Ci sono artisti che riempiono gli stadi, e poi c’è Michael Jackson, un uomo che ha ridisegnato i confini dell’immaginazione e della musica. Andare al cinema oggi per assistere al suo attesissimo biopic non è semplicemente un atto di visione, ma un vero e proprio rito transgenerazionale. La prima cosa che stringe il petto, ancora prima che si spengano le luci in sala, è lo sguardo: vedere ragazzi giovanissimi, esponenti di una nuova generazione che non ha mai vissuto i suoi anni d’oro in diretta, entrare al cinema indossando con orgoglio l’iconico guanto di strass, una giacca militare o il leggendario cappello fedora, è la prova tangibile che il suo mito è immortale. Michael è vivo nel DNA del pop, ieri come oggi.
Il più grande pregio del film risiede nella sua capacità di spogliare il re per ritrovare l’uomo. Troppo spesso, negli ultimi decenni, il rumore del gossip e il peso di una narrazione distorta hanno soffocato la verità. Questa pellicola fa emergere con una forza dirompente il lato più umano, candido e magnanimo di Michael. Viene restituita al mondo la figura di un filantropo autentico, di un’anima sensibile che soffriva per le ingiustizie del mondo e che usava l’arte come uno scudo e una preghiera. È bellissima e fedele la scelta di mostrare il suo amore viscerale e puro per gli animali, quel bisogno di rifugiarsi in un mondo incontaminato per fuggire da una realtà che faticava a capirlo.
La fedeltà storica del film non fa sconti e non cerca la santificazione a tutti i costi. Il prezzo del successo viene mostrato in tutta la sua cruda realtà, a partire dal rapporto drammatico e burrascoso con la famiglia, e in modo particolare con il padre Joseph. Quelle dinamiche tossiche di controllo e pressione psicologica subite fin dall’infanzia diventano la chiave di lettura per comprendere la fragilità di un uomo rimasto, in fondo, un bambino eterno e ferito.
Tuttavia, da un punto di vista puramente cinematografico, si avverte una sottile nota di incompiutezza. Il film ha il respiro immenso dei capolavori, ma si percepisce che la struttura non è ancora del tutto completa: la narrazione sceglie infatti di fermarsi e concentrarsi quasi esclusivamente sugli anni del successo planetario, sui trionfi strabilianti e sull’ascesa verticale che lo ha reso un’icona globale. Se da un lato questo protegge la magia dell’età dell’oro di Jackson, dall’altro lascia nello spettatore il desiderio di esplorare con la stessa onestà anche le fasi successive, più complesse e mature, della sua esistenza.
Ma va bene così. Perché il messaggio profondo che esce dalla sala è un grido di giustizia. Per troppi anni, nell’ultima parte della sua vita e anche dopo, a Michael Jackson è stato tolto il palcoscenico della dignità; è stato giudicato, isolato, non sempre ricordato nel modo giusto. Questo film compie un miracolo necessario: restituisce al Re la sua corona e all’uomo la sua anima. È il riscatto di un genio che ha donato tutto se stesso al mondo e che ora, finalmente, si riprende il posto che gli spetta di diritto nella storia: quello del più grande artista mai esistito.
Marco Assante

