In scena dal 28 aprile al 3 maggio 2026 al Teatro Gobetti di Torino
C’è un appartamento anonimo, a Manhattan, che sembra uscito da un film di Jarmusch ma con la cattiveria di un laboratorio clandestino. Dentro, quattro figure che non hanno nulla dell’eroismo rivoluzionario: sono scarti, residui, creature che il sistema ha dimenticato ai margini. Eppure, proprio da quel margine, immaginano di far saltare il centro. Non con bombe, non con proclami, ma con un’idea tanto assurda quanto perfettamente contemporanea: un virus che amplifica il testosterone fino a trasformare la città in un carnevale di pulsioni, dominio, sesso e caos.
Sanguinetti, autore che conosce bene la crudeltà del grottesco, costruisce una commedia che è una lama affilata: ride, sì, ma mentre ride ti fa vedere l’abisso. La traduzione di Teresa Vila mantiene intatta la secchezza, la velocità, la sporcizia necessaria. E Simone Luglio, che firma regia e interpreta uno dei quattro “rivoluzionari”, sceglie una messa in scena asciutta, quasi claustrofobica, dove l’appartamento diventa una capsula di follia ideologica: un luogo in cui il mondo viene immaginato, distorto, manipolato, ma mai realmente toccato.
Il quartetto: Simone Luglio, Eleonora Angioletti, Giorgio Castagna, Daniele Marmi, lavora come un organismo unico, nervoso, pulsante. Non c’è psicologia, non c’è introspezione: c’è un’energia animalesca, una comicità che sfiora il demenziale ma resta sempre lucidissima. Il virus di cui parlano è un pretesto, certo, ma anche un simbolo: la fantasia di un collasso totale che nasce non dalla rabbia politica, bensì dalla frustrazione quotidiana, dalla sensazione di essere irrilevanti. È questo il punto più interessante dello spettacolo: la rivoluzione come capriccio, come sfogo, come pornografia dell’impotenza.
Il disegno luci e suono di Piermarco Lunghi accompagna la deriva: tagli netti, bui improvvisi, rumori che sembrano provenire da un’altra stanza del mondo. Tutto contribuisce a un’atmosfera da bunker emotivo, dove l’unica cosa che cresce davvero è la tensione.
La Filostoccola porta in scena un testo che non vuole rassicurare nessuno. È una commedia, sì, ma corrosiva, volutamente sfrontata che trova la sua forza: nel mostrare quanto sia fragile la linea tra desiderio di cambiamento e desiderio di distruzione, tra politica e ormoni, tra utopia e delirio. Alla fine, Manhattan non brucia. Ma bruciano loro, i quattro disadattati. Brucia la loro incapacità di vivere il mondo. Brucia la nostra risata, che arriva sempre un attimo prima del disagio.
Giuliano Angeletti
Breve apologia del caos per eccesso di testosterone nelle strade di Manhattan
di Santiago Sanguinetti
traduzione Teresa Vila
con Simone Luglio, Daniele Marmi, Eleonora Angioletti, Giorgio Castagna
regia Simone Luglio
disegno luci e suono Piermarco Lunghi
La Filostoccola

