Eyes Be Quiet: abitare il vuoto dentro “Una stanza vuota”

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Con Una stanza vuota, gli Eyes Be Quiet costruiscono un disco che sembra muoversi continuamente tra presenza e dissolvenza, tra quello che resta e quello che si perde. L’album nasce da immagini intime e concrete, ma si trasforma progressivamente in uno spazio emotivo mutevole, attraversato da luci fredde, silenzi e improvvise esplosioni sonore. La band riesce a fondere influenze internazionali e sensibilità personale in un lavoro che vive di contrasti: delicatezza e ferocia, fragilità e impatto, introspezione e condivisione. In questa intervista gli Eyes Be Quiet raccontano l’evoluzione del disco, il rapporto con il live e il modo in cui hanno trasformato un’esperienza profondamente personale in qualcosa capace di appartenere anche agli altri.

“Una stanza vuota” nasce da un’immagine molto concreta ma anche simbolica: nel processo di scrittura quella stanza è rimasta un luogo definito oppure si è trasformata strada facendo insieme ai brani?

Si è trasformata strada facendo, ogni brano arricchiva quella stanza vuota mano a mano: delle coperte fredde, una pianta al sole, una macchia di inchiostro rimasta impressa sulla scrivania.
La stanza è diventata un luogo malleabile ma con delle caratteristiche fondamentali: un vuoto profondo e uno spiraglio di luce dalla finestra.

Nel disco lavorate molto sul contrasto tra sussurro ed esplosione sonora: quanto questa dinamica è stata pensata a livello compositivo e quanto invece è emersa in modo spontaneo durante la produzione?

È nata sin dall’inizio nella parte di scrittura chitarra e voce, ci sono sempre state delle parti delicate, delle parti urlate, delle parti dolci e delle parti feroci.
La produzione ha sempre accompagnato queste decisioni prese in partenza, ma ha anche aiutato ad avere una maggiore consapevolezza e a scegliere che direzione prendere, in certi brani che ne avevano bisogno.

Rispetto al vostro primo EP, questo album sembra più maturo e consapevole: qual è stato il passaggio più importante nella vostra evoluzione artistica tra quei due lavori?

Probabilmente il passaggio più importante è stato, banalmente, l’esperienza che abbiamo accumulato. Abbiamo continuato a suonare, ascoltare e confrontarci costantemente nei due anni che hanno separato l’EP e l’album, e questo tempo ci ha permesso di conoscerci meglio e di capire meglio cosa volessimo fare e dove volessimo andare.

Le vostre influenze internazionali, da Radiohead a Bon Iver, sono evidenti ma mai ingombranti: come riuscite a mantenere un’identità così personale dentro un immaginario così condiviso?

Probabilmente deriva dalla fiducia che riponiamo nel nostro istinto e dalla scelta di approcciare gli arrangiamenti in modo esplorativo, senza mai partire da reference precise.
Se da un lato questo può rendere il processo più lungo, dall’altro ci permette di far emergere le nostre influenze in modo più naturale, trovando soluzioni che, pur richiamando riferimenti riconoscibili, non risultino mai derivative.

“Una stanza vuota” è un disco che lavora molto sull’assenza e su ciò che resta: vi interessa di più raccontare quello che c’è o quello che manca?

Ci piace raccontare proprio quello che rimane, che è un po’ una fusione di quello che hai e di quello che scompare.
Perché la parte che rimane è sì una cosa che c’è, ma che è permeata da tutto ciò che è andato via. In questo album vogliamo parlare di questo intreccio, di quello che manca ma che ha lasciato la sua ombra e di quello che rimane che si sente sempre incompleto.

Avete già portato o porterete il disco dal vivo: dove lo avete presentato (o dove vi piacerebbe farlo) e come cambia un lavoro così intimo quando viene condiviso su un palco?

La presentazione del disco l’abbiamo fatta in uno spazio incredibile a Brescia che si chiama Carme: è un’ex chiesa sconsacrata nel centro città. È stato grande ma allo stesso tempo intimo e intensissimo.
Stiamo lavorando sulle date estive e, anche se ci piace molto la connessione che si crea con i festival, l’anno scorso siamo rimasti colpiti da un concerto che abbiamo fatto in un rifugio in montagna: situazioni del genere le sentiamo molto affini a quello che facciamo.

Quando suoniamo live ci sentiamo proprio dove vorremmo essere. Questo disco lo suonavamo ancora prima che venisse pubblicato e farlo è stato importante anche per alcune scelte di arrangiamento che abbiamo preso in seguito.
È un lavoro intimo che però è nato per essere condiviso: un po’ un abbraccio, un po’ un urlo di aiuto.

Luca Vettoretti

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