Roberto Alinghieri
SCENOGRAFA E COSTUMISTA ASSISTENTE Anna Varaldo
COPRODUZIONE Teatro Sociale di Camogli,
Teatro Nazionale di Genova, Associazione Culturali gli Scarti
PHOTO: ilpigiamadelgatto

 

Seguici

11,409FansMi Piace

Condividi post:

spot_imgspot_img

I più letti

Potrebbero piacerti
Correlati