“Casanova” emblema del ‘700

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Casanova è l’intelligente lavoro che Fabrizio Sinisi, liberamente ispirandosi, trae dall’ Histoire de ma vie, ossia Histoire de Jacques Casanova de Seingalt vénitien, écrite par lui-même a Dux, en Bohéme. Ed è a Dux, recluso bibliotecario del Conte di Waldstein, che ci compare sulla scena il celebre intellettuale veneziano, al tempo finale della sua esistenza, appena finito di scrivere la sua autobiografia. Uomo ormai fattosi rancoroso e labile nella memoria, Casanova convoca un medico perché con la sua arte mesmerica lo aiuti a recuperare quel passato inesorabilmente passato in oblio. Il testo fa emergere allora la sottesa teatralità della vita del poliedrico veneziano, in un onirico quanto dolente viaggio a ritroso nel vissuto, nel carsico sottendere di lucida percezione di avvenimenti e degli esseri umani che hanno costellato il suo camino. L’autore ne trae un lucido e geometrico studio per arrivare a investigare un intero secolo, il Settecento, terreno di ciclopici cambiamenti politici e culturali. E il nostro “eroe” ci vien consegnato giunto a uno stato di rinuncia, in disincantato abbandono all’oblio. Sembra di assistere a una livida quanto all’apparenza placida “seduta psicanalista” al cui lettino si sostituiscono i ricordi e gli avvenimenti di una vita intensamente vissuta. Una serrata circuitazione s’instaura con tutti i personaggi che via via si materializzano, capaci di raccogliere e rimandare le sue considerazioni, esasperando la nevrosi comportata dalla modernità, sovrapposta a straziante angoscia per la solitudine. Voltaire spicca giudizi drammatici, considerazioni al vetriolo sui più grandi assunti che si era imparato a riverire, facendoli letteralmente a pezzi. E Casanova si sdoppia, facendo sorgere dal fondo dolenti ricordi dell’infanzia, un buco nero da cui bisogna uscire. Il resoconto di quel che “vede” è reso in scrittura leggera quanto acuta, attenta alle sfumature dei comportamenti umani senza isterilirsi in arido psicologismo. Amabilmente impudico sul tema del sesso: impietoso e disincantato, ma mai feroce, vetriolesco nella descrizione della religione, per divenir pungente e quasi sarcastico (irriverente e senza timori reverenziali) nel descriver la meschinità umana e linguistica in cui si è ritrovato a finire la vita. Scrittura lucida e penetrante nell’intimo, che mai tocca i confini della maldicenza.  L’intensità amorosa, e la trasparenza di un ragazzo, si toccano nell’ebbrezza e la fa toccare alla amata Henriette, incontro descritto in vette monumentali, legame deputato all’estasi: incanto, davanti al quale trapela l’ardore del suo animo.  Si sfrena la sensualità e i suoi palpabili entusiasmi, in un’ossessione da cui erompe una passione non trattenuta che impregna e dilaga in ogni sua descrizione. Il caleidoscopico e sfaccettato panorama di situazioni e ribollenti passioni del poliedrico letterato veneziano, è sapientemente reso dalla maestria vocale di Sandro Lombardi, pronto a cogliere ogni sfumatura che il testo suggerisce. L’attore toscano rende appassionatamente il trascolorare delle sensazioni e sentimenti provati dallo scrittore, come lo spirito di lieta vacanza nel distacco da sé stesso, rendendo palpabili il supremo entusiasmo, la vitalità e l’entusiastica ebbrezza che dilaga in fragrante sensualità.  Per stemperarle tutte, a fine viaggio, in soffusa e velata malinconia, rimpianto di un mondo inesorabilmente perduto.  Sandro Lombardi esprime tutta la solidarietà al personaggio con il disincanto di una recitazione che, pur esplicitando lo struggimento e disperata lucidità del testo, lo fa con una distaccata ma feroce perentorietà. Partecipazione che si fa vivida immedesimazione, con salti di voce di quel suo timbro caratteristico, ricchezza di sfumature e colori, musicalità del dire e porgere.  Intensità di descrizione straziante, quanto rattenuta e tragica al ricordo di quell’Henriette capace di suscitare ancora uno struggente rimpianto: sospensioni cariche di pathos, pause e dosaggi della parola. Lombardi, con la maestria affinatasi nel tempo e l’aderenza di età al personaggio, rende Casanova in tutte le sfaccettature, ora con oltraggiosa sicumera ora con malcelata supponenza e stupore. Dispotico quasi, tratta con modi di chi sa sempre come porsi di fronte alla vita; ma la risultanza finale è di un’assordante solitudine, che lo porta a filosofeggiare sulle ceneri di un’epoca dissolta per sempre. Accanto a lui l’intenso Marco Cavalcoli, mesmerista dalla perfetta dizione francese iniziale e consolidato aplomb recitativo, si fa analitico ascoltatore in funzione medicante, dello scavo dell’anima di Casanova.  Mutandosi poi completamente in un ironico Marino Balbi, compagno di cella ai Piombi. Simona De Leo era un’evanescente e appassionata Henriette, Alberto Marcello un frate Domenicano stentoreo e un Voltaire espressivo mentre Betti Pedrazzi era una sicura e fatasmatica Marchesa D’Urfé. Regia sapiente di Fabio Condemi, quasi una macchina ottica, di pregnante fascino, calibrata, fatta di piccoli gesti e stilizzati movimenti, astratta a proiezione mentale: gli attori riempiono lo spazio teatrale con intensità di posture e movimento. Scene e drammaturgia dell’immagine firmate da Fabio Cherstich sottolineando con la fascinante installazione che sale e scende, trasmuta il fluire del tempo e relazionale, in speculare atmosfera vivente dei parlanti costumi ideati da Gianluca Sbicca. Disegno luci perfetta che riquadra e inscatola discorsi e persone, di Giulia Pastore. Dalla drammaturgia di Sinisi ne scaturisce un immaginoso, quanto variegato, viaggio onirico-teatral-musicale che intreccia impressioni, ricordi e visioni dell’avventuriero veneziano a intensi collegamenti musicali che trovano nel suono del violoncello – sonate vivaldiane decostruite e ricomposte – e un Mozart operistico rielaborato, una surreale atmosfera. Musiche e sound design di Andrea Gianessi. Uno spettacolo completo, in cui non è solo la parola a irretirci e condurci per il sentiero teatrale, ma tutte le arti: regia efficace permea lo spettacolo in trasparenza senza prevaricare ma obbligando a riflessioni che il testo suscita. La stilizzata descrizione di ambienti e paesaggi, le figure che si affacciano in una ricca e sfaccettata narrazione psicologica, così la struggente musica è ponte che ci trasporta in una dimensione atemporale, le scene a vivere e mutare nei diversi piani, danno variato sbalzo al paesaggio umano. Una produzione LAC Lugano Arte e Cultura in coproduzione con Emilia-Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, TPE – Teatro Piemonte Europa, Compagnia Lombardi-Tiezzi. Successo caloroso di un pubblico affascinato e rapito, che ha rimarcato la prestazione di Sandro Lombardi. Al Teatro Elfo Puccini di Milano.

gF. Previtali Rosti

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